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Tumore del colon: microsfere radioattive contro le metastasi epatiche

Paola Sarno, N. 3 marzo 2006

Sfere microscopiche con diametro tre volte più piccolo di un capello trasportano, attraverso l’arteria epatica, particelle radioattive direttamente nel fegato, distruggendo il tumore. Si tratta di una delle più rilevanti innovazioni degli ultimi anni nel trattamento dei carcinomi epatici, tumori fra i più mortali al mondo, indicata oggi soprattutto per le metastasi da cancro del colonretto.
L’infusione di microsfere, denominata SIRT (Selective Internal Radiotherapy), viene oggi praticata in otto centri in Italia. In cinque di questi (Roma, Napoli, Udine, Bologna e Massa Carrara) è in corso il primo studio in Italia a conferma della validità della metodica. Lo studio è coordinato dall’Istituto Regina Elena di Roma ed è condotto su 48 pazienti. La nuova tecnica è stata presentata recentemente a Roma durante il convegno internazionale “Carcinoma colorettale - Ricerca Traslazionale ed Applicazioni Cliniche”, che ha rappresentato anche l’occasione per una condivisione di esperienze fra oncologi italiani e il dottor Andrew Scott Kennedy, radio-oncologo del Wake Oncology Services di Raleigh (North Carolina-USA), massimo esperto mondiale nell’impiego della metodica delle microsfere.
"I risultati di questo procedimento sono ad oggi davvero promettenti", ha dichiarato il professor Maurizio Cosimelli, chirurgo oncologo del Regina Elena e coordinatore dello studio italiano. "Non solo siamo riusciti a ottenere una stabilizzazione delle metastasi, ma abbiamo potuto garantire un’ottimale qualità di vita per i pazienti, nessuno dei quali ha manifestato complicanze durante e dopo la procedura. È bene ricordare, infatti", ha proseguito il professor Cosimelli, "che, mentre la radioterapia convenzionale può essere applicata in aree delimitate dell’organismo, intaccando anche tessuti sani circostanti, la SIRT permette di irradiare esclusivamente le masse tumorali e le metastasi, riducendole o distruggendole dall’interno".
"Il tumore del colon retto", ha poi spiegato il professor Edmondo Terzoli, primario di Oncologia Medica del Regina Elena, "costituisce la quarta neoplasia più diffusa nel mondo con più di un milione di nuovi casi ogni anno ed è la seconda causa di decesso oncologico. Solo in Italia si registrano oltre 37.000 nuovi casi all’anno. Nel 35% dei casi il carcinoma viene diagnosticato quando purtroppo si è già diffuso in altre parti del corpo". "Credo", ha aggiunto il dottor Andrew Scott Kennedy, "che davvero poche persone sappiano che le metastasi epatiche costituiscono l’epilogo naturale di molti tumori solidi e una delle principali cause di morte, negli Stati Uniti e nella maggior parte dei Paesi “sviluppati”".
Le sole opzioni terapeutiche, infatti, in questi casi sono la resezione chirurgica e la chemioterapia. Non sempre, tuttavia, è possibile intervenire: per i pazienti inoperabili e chemio-resistenti, fino a pochi anni fa privi di armi per combattere la malattia, la SIRT offre oggi una possibilità concreta di sopravvivenza. "L’infusione di microsfere", ha confermato, infatti, il dottor Kennedy, "è riuscita a salvare, o perlomeno a prolungare in modo significativo, la vita di più di 2.500 pazienti dal 2002, anno di approvazione delle microsfere da parte della FDA".
Lo studio italiano e numerosi altri condotti a livello internazionale, hanno inoltre confermato che l’infusione con le microsfere preserva la qualità della vita dei pazienti. "I controlli e il trattamento", ha concluso, infatti, il professor Cosimelli, "richiedono un minimo impegno da parte del paziente: un giorno per verificare l’eleggibilità e una notte di ricovero precauzionale dopo il trattamento". Alla luce di questi risultati l’Italia non è voluta restare indietro. Il nostro Paese è, infatti, uno dei sette nei quali la SIRT verrà impiegata come terapia standard e la tecnica è già disponibile in otto ospedali a livello nazionale: oltre al Regina Elena, il Pascale di Napoli, il Policlinico Universitario di Udine, il S. Orsola Malpigli di Bologna, lo Ieo di Milano, l’Ospedale S. Maria Goretti di Latina, il Santa Corona Unita di Pietra Ligure e le Molinette di Torino.

Il tumore del colon retto
È la quarta neoplasia in Italia per incidenza in entrambi i sessi, ma colpisce un 10% in più di uomini. Raro sotto i 40 anni, compare generalmente sopra i 50, con una frequenza elevata fra i 60 e i 70 anni. Tra i fattori di rischio più importanti, oltre all’età, ci sono alcune situazioni ereditarie e la presenza di polipi nel grosso intestino o di polipi adenomatosi, come pure fattori di rischio sono la colite ulcerosa o malattia di Chron. Tuttavia, incide anche il tipo di alimentazione. Una dieta molto ricca di grassi animali e di proteine e povera di fibre vegetali favorisce l’insorgenza di questa neoplasia. Un fattore di rischio importante è la familiarità, presente in circa il 15% dei tumori colici. Per quanto riguarda la diffusione, il cancro del colonretto è il terzo tumore dopo quello al polmone negli uomini e quello del seno nelle donne. Ad oggi le persone che soffrono di questa neoplasia sono oltre un milione nel mondo.

Le terapie contro il tumore del colon retto
L’approccio terapeutico varia secondo il tipo e lo stadio della malattia: in particolare si distingue fra tumori allo stadio iniziale, confinati cioè al colon e tumori allo stadio avanzato, che hanno cominciato già a diffondersi nell’organismo dando origine a metastasi, locali o a distanza.

  1. Trattamento del tumore del colon localizzato
    L’indicazione assoluta è la chirurgia, che prevede un intervento radicale con asportazione della lesione cancerosa con un ampio margine di tessuti sani e di linfonodi regionali. La conseguenza più temuta di quest’intervento è la colostomia, cioè la deviazione di un’ansa intestinale che viene “abboccata” alla parete addominale, obbligando la persona all’impiego di un ano artificiale, con problemi sia sul piano pratico sia su quello psicologico. Dopo un periodo di alcuni mesi, tuttavia, generalmente dopo la conclusione delle terapie adiuvanti se previste, il chirurgo effettua un nuovo semplice intervento per chiudere la stomia.
    Se il rischio di recidiva è abbastanza elevato, dopo l’intervento chirurgico è indicata una terapia adiuvante per circa sei mesi con farmaci antineoplastici.
  2. Trattamento del tumore del retto localizzato
    In questo caso è importante la radioterapia, che viene impiegata in diverse associazioni con la chemioterapia, prima o dopo l’operazione. La chemio-radioterapia pre-operatoria ha lo scopo di ridurre il tumore e facilitare l’opera del chirurgo, cercando di evitare la colostomia a permanenza. La chemio-radioterapia post-operatoria ha lo scopo di ridurre il rischio di recidiva e viene associata a cicli di sola chemioterapia per un periodo di sei mesi.
  3. Trattamento del tumore del colon retto avanzato
    In questa situazione, in cui possono essere coinvolti fegato, peritoneo, polmoni, ossa o surreni, il trattamento di scelta è la chemioterapia sistemica, che ha lo scopo di controllare e rallentare la malattia. Ma se il tumore è localizzato esclusivamente nel fegato vi è indicazione, se tecnicamente eseguibile, alla chirurgia di resezione delle lesioni epatiche, eventualmente preceduta o seguita da chemioterapia.

I farmaci biologici
Negli ultimi anni la ricerca farmacologica ha sviluppato nuovi farmaci antitumorali definiti come “biologici”, perché progettati in base alle caratteristiche biologiche delle cellule tumorali. Tali farmaci dovrebbero essere specifici per le cellule malate, così da colpire direttamente ed efficacemente il tumore, senza danneggiare le cellule sane. La ricerca clinica ha definito un ruolo terapeutico per alcuni di questi farmaci, ma molti altri sono ancora in fase di studio e, benché siano molto promettenti, la loro efficacia non è ancora dimostrata. Generalmente vengono impiegati in associazione alla chemioterapia tradizionale di cui sembrano potenziare l’efficacia, senza aggravare gli effetti collaterali.

Il carcinoma del fegato
Il tumore del fegato registra tra i più alti tassi di mortalità: il 95% di chi si ammala di questo tumore, infatti, non sopravvive. Il carcinoma epatico è due volte più letale del tumore alla prostata e di quello della mammella. Le ragioni sono da ricercare nella difficoltà a raggiungere e a colpire il tumore, solitamente localizzato all’interno dell’organo.
I tumori del fegato vengono comunemente suddivisi in primari e secondari: i primari originano direttamente dal fegato. Si tratta di patologie frequenti in Asia e in Africa e colpiscono prevalentemente gli uomini di media età. La loro incidenza è, però, in forte aumento anche nei Paesi sviluppati: ogni anno vengono diagnosticati più di 400.000 nuovi casi di tumore al fegato primari nel mondo. Principali fattori di rischio sono: le infezioni da virus dell’epatite B o C, la cirrosi e l’abuso di alcol. I tumori secondari altro non sono che le metastasi epatiche di altri tumori, poiché circa un terzo di tutte le lesioni cancerose metastatizzano nel fegato. Più del 40% dei pazienti con tumore all’intestino, per esempio svilupperà metastasi, statisticamente almeno 200.000 tumori in un anno. Complessivamente il tumore al fegato corrisponde al 3-5% di tutti i casi di tumore.

Le terapie contro il tumore epatico
Questa neoplasia può essere rimossa chirurgicamente solo nel 7% dei pazienti. In un ulteriore 3% viene trattata localmente. Di questo 10% totale, meno della metà sopravvive a 4 anni di distanza, perché contro i tumori primari, che avanzano troppo velocemente, nessun trattamento è purtroppo veramente efficace. Quanto alle metastasi epatiche, il trattamento varia a seconda del tumore primitivo, dell’estensione delle metastasi nel fegato e in altri siti e della disponibilità di terapie sistemiche efficaci.

  1. La chirurgia
    Quando possibile è la prima scelta terapeutica. Si tratta per lo più di interventi aggressivi fra i quali le resezioni segmentarie, la lobectomia e l’emipatectomia.
  2. I trattamenti loco-regionali
    È possibile scegliere fra ablazione termica (tramite radiofrequenze o microonde), alcolizzazione (iniezioni per cutanee intratumorali di etanolo), embolizzazione (tecnica che permette di ridurre in un segmento del fegato l’apporto di sangue e quindi di nutrienti necessari per la crescita cellulare).
  3. La chemioterapia sistemica
    Viene utilizzata per i pazienti con tumore gastrointestinale con metastasi epatiche e ha tassi di risposta superiori al 20-25%.
  4. La chemioterapia dell’arteria epatica (HAC)
    In questo caso il farmaco chemioterapico viene iniettato attraverso l’arteria epatica. Si tratta di una tecnica impiegata solo nella cura delle metastasi, perché non ha alcuna efficacia sui tumori primari. Nel primo caso, invece, ha tassi di risposta intorno al 60%, anche se non è stata dimostrata alcuna capacità della Hac di prolungare la sopravvivenza se non per pochi mesi.
  5. La chemioembolizzazione transarteriosa (TACE)
    Questa terapia è stata abbandonata nella maggior parte dei centri oncologici, sia a causa dei pericolosi effetti collaterali, sia perché non è stato riscontrato alcun significativo miglioramento in termini di sopravvivenza.
  6. Selective internal radiation therapy (SIRT)
    Come abbiamo detto si tratta di un trattamento innovativo per il tumore del fegato avanzato, che si avvale di tecnologie che permettono di irradiare direttamente i siti del tumore. Mentre, infatti, la radioterapia tradizionale viene applicata in aree del corpo limitate, intaccando anche i tessuti sani circostanti, la SIRT permette di scaricare milioni di microscopiche sfere radioattive direttamente nel tumore epatico. La tecnica, inoltre, permette di utilizzare dosi 40 volte superiori alla terapia standard. Si è ottenuto un tasso di risposta intorno al 90% nel trattamento delle metastasi da tumore del colonretto rispetto al 20% dei trattamenti tradizionali e questo anche solo con un unico trattamento.
  7. Il futuro?
    Negli ultimi anni si stanno sperimentando nuove alternative terapeutiche alla ricerca di un trattamento efficace contro questo big killer. Tra le opzioni ancora in fase di studio ci sono: vaccini tumorali, nuovi farmaci citotossici, fattori anti-angiogenetici, terapia genica, inibitori dei recettori ormonali.

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