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Il racconto della realtà: cinema e tv in corsia

Elio Girlanda, N. 8/9 agosto/settembre 2015

All’ultimo Festival di Cannes, la prestigiosa vetrina che da ben sessantotto anni segnala le tendenze del cinema mondiale, a detta di organizzatori e critici ha trionfato il “racconto della realtà”. Tra disoccupazione diffusa, emigrazione forzata (Dheepan di Jacques Audiard, Palma d’Oro) e criminalità organizzata, il concorso ha portato alla ribalta anche storie e personaggi segnati da malattie senili (Youth), ospedalizzazione cronica (Mia madre), riabilitazione ortopedica (Mon Roi), malattie terminali (Chronic), suicidio (Valley of Love), e altro. Chronic, per esempio, del messicano James Franco con Tim Roth protagonista, sviluppa i temi dell’assistenza domestica ai malati terminali e del suicidio assistito, già toccati da Miele (2013), primo film diretto da Valeria Golino. In Chronic David è un infermiere che, travalicando i doveri professionali, dà conforto agli assistiti fino a trasformarli nei membri della sua famiglia, ormai inesistente.
Nuovi casi di pazienti con terapie e guarigioni, ma anche di medici e personale sanitario con la vita quotidiana nei reparti ospedalieri (come nella serie tv comedy Getting On), raggiungono specialisti e grande pubblico grazie a cinema e tv. E ancor di più alla letteratura, spesso di matrice autobiografica. È il caso di Colpa delle stelle (USA, 2014), film diretto da Josh Boone, tratto dal bestseller dello statunitense John Green (Rizzoli, 2014), ispirato ai bambini affetti da patologie mortali che lo scrittore da giovanissimo aveva conosciuto in qualità di cappellano di un ospedale pediatrico. Il successo internazionale deriva dalla relazione sentimentale, intesa “ per sempre ”, tra i giovanissimi protagonisti, ma anche dall’amore per la vita che accomuna Hazel, in cura con un farmaco sperimentale per tumori estesi fra tiroide e polmoni, ad Augustus, con una gamba artificiale a causa di un cancro osseo, apparentemente guarito. Gli spettatori, soprattutto giovani, apprezzano il mix tra commedia romantica e mélo, ma sono attratti anche dall’atteggiamento ironico, distaccato, quasi bizzarro, verso la malattia e il suo decorso, sia pur tragico. È qui la vitalità di un filone cinematografico e letterario di successo, il teenager cancer romance, che mescola generi letterari e atmosfere audiovisive, come nel cinema classico, ma sa esprimere una concezione “ diversa ” della malattia e dei suoi tabù, soprattutto nell’età giovanile e in quella infantile, ovvero più empatica e positiva di un tempo, e che si rifà a una tendenza più generale ed emblematica.

Storie di successo
È il caso dell’adattamento televisivo di un originale spagnolo, ormai eclatante sul piano internazionale. Braccialetti Rossi è la serie diretta da Giacomo Campiotti per Rai Uno giunta alla terza stagione (in preparazione) ma con la quarta prevista per il 2017. Anche qui il protagonista è un malato: uno scrittore con una narrazione autobiografica. Il catalano Albert Espinosa del suo osteosarcoma con metastasi, guarito ma durato dieci anni con alcune menomazioni (una gamba, un polmone e parte del fegato), ha saputo estendere il racconto alla “ normalità ” delle dinamiche amicali e sentimentali di un gruppo di amici ospedalizzati: sei adolescenti, operati per patologie varie (tumori compresi), contrassegnati da un braccialetto rosso (giallo, in originale) come dalla voglia di guarire. Il rosso è il simbolo identificativo della loro condizione ma anche della volontà di vivere, valore universale soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza. Vero e proprio autore crossmediale, tra letteratura, televisione, cinema e web, Espinosa ha pubblicato un romanzo con un altro colore, Braccialetti Azzurri (Salani, 2015), che sarà film in Spagna e forse serie tv in Italia, dove cinque bambini sono alle prese con la vita ma soprattutto con la lotta contro la morte in un’isola meravigliosa.

Vecchi e nuovi generi
I critici riscontrano la discendenza di tali opere da generi cinetelevisivi come il medical drama e il medical teen, consolidatisi nel tempo perché “ strappalacrime ” e “ strappaconsensi ”. Forse, però, ci si dimentica di una tendenza intermediale più ampia, legata alla Narrative Based Medicine e alla sua diffusione come “ cura condivisa ” tra letteratura e web. Ovvero alla sua funzione terapeutica con i nessi tra malattia e narrazione, medicina e cura, riferibili peraltro alla prima vocazione del cinema, tra arte e scienza medica, tra visione e terapia. In tal senso si segnalano pellicole e libri con adulti protagonisti. Film come Still Alice (USA, 2014), dal bestseller della neuropsichiatra Lisa Genova, Perdersi (Piemme, 2014), sceneggiato e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, e che è valso l’Oscar 2015 a Julianne Moore per la Miglior attrice protagonista, o libri come l’autobiografia dell’angloamericano Christopher Hitchens che racconta la sua malattia (cancro esofageo) con esito letale in Mortalità (Piemme, 2013), rivelano sul piano drammaturgico ma anche medico-psicologico tratti singolari di autenticità e di valore scientifico. Nel primo caso l’esperienza soggettiva di una cinquantenne, professoressa universitaria di linguistica, afflitta da Alzheimer presenile di matrice genetica, ha prodotto nel pubblico, grazie anche ai link con associazioni e organizzazioni dedicate, un’attenzione alla patologia con ricadute familiari, che soltanto campagne di prevenzione o interventi sociosanitari avrebbero potuto suscitare. Uno dei registi, Glatzer, affetto da sclerosi laterale amiotrofica, aveva riscontrato similarità tra la sua e la malattia del film: entrambe, pur quasi opposte, sono terminali, incurabili e producono l’effetto d’isolare il paziente dal mondo esterno. Glatzer, che aveva comunicato durante le riprese con attori e troupe grazie a un tablet, è scomparso poco dopo l’assegnazione degli Oscar. Gli stessi registi, coniugati tra loro, avevano diretto Grief (USA, 1994), tematizzato sull’AIDS, e co-prodotto il film biografico, Pedro (USA, 2008), su Pedro Zamora, attivista contro l’AIDS. Nel secondo caso, la risonanza mediatica del libro, legata al coraggio giornalistico e alla personalità di polemista dell’autore, è stata amplificata dal destino tragico dello stesso Hitchens che ha messo “ in pubblico ” il suo testamento politico, morale e clinico.

Film come terapia: nuove frontiere
Questa tipologia di opere, di argomento medico o sociosanitario, su cui si può riflettere con una classificazione magari più precisa, prende le mosse non più e solo dalla cronaca giornalistica e da patologie correnti, come in passato, ma anche da temi inediti per il mondo globalizzato e narrativizzati dai protagonisti. Come accade per le patologie legate all’invecchiamento della popolazione, per nuove malattie o pandemie, per i dibattiti su questioni controverse sul piano etico-giuridico. Questa produzione narrativa, che può favorire la relazione medicopaziente, è per lo più di tipo autobiografico, appunto, poiché mette in primo piano testimonianze dirette, rielaborate dallo stesso autore, paziente o medico che sia, con quel surplus di realismo su cui varrà la pena di tornare in queste pagine, in modo da segnalare novità e tendenze. Si potrà parlare, così, di quella parte di cinema a finalità terapeutica che riguarda le sale di proiezione, al Policlinico “ A. Gemelli ” di Roma per MediCinema Italia o in altri ospedali, dove film a vario tema saranno programmati per il sollievo dei degenti. O si potranno segnalare fini e modalità per film non su ma per i pazienti, come nell’iniziativa medica bolognese dei “ memofilm ” nel contrasto alla demenza senile. E altro ancora.

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