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Luca Gianni, primo italiano riconosciuto per la ricerca e la cura del cancro alla mammella

Vera Lanza, N. 6/7 giugno/luglio 2011

Per la prima volta viene assegnato a un italiano il prestigioso riconoscimento per la ricerca e la cura del cancro della mammella. Ad aggiudicarselo è stato Luca Gianni, uno degli oncologi più affermati e autorevoli al mondo, approdato recentemente al San Raffaele per dirigere il Dipartimento di Oncologia Medica del San Raffaele Cancer Center. A lui è stato assegnato il Premio “Gianni Bonadonna Breast Cancer Award and Lecture” 2011, assegnato dall’American Society of Clinical Oncology (ASCO), la più importante Società Internazionale di Oncologia, con la seguente motivazione: “per il suo contributo fondamentale nello sviluppo di terapie a bersaglio di HER2 nelle donne affette da carcinoma della mammella, nonché per il suo apporto volto al chiarimento di alcuni aspetti fondamentali della farmacologia del paclitaxel e dei meccanismi di drug-drug enhancement con la doxorubicina”. Il premio testimonia quindi gli straordinari risultati raggiunti in Italia nella lotta contro i tumori solidi e, nello specifico, contro il cancro alla mammella, uno dei settori dell’oncologia sui quali si è concentrata la ricerca e l’attività del Dottor Gianni nello sviluppo di nuovi farmaci e nel disegno di terapie innovative. Il “Gianni Bonadonna Breast Cancer Award and Lecture” è stato istituito nel 2007 in onore dell’italiano Gianni Bonadonna - le cui ricerche pionieristiche di rilevanza internazionale portarono a una riduzione significativa del tasso di mortalità per pazienti affette da carcinoma mammario - e viene attribuito annualmente allo scienziato che, su scala mondiale, si è maggiormente distinto per le proprie scoperte nell’ambito della lotta contro il cancro della mammella. «Sono onorato e particolarmente emozionato nel ricevere un premio intitolato al mio maestro, un gigante della moderna oncologia - dice Luca Gianni -. Mi ritengo un uomo che ha avuto molte fortune, tra le quali quella formidabile di avere incontrato il Dottor Gianni Bonadonna ed aver da lui imparato metodo e pratica della ricerca clinica su donne con carcinoma mammario». Analoga la soddisfazione espressa dalla Professoressa Maria Grazia Roncarolo, Direttore Scientifico dell’Istituto Scientifico San Raffaele, che conclude: «nonostante la fuga di molti cervelli all’estero, ve ne sono altrettanti che rimangono patrimonio del nostro Paese. Siamo onorati che un riconoscimento così prestigioso sia stato assegnato a Luca Gianni, che abbiamo fortemente voluto con noi, al San Raffaele, per realizzare un Cancer Center di eccellenza, fama e prestigio internazionale».

Il Professor Luca Gianni, milanese, classe 1951, è Direttore del Dipartimento di Oncologia Medica del San Raffaele Cancer Center, all’interno del quale ha avviato un progetto di sviluppo di nuovi farmaci e terapie innovative per i tumori solidi.
Dal 1999 è co-fondatore della Fondazione Michelangelo, organizzazione no profit finalizzata all'avanzamento della ricerca applicata alla cura dei tumori; è, inoltre, Membro dell’American Association for Cancer Research (AACR), dell’European Society of Medical Oncology (ESMO) e dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) e di numerosi comitati scientifici all’interno di tali società. Dal 1983 al luglio 1992 ha svolto attività di consulenza per la Clinical Pharmacology Branch del National Cancer Institute NIH, in USA. Dal 1996 è Coordinatore Internazionale di un gruppo multicentrico coordinato dalla Fondazione Michelangelo per lo Studio di nuove terapie in donne con carcinoma mammario operabile, che vede la partecipazione di 40 Centri di Ricerca e Ospedali in nove Paesi europei. Ha lavorato allo sviluppo di nuovi farmaci e alla definizione di terapie farmacologiche in ambito oncologico, specialmente per le donne affette da carcinoma mammario.

UE conferma uso Bevacizumab per cancro seno metastatico
La Commissione Europea ha confermato l'utilizzo di bevacizumab in combinazione con paclitaxel come trattamento per le donne affette da tumore della mammella metastatico. La decisione, segue le recenti raccomandazioni del Comitato europeo per i medicinali per uso umano (CHMP), secondo cui bevacizumab in combinazione con paclitaxel ha dimostrato in modo convincente di aiutare le donne affette da tumore della mammella metastatico a vivere più a lungo senza che la malattia peggiori (sopravvivenza libera da progressione o PFS) rappresentando, quindi, un'importante opzione di trattamento. «Siamo lieti che la Commissione Europea continui a supportare l'uso di bevacizumab in combinazione con paclitaxel», ha affermato Hal Barron M.D., Chief Medical Officer e Head, Global Product Development di Roche. «Questa è una notizia importante per le migliaia di donne affette da un tumore della mammella HER-2 negativo avanzato che vivono nell'Unione Europea». Paclitaxel è la chemioterapia d'elezione in Europa e rappresenta il farmaco maggiormente utilizzato in combinazione con bevacizumab per il trattamento di prima linea del tumore mammario metastatico. Dalla Ue arriva però anche una smentita: è stata rimossa per l’uso con docetaxel. La Commissione ha infatti deciso di accettare la raccomandazione del CHMP di rimuovere dall'indicazione di bevacizumab la possibilità di utilizzarlo in combinazione con docetaxel come trattamento di prima linea del cancro mammario metastatico. L'aggiornamento dell'indicazione di bevacizumab entrerà in vigore immediatamente. Queste modifiche riguardano solo l'impiego di bevacizumab per il tumore della mammella metastatico, non influiscono sugli altri utilizzi approvati per il trattamento di diverse forme di tumore in Europa. Con l'iniziale approvazione negli USA per il carcinoma del colon-retto in stadio avanzato nel 2004, bevacizumab è la prima terapia antiangiogenica resa ampiamente disponibile per il trattamento dei pazienti affetti da un tumore in stadio avanzato. Oggi, bevacizumab continua a influire sull'approccio terapeutico oncologico grazie ai benefici dimostrati in termini di sopravvivenza (sopravvivenza totale e/o sopravvivenza libera da progressione) in diverse forme di tumore. Bevacizumab è approvato negli USA e in Europa per il trattamento di stadi avanzati del carcinoma del colon-retto, della mammella, nel tumore non a piccole cellule del polmone e nel tumore del rene avanzato. Il farmaco è anche disponibile negli USA e in più di altri 25 Paesi per il trattamento del glioblastoma (un tipo di tumore cerebrale).

Autotrapianto per ricostruire seno dopo malattia
Per le donne che si sono sottoposte a intervento chirurgico al seno per un carcinoma, oggi si afferma sempre più la tecnica dell’autotrapianto. La ricostruzione del seno con tessuti autologhi è la tecnica che offre alle donne operate per un tumore mammario i risultati più naturali, in termini estetici, e senza le complicanze, anche serie, derivate dall'uso delle protesi. Di questo argomento e dei risultati ottenuti con la nuova metodologia, si è discusso in occasione di una conferenza stampa dal titolo "Con tutta me stessa, la ricostruzione del seno con tessuti autologhi" che si è tenuta presso il ministero della Salute, con la partecipazione della sottosegretario Francesca Martini, del professor Hans Holmstrom, pioniere delle tecniche con tessuti autologhi, già direttore del dipartimento di chirurgia plastica ricostruttiva del University Hospital di Goteborg (Svezia), e Moustapha Hamdi, professore di chirurgia plastica e ricostruttiva al Gent University Hospital (Belgio). Con 250 ricostruzioni del seno con il tessuto prelevato dal basso addome della stessa paziente, l'équipe del professor Fabio Santanelli, titolare della cattedra di chirurgia plastica della II facoltà di Medicina e psicologia dell'Università la Sapienza di Roma, si conferma il team chirurgico con la maggiore esperienza in Italia di interventi con questa tecnica, più precisamente nota come "ricostruzione con lembo Diep". «Dall'avvio della Breast unit all'ospedale Sant'Andrea di Roma, nel marzo 2004, abbiamo avuto una costante crescita di richieste di questo intervento, completando già dal secondo anno la disponibilità data dall'ospedale di un intervento a settimana», dice il professor Fabio Santanelli, che per primo ha eseguito questa tecnica in Italia nel 1998, e poi con continuità nella Breast Unit del nosocomio romano. Si tratta, per essere chiari, di una "addominoplastica" ad uso della ricostruzione del seno: un lembo di tessuto cutaneo e grasso dell'addome viene trasferito sul petto a ricomporre la mammella persa. «Le ricostruzioni con tessuti autologhi, e in particolare tra questi quella con il lembo Diep, rappresentano il "golden standard" della ricostruzione del seno e offrono a una donna che ha dovuto affrontare un'operazione radicale la possibilità di riavere una coppa della mammella quanto più possibile simile a quella naturale, per consistenza al tatto, calore e comportamento in movimento. Addirittura - aggiunge il responsabile dell'unità operativa di chirurgia plastica del sant'Andrea - il seno così ricostruito ingrassa e dimagrisce con il resto del corpo della signora e affronta i normali processi dovuti al trascorrere del tempo, senza quindi evidenziare una marcata differenza con l'altro seno». Il tumore della mammella è la neoplasia più frequente nel sesso femminile e costituisce attualmente quasi il 30% di tutte le diagnosi tumorali. Ogni anno in Italia sono diagnosticati circa 38.000 nuovi casi (dati min. salute 2010); per molte di queste donne si prospetta la necessità di un intervento di asportazione del seno e la ricostruzione con tessuti autologhi, ancora non sufficientemente conosciuta dalle dirette interessate, potrebbe essere la risposta che cercavano. Altro aspetto positivo della ricostruzione con lembo Diep è che nella grande maggioranza dei casi si può eseguire nello stesso momento operatorio dell'intervento di asportazione della mammella malata. «Così la paziente entra ed esce dalla sala operatoria comunque con entrambi i seni, con l'effetto di alleviare notevolmente la sensazione di perdita dovuta a una mastectomia. Evitando lo stress di vedersi per mesi senza seno, in attesa del tempo necessario per poi inserire una protesi». Il termine è l’acronimo di “Deep Inferior Epigastric Perforator”, cioè la descrizione in lingua inglese dei vasi sanguigni, uno a sinistra ed uno a destra, che dalla profondità della parte inferiore della pancia, il bacino, “perforano” la parete muscolare per irrorare il tessuto adiposo addominale e la cute sovrastante. Questi vasi perforanti di circa 1mm (che si allargano in profondità fino a 4 mm) sono fondamentali affinché il lembo di tessuto trasferito dalla pancia al torace possa essere ricollegato al sistema vascolare dell’ascella ed il nuovo seno possa essere perfuso dal sangue come una parte naturale del corpo. A differenza delle tecniche precedenti dello stesso genere che usavano fasce muscolari dell'addome, con frequenti rischi di laparocele, la tecnica con il Diep risparmia la parete muscolare e la sua innervazione. Sul sito internet www.diepflap.it, è possibile conoscere approfondire l'esistenza delle tecniche chirurgiche ricostruttive con tessuti autologhi insieme alle altre tecniche oggi messe a disposizione dalla scienza medica, per dare a ogni donna coinvolta dal problema un'informazione completa e un'ulteriore opzione di scelta sul proprio corpo. Tecniche ricostruttive del seno sono molteplici, nonostante la più nota ed usata sia il ricorso all’espansore e protesi. Come si legge sulla home page, il sito si rivolge ad ogni donna che, avendo saputo di dover affrontare un intervento per asportare il seno, voglia conoscere tutte le opzioni oggi offerte dalla chirurgia plastica. In modo particolare si vuole far conoscere quelle tecniche definite “autologhe”, che fanno cioè ricorso all’uso dei tessuti biologici propri e che potremmo definire una sorta di “autotrapianti”. I progressi della microcrochirurgia vascolare ed i miglioramenti nelle pratiche intra e post operatorie hanno permesso eccezionali passi avanti per restituire ad una donna l’immagine di se stessa.

I diversi modi di intervenire
La ricostruzione del seno può avvenire in diversi modi. Si parla di mastectomia "radicale” se l’asportazione comprende tutta la ghiandola malata con la cute che la riveste. Con il termine “nipple sparing” ci si riferisce a quando si rimuove tutta la ghiandola ma si conserva tutta la cute con il capezzolo. Un'altra metodologia è lo “skin sparing”: quando nell’intervento si asporta tutta ghiandola ed il complesso areola-capezzolo ma si conserva parte della cute. In queste condizioni si può parlare di ricostruzione mammaria propriamente detta. Esistono altresì delle situazioni in cui è possibile togliere il tumore asportando solo uno dei quattro quadranti del seno, in questo caso si può parlare invece di “quadrantectomia“ e di ricostruzione oncoplastica.

Dati epidemiologici
Ogni anno in tutto il mondo vengono diagnosticati più di un milione di nuovi casi di tumore al seno e 400.000 donne muoiono per questa malattia. Il tumore della mammella è la neoplasia di gran lunga più frequente nelle donne dei Paesi occidentali ed è la prima causa di morte tra i tumori femminili, con il 17% del totale dei decessi per tumore. Nei Paesi ad economia avanzata, 1 donna su 100 si ammala entro i 45 anni, 2 su 100 entro i 50 anni e altre 7-8 su 100 fra i 50 e gli 80 anni, cioè entro la speranza di vita attuale di questi Paesi. In Italia ogni anno si ammalano di tumore al seno circa 40.000 donne, corrispondenti al 20- 25% di tutti i tumori maligni femminili, e ne muoiono 8.000, mentre sono circa 450.000 le donne che hanno avuto in passato una diagnosi di cancro mammario, di cui quasi la metà negli ultimi 5 anni. Complessivamente in Italia si stimano ogni anno circa 250.000 nuove diagnosi per tutti i tipi di tumore (dieci anni fa erano 225.000) con oltre 122.000 decessi dovuti a malattie oncologiche, in calo rispetto ai valori di 10 anni fa (130.000).

ll tumore al seno in Italia

  • 40.000 nuovi casi l’anno
  • 450.000 donne attualmente diagnosticate
  • circa 8.000 decessi ogni anno

I tumori femminili più diffusi in Italia (percentuali rispetto al totale)

  • Numero complessivo di casi 122.200
    • Mammella 24,9%
    • Cute 15,1%
    • Colon retto 11,9%
    • Polmone 5%
    • Stomaco 4,1%

La situazione in Lombardia e il primato di Mantova nei programmi di screening
La Lombardia, prima Regione italiana per numero di abitanti (oltre 9.600.000, di cui 4.900.000 donne) è al primo posto per quanto riguarda la diffusione del tumore al seno. Nella Regione si contano circa 7.400 nuovi casi di cancro al seno l’anno e oltre 1.500 decessi. Attualmente, sono oltre 90.000 le donne lombarde che hanno ricevuto una diagnosi di carcinoma mammario nel corso della loro vita. In valori assoluti la Lombardia è al primo posto tra le Regioni italiane per numero di nuovi casi ogni anno, davanti a Veneto e Lazio; il numero di donne che attualmente convivono con la malattia in Lombardia rappresenta invece il 20% del totale dei casi in Italia.
Tra i capoluoghi lombardi, Mantova, insieme alla sua Provincia, è ai primi posti nella promozione e nell’adesione ai programmi di screening. Sulla base degli importanti risultati raggiunti, ASL di Mantova e Breast Unit dell'Azienda Ospedaliera Carlo Poma rilanciano il loro impegno per migliorare l’informazione sulla malattia e per assicurare a tutte le pazienti un percorso integrale e multidisciplinare, dalla diagnosi alla cura.
Promuovere la diagnosi precoce, diffondere gli strumenti diagnostici e terapeutici più innovativi
e far conoscere l’eccellenza della Breast Unit dell’A.O. Carlo Poma di Mantova che, insieme alla ASL, promuove la tutela della salute delle donne sul territorio: sono gli obiettivi dell’iniziativa d’informazione promossa all’A.O. Carlo Poma, in collaborazione con la ASL di Mantova, nell’ambito del progetto “I Trust You - Mi fido di voi". Insieme alla prevenzione e alla diagnosi precoce, la target therapy è oggi un'arma in più per le donne nella lotta al tumore al seno: consente di curare anche forme molto aggressive, come l’HER2 positiva, che rappresenta circa il 20% di tutti i carcinomi della mammella e che oggi può essere trattata efficacemente grazie all’uso di trastuzumab, terapia mirata e innovativa, indicata sia in fase iniziale che avanzata di malattia.
Nel corso del 2008 nella provincia di Mantova più di 52.000 donne sono state invitate a partecipare al programma di screening mammografico organizzato: Mantova ha dunque raggiunto il 100% dell’estensione del programma e ciò significa che tutte le donne che per età rappresentano la popolazione bersaglio per il controllo delle neoplasie mammarie sono state raggiunte dall’invito. Un’estensione capillare che supera di molto la media nazionale, ferma al 62%, e che oltrepassa anche la media regionale, che si attesta intorno all’83%. Anche il dato della partecipazione al programma testimonia l’efficienza dell’A.O. Carlo Poma e il successo delle politiche sanitarie della ASL mantovana nella tutela della salute delle donne contro le insidie di una diagnosi tardiva di tumore al seno. La sinergia tra ASL e Breast Unit, insieme all’eccellenza degli specialisti che la compongono, ha reso possibile raggiungere il traguardo del 100% di interventi chirurgici conservativi eseguiti su tumori più piccoli di 2 cm, superando anche in questo ambito la già buona media lombarda, che è dell’85,8%. Inoltre, come sottolinea Emanuela Anghinoni, Responsabile organizzativo dello Screening Mammografico della ASL di Mantova, nel 2010 è stata effettuata la prima rilevazione dei cancri d’intervallo, cioè quelli che compaiono nell’intervallo tra due mammografie di screening, che rappresentano un indicatore di sensibilità del programma. Allo stato attuale, solo pochi programmi italiani sono in grado di registrarli, poiché si rende necessaria una forte integrazione tra tutti gli attori del sistema e una robusta piattaforma tecnologica capace di garantire l’accesso ai dati necessari.
Sono ben 17.000 le mammografie di screening che ogni anno vengono effettuate nei Centri dislocati sul territorio mantovano: tuttavia, migliorare la risposta della popolazione femminile alle campagne di screening rimane un obiettivo primario. «Lo Screening Mammografico è stato sicuramente la spinta propulsiva alla formazione di un gruppo di specialisti dedicati alla diagnosi e alla cura del tumore al seno – spiega Massimo Busani, Direttore della Struttura Interdipartimentale di Senologia dell’A.O. Carlo Poma – ogni anno vengono operati circa 250 nuovi casi di tumore al seno; circa il 60% sono tumori non palpabili (di diametro inferiore ad 1 cm), che richiedono per la loro rimozione una sinergia collaborativa tra Radiologia, Medicina Nucleare, Chirurgia e Anatomia Patologica. Da oltre 10 anni viene eseguita la biopsia del linfonodo sentinella, che ha permesso di evitare a circa il 75-80% delle donne inutili svuotamenti linfonodali ascellari. Particolare attenzione è stata inoltre posta alla qualità della vita delle pazienti: con l’utilizzo di tecniche di Chirurgia Oncoplastica applicate sia nella fase conservativa sia in quella demolitiva (ricostruzione protesica immediata) siamo in grado di raggiungere risultati cosmetici impensabili fino a pochi anni fa. Inoltre le pazienti che lo necessitano possono avvalersi di terapie riabilitative sia psicologiche sia fisioterapiche, con personale specialistico dedicato».

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