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Uranio impoverito: questione irrisolta

Cristina Mazzantini, N. 6/7 giugno/luglio 2006

Sono 158 i casi di tumore tra i militari italiani nei Balcani mentre alla fine del 2004 erano 99. Questi i dati della relazione annuale del Ministero della Difesa, presentata alla stampa il 4 aprile. E ancora. In Bosnia e Kosovo sono morti 28 soldati. Costoro non hanno perso la vita in operazioni belliche, ma sono deceduti perchè colpiti da malattie inguaribili durante la loro missione nei territori dell’ex Jugoslavia.
In base alle verifiche mediche, le affezioni più diffuse riguardano il tumore alla tiroide (24 casi), il tumore al testicolo (21 casi) e il linfoma di Hodgkin, con 20 colpiti. Dati, questi, certamente allarmanti, confluiti in un “freddo” bollettino di guerra senza che siano specificate le cause di tanti decessi e ammalati. Ma per illustri medici un così elevato numero di patologie neoplastiche in soggetti giovani avrebbe dovuto far sospettare dell’abuso o, meglio, di un uso improprio (senza le dovute protezioni) di munizioni all’uranio impoverito.
Sono passati esattamente quattro anni dall’ultima volta che si è scritto di uranio impoverito e delle sue possibili interferenze sulla salute dei soldati, come su quella dei loro figli. L’articolo, infatti, è stato pubblicato su Prevenzione Tumori nel giugno 2002. Allora, ad attirare la nostra attenzione e quella di molti altri giornalisti fu un drammatico fatto di cronaca: la nascita nel nostro Paese di alcuni bambini “deformi”. Questi neonati, con gravi malformazioni genetiche, erano tutti figli di militari impiegati in Kosovo e in Bosnia. La notizia fu riportata con grande enfasi dalle prime pagine dei giornali e dalle maggiori reti televisive suscitando un certo allarmismo nell’opinione pubblica. All’epoca, fu per primo RaiNews24, un canale televisivo satellitare della Rai, che mandò in onda un accurato dossier in cui si ipotizzava una probabile connessione tra l’uranio impoverito o D.U. (dall’inglese, depleted uranium) e le malformazioni neonatali. In passato, i media nazionali e stranieri avevano suggerito un possibile nesso tra il D.U. e la morte per leucemia di sei soldati italiani (un numero irrisorio rispetto agli attuali 28), che partecipavano alla missione di pace nei Balcani. Per rispondere a quelle accuse, non provate scientificamente, il Ministero della Difesa istituì, il 22 dicembre 2000, una commissione. A presiedere il gruppo di esperti fu nominato il professor Franco Mandelli, celebre ematologo dell’Università La Sapienza di Roma. Alla commissione fu affidato il compito di accertare tutti gli aspetti medico-scientifici dei casi emersi; quindi di verificare la correlazione con il munizionamento dell’uranio impoverito utilizzato nell’area occupata e le patologie, soprattutto quelle tumorali, contratte dai militari attivi in quelle zone di guerra.
I risultati presentati dalle tre relazioni (aprile 2001, maggio 2001, giugno 2002) escludevano un nesso causale tra D.U. e neoplasie maligne, visto il numero irrisorio di tumori ematologici riscontrati, appena 28, su una popolazione di 40.000 soggetti. Va detto che gli esperti si attendevano di trovare almeno 53 militari ammalati di cancro (soprattutto quelli solidi), come da statistica nazionale. I dati, però, forniti dalla “commissione Mandelli” hanno provocato forti perplessità sia fra i diretti interessati (soldati malati e familiari) sia tra gli scienziati (biologi, oncologi, ematologi, fisici, genetisti). Infatti non sono mancati gli oppositori. Tra i più agguerriti, l’Associazione Nazionale Assistenza Vittime Arruolate nelle Forze Armate e Famiglie dei Caduti (ANA-VAFAF), presieduta dal dottor Falco Accame (ex presidente della commissione Difesa della Camera). Questi era soprattutto preoccupato che tali risultati potessero interferire sui possibili risarcimenti ministeriali alle famiglie e ai malati.
Le critiche mosse da Accame, o meglio dall’ANA-VAFAF, alla “commissione Mandelli” sono state essenzialmente due:

  • la partenza da un presupposto sbagliato: il Ministero della Difesa, in quanto parte in causa, non avrebbe dovuto eleggere il “comitato d’inchiesta”. L’organo elettore, essendo “super partes”, sarebbe dovuto essere il Parlamento o, quanto meno, il Ministero della Sanità (attualmente della Salute), visto che è in questione un problema di carattere medico;
  • l’aver commesso un grave errore statistico: ipotizzando come potenziali soggetti esposti alla contaminazione da D.U. gli oltre 40.000 individui facenti parte dell’intero contingente presente nei Balcani. Un numero assai superiore a quello reale che è di circa mille persone a rischio. Quindi, per ottenere delle percentuali statisticamente significative, è molto diverso il rapporto di 1 malato su 40.000 rispetto a 1 su mille.

Le tesi dell’ANA-VAFAF, negli ultimi anni, hanno trovato molti sostenitori nell’ambiente medico scientifico e hanno spinto il governo a interessarsi al problema. Dal 1 marzo 2006 sono state rese pubbliche le conclusioni della sesta Commissione d’inchiesta del Senato sull’uranio impoverito. Il presidente della Commissione, l’allora senatore della Lega Nord Paolo Franco, pur dichiarando alla stampa che "non sono emersi elementi per affermare una responsabilità diretta dell’uranio impoverito", ha ammesso che sono state trovate "nanoparticelle che potrebbero essere state prodotte dall’esplosione dei proiettili". È stata così aperta la strada al risarcimento dei danni subiti dai militari deceduti o ammalatisi per quella che, in questi anni, è stata definita la “sindrome dei Balcani”. La maggioranza ha votato a favore del documento finale e l’opposizione si è astenuta.
Le conclusioni della Commissione, accogliendo alcuni emendamenti dell’opposizione, sono state una sorta di compromesso che ha reso possibile una riapertura del caso “uranio impoverito”, altrimenti il problema sarebbe stato definitivamente archiviato e “assolto”. Si è anche sottolineato l’indispensabile proseguimento dell’attività della Commissione nella prossima legislatura.
L’avvocato Angelo Fiore Tartaglia, che patrocina le cause penali e civili, ha espresso "grande soddisfazione perché l’inquinamento ambientale diventa, insieme all’uranio e ad altri fattori, una concausa dell’insorgere delle malattie. Si avalla quindi la tesi sostenuta dal nostro studio legale". Tutte le famiglie dei militari deceduti hanno firmato le querele per avviare le cause penali, decidendo inoltre di costituirsi come parte lesa. Si registrano novità anche per i poligoni di tiro. "Deve essere imposto un sistema di registrazione che descriva, prima e dopo ciascuna esercitazione o sperimentazione, in modo analitico, il materiale oggetto dell’attività. Un’analisi del rischio, inoltre, deve essere presentata al momento della registrazione", ha concluso l’avvocato Tartaglia.
Al rappresentante legale delle Associazioni dei militari ammalati e dei loro familiari ha risposto l’ex senatore Lorenzo Forcieri, vicepresidente con Michele Bonatesta della commissione parlamentare: "Vi saranno raccomandazioni per futuri approfondimenti sia sulle probabili cause dell’insorgere di effetti anomali di patologie tumorali, che riguardano l’uranio impoverito, sia sulle condizioni ambientali, con le nanoparticelle sprigionate dalle esplosioni di molti tipi di ordigni e poi da mix di vaccini iniettati prima delle missioni. Vi saranno proposte per individuare un modo appropriato di risarcimento per danni alla salute subiti e anche un consiglio per la revisione dell’uso dei poligoni di tiro in Sardegna, che interessa la popolazione civile", ha chiarito il senatore Forcieri. "I lavori parlamentari, che spero continuino, rappresentano un ulteriore passo dopo la commissione Mandelli, istituita nel 2001, per calcolare l’incidenza delle forme tumorali nella popolazione militare e il programma di Signum ideato per monitorare la situazione delle truppe in Iraq", ha proseguito l’esperto. "Le cause della “sindrome dei Balcani” (o del Golfo, com’è stata definita dai reduci americani e britannici del ’91), non sono dunque legate solamente all’uranio impoverito o “metallo del disonore”, come è stato chiamato, ma a un insieme di concause o “eziologia multicausale”. Come del resto sostiene una vasta letteratura medico-militare che non ha finora definito in modo conclusivo il grado di responsabilità del D.U.". Di recente il Pentagono ha riconosciuto la battle fatigue, “stress da battaglia”, come responsabile di patologie tumorali dovute a origini psicofisiche. Mentre in Italia l’avvocatura dello Stato ha riconosciuto la validità delle richieste di risarcimento di alcuni militari per danno biologico.
E ancora. L’uranio impoverito, usato dalle industrie militari come materiale per aumentare le capacità d’impatto dei proiettili dei cannoni, danneggia il DNA degli organismi viventi perché è un metallo pesante, anche se ormai non è più radioattivo. Sono queste le conclusioni di uno studio pubblicato sulla rivista “Mutagenesis and Molecular Carcinogenesis” da un gruppo di ricercatori dell’Università dell’Arizona settentrionale, guidati da Diane Stearns. In analisi di laboratorio, i ricercatori hanno dimostrato che, quando le cellule sono esposte all’uranio, questo si lega al DNA causando delle mutazioni e cambiando il codice genetico stesso. In questo modo il DNA produce le proteine sbagliate e in certi casi può favorire l’insorgenza del cancro. Secondo la Stears queste scoperte hanno implicazioni notevoli per la salute di chi vive nei pressi di miniere abbandonate di uranio (ce ne sono molti in Arizona, soprattutto nella popolazione dei Navajos), dove tale metallo pesante può avere contaminato le falde acquifere, e anche per i militari che usavano armi con proiettili anticarro al D.U..

Tumori orali diagnosticabili con test saliva
Un semplice test batteriologico del cavo orale potrebbe diventare un esame per uno screening precoce della forma più comune di cancro orale. Infatti Donna Mager del Forsyth Institute di Boston ha trovato che i tre ceppi batterici C. gingivalis, P. melaninogenica e S. mitis, sono spesso associati al carcinoma delle cellule squamose o altre forme del cancro del cavo orale e oro-faringeo. Questo studio mette in luce la possibilità di screening precoci per prevenire la malattia, basati su semplici test della saliva, come è spiegato sul Journal of Traslational Medicine. Gli esperti hanno lasciato emergere questa possibilità confrontando i risultati del test della saliva di due gruppi di individui, malati e sani, e rilevando nei primi una frequenza significativamente più alta di infezioni batteriche.
In base a stime dell’American Cancer Society, si pensa che alla fine del 2006 saranno più di 30.000 le nuove diagnosi di cancro orale e oltre 8.000 le vittime solo negli Stati Uniti. Una misura preventiva di così facile accesso, come il test della saliva, potrebbe abbassare l’incidenza di queste neoplasie, nonché migliorare la sopravvivenza (del 59% a cinque anni dalla diagnosi) che spesso risente di diagnosi tardive.
Sui motivi dello stretto rapporto, evidenziato tra cancro e infezioni del cavo orale, gli esperti non si pronunciano, pur osservando che alcune infezioni batteriche sono conosciute per favorire altri tipi di tumore e che il cancro orale potrebbe non fare eccezione. Ma è presto, ammettono, per dire se le infezioni siano un fattore di rischio per il cancro stesso ove, invece, sia la malattia a favorirle modificando la chimica della bocca.

Un test per i tumori del cavo orale
Se ne sente parlare poco, ma i tumori del cavo orale sono fra i più frequenti, soprattutto nel sesso maschile. Per quanto non sia facile distinguere accuratamente le differenti sedi del tumore maligno del cavo orale (lingua, ghiandole salivari, gengive, pavimento della bocca e palato) e della faringe (orofaringe, rinofaringe e ipofaringe), in Italia questo tipo di neoplasia colpisce ogni anno circa 8,2 persone per 100.000 uomini e 2,8 nelle donne. Purtroppo solamente la metà circa di questi viene diagnosticato nelle fasi iniziali, quando la terapia offre una percentuale di guarigione fra l’80 e il 90%.
Per questo, da anni, gli scienziati sono alla ricerca di un marcatore che segnali la presenza di una degenerazione tumorale fin dai suoi primissimi stadi. Oggi sembrano esserci riusciti. A darne notizia è stato David Wong dell’Università della California di Los Angeles (UCLA) al Congresso dell’Associazione americana per la ricerca odontostomatologica, svoltasi a Orlando, in Florida. Wong e colleghi hanno infatti individuato sette molecole di RNA che sono reperibili a livelli più elevati del normale in persone portatrici di tumore al cavo orale. Dalle prove finora eseguite risulta che l’accuratezza di tale test messo a punto all’UCLA è dell’85%.

Utero: primo vaccino anticancro
Già dal prossimo anno sarà disponibile in Italia il primo vaccino al mondo contro i tumori del collo dell’utero, la seconda causa di morte nella donna dopo il cancro della mammella (ogni giorno muoiono 6 persone per questo motivo nel nostro Paese). La notizia è stata comunicata nel corso delle “XXIII Giornate Farmaceutiche Pisane”, svoltesi a Tirrenia, da parte di Daniel Jacques Cristelli, amministratore delegato della Sanofi-Pasteur, la ditta francese che ha sottoposto alla vaccinazione oltre 12.000 donne con un’altissima percentuale di successo.
L’importanza della scoperta risiede nelle cause dell’infezione: il papilloma virus è assai comune, coinvolge il 70% della popolazione e si trasmette facilmente attraverso il rapporto sessuale. La fascia di età più colpita è tra i 18 e 28 anni.
"Essenziale, allora, è la prevenzione", ha sostenuto il professor Antonio Perino, docente di Ginecologia e Ostetricia all’Università di Palermo e coordinatore della sperimentazione clinica in Italia. "La vaccinazione, da effettuarsi prima dell’inizio dell’attività sessuale, potrebbe evitare la trasformazione dell’infezione in carcinoma e salvare quindi tante donne dal tumore e da una morte molto probabile. Si tratta di un prodotto assolutamente sicuro, senza effetti collaterali e in grado di produrre, attraverso tre somministrazioni nell’arco di sei mesi, difese immunitarie cento volte superiori a quelle ottenibili dopo le infezioni".
Si tratta di un vaccino tetravalente che agisce contro i 4 più diffusi tipi di papilloma e in tal modo rappresenta una valida profilassi anche verso l’insorgenza dei condilomi acuminati, lesioni della pelle e delle mucose genitali che, se non mortali, certo sono molto fastidiose e guaribili con lunghe terapie.
"Un programma di informazione e di orientamento attraverso l’esecuzione del pap-test", ha spiegato sempre il professor Perino, "è già partito al livello di strutture sanitarie ma molto rimarrà ancora da fare. Il discorso sulla tutela della salute è paragonabile alla vaccinazione contro la rosolia nelle giovani, per evitare eventuali malformazioni fetali. Qui la dimensione è superiore, dato l’enorme numero di possibili casi".

Tumori: a Firenze un centro di ricerca internazionale
Aumenta l’incidenza ma diminuiscono le morti: in Toscana la sopravvivenza a 5 anni per tutti i principali tumori varia dal 43 al 59%. Grande merito di questo importante progresso lo si deve alla ricerca clinica, settore in cui l’Istituto Toscano Tumori (ITT) si sta distinguendo con iniziative di rilievo internazionale. L’ultima in ordine di tempo è la nascita di un nucleo di ricerca altamente specializzato, il Core Research Laboratory (CRL), che comprende 25 giovani ricercatori provenienti anche dall’estero.
"Il CRL", ha spiegato il professor Lucio Luzzato, direttore dell’Istituto Toscano, "cercherà di capire qualcosa in più sul cancro. Lo farà attraverso lo studio in particolare dei meccanismi di invasività tumorale e di metastatizzazione, dei meccanismi di riparazione del DNA, della traduzione di segnali nei tumori, delle mutazioni in relazione al rischio di sviluppare la malattia, degli effetti delle radiazioni e dei farmaci a livello genomico". Sui risultati di questi studi si fonda la speranza di ulteriori progressi sia per quanto riguarda la comprensione della malattia, approcci diagnostici innovativi, sia soprattutto nella messa a punto di terapie geniche e di farmaci sempre più specifici e selettivi. "L’ITT", ha aggiunto il professor Amunni, direttore operativo dell’Istituto, "intende integrare l’attività del Core Research Laboratory con quella di tutti i gruppi che nella Regione Toscana già svolgono ricerca sul cancro. A questo proposito è già prevista la creazione di laboratori satellite a Siena e a Pisa e l’istituzione di un Centro di Sperimentazioni Cliniche Controllate che possa dare a tutti i ricercatori clinici il necessario supporto di epidemiologia e biostatistica".

Indirizzi utili
Azienda ospedaliero-universitaria Careggi
Viale Pieraccini 17 - 50139 Firenze
Centralino: 055.794111 Prenotazioni/informazioni: 840 003003
www.ao-careggi.toscana.it
oncologia medica ginecologica - Prof. Gianni Alunni tel. 055.7947594

Azienda Sanitaria Ospedaliera San Giovanni Battista (Molinette)
Corso Bramante 88/90
10126 Torino
Centralino: 011 633163 Prenotazioni/informazioni: 011.633.2220-5906
www.molinette.piemonte.it

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