Piccoli esercizi “riposanti”
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Una cura dolce per la schiena

Silvia Bombelli, N. 6/7 giugno/luglio 2006

Microesercizi analgesici. Ecco il segreto del metodo fisioterapico McKenzie che insegna ad auto-curarsi la colonna vertebrale per una maggiore consapevolezza di sé.

Piccoli esercizi “riposanti”
Per recuperare una migliore qualità di vita si possono utilizzare molte tecniche riabilitative motorie e di riequilibrio posturale, rilassamento profondo, terapie massoterapiche e tecniche respiratorie. Tra queste, utilizzata e apprezzata anche da persone perfettamente sane per prevenire l’insorgere di dolori e contratture a carico dell’apparato osteo-articolare, e particolarmente indicata per malati e convalescenti grazie alla non invasività e alla delicatezza che la contraddistingue, va citata la disciplina McKenzie, utile, piacevole e adatta a tutti. Anche ai pazienti oncologici, fatto salvo naturalmente il necessario parere del medico. Infatti, come spiega il dottor Franco De Conno, direttore della divisione di Riabilitazione, Terapia del Dolore e Cure Palliative all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, "per il paziente oncologico tenersi in forma è importante, ma dipende molto dalla fase di malattia, dallo stato psicologico del paziente e dalle complicanze connesse a radioterapia e chemioterapia (astenia, “fatigue”, alterazioni emocromo, alopecia, manifestazioni neurovegetative ecc.). Alla fine dell’iter terapeutico l’allenamento fisico può diventare importante per scaricare le tensioni e riprendere una normalità di vita ed eventualmente ovviare agli esiti dell’intervento stesso. Nell’immediato post-operatorio (interventi demolitivi) l’attività fisica è rappresentata dagli interventi riabilitativi individualizzati, atti al recupero della funzionalità deficitaria. Solo in un secondo momento il paziente potrà eventualmente proseguire da solo l’attività fisica indicatagli".

Il metodo McKenzie
Il metodo McKenzie, comunque, è una specie di meditazione in movimento, o meglio una coreografia di piccoli esercizi che non si effettuano in debito d’ossigeno e che quindi comportano uno sforzo minimo amplificando però al massimo la percezione di sé con relativo relax indotto. L’ha inventato il fisioterapista neozelandese Robin McKenzie per diagnosticare e curare i disturbi muscolo scheletrici e osteoarticolari e, come tante invenzioni originali, anche questa è nata per caso, quando nello studio di McKenzie si presentò un paziente con dolori che partivano dalla zona lombare e che le terapie tradizionali non avevano alleviato. Mr McKenzie lo invitò a sdraiarsi a pancia in giù sul lettino. Si era dimenticato, però, di sistemare lo schienale in posizione orizzontale. Con grande stupore trovò il paziente disteso con la schiena sensibilmente inarcata all’indietro, posizione a quei tempi considerata proibita per chi soffre di lombalgia. Eppure l’uomo, raggiunto dopo qualche minuto da McKenzie, disse che da quando si era sdraiato il dolore era completamente scomparso.

La sua diffusione
Comiciò così il rivoluzionario studio di McKenzie sulle flessioni ed estensioni calibrate della colonna (rispettivamente piegamenti in avanti e indietro), prima come antidolorifico e poi come vero e proprio indicatore per la diagnosi.
Nel giro di pochi anni fondò una scuola, il McKenzie Institute, che fino ad oggi ha formato migliaia di medici e fisioterapisti (le uniche categorie ammesse al corso) in tutto il mondo. Solo in Italia sono circa 3.000 e sempre più spesso alla sede ufficiale di Milano giungono richieste di consulenze specifiche da parte di ospedali, specialisti e addirittura aziende sanitarie locali per la formazione di personale specializzato sul territorio. Nel Regno Unito e in Danimarca, addirittura i Ministeri della Salute locali caldeggiano il suo utilizzo perché riduce sensibilmente la spesa pubblica evitando il ricorso ad esami invasivi e a farmaci.

La diagnosi
"L’aspetto più geniale del metodo McKenzie è quello di aver ribaltato i canoni della fisioterapia classica, che considerava un tabù l’estensione della schiena nella parte dolorante, e di aver ideato un procedimento di diagnosi chiaro ed efficace", spiega Alessandro Aina fisioterapista diplomato MDT (il più alto livello di formazione del McKenzie Institute) che pratica e insegna la disciplina in Italia.
Il primo passo consiste nel capire qual è la fonte del dolore. Se dipende esclusivamente da fattori infiammatori (malattie reumatiche o traumi nella fase acuta) non spetta al fisioterapista McKenzie intervenire. Se invece la causa originaria è meccanica, ovvero qualche punto della colonna è fuori posto, si passa alla fase due. Facendo eseguire una serie di piccoli movimenti al paziente e registrandone le reazioni (sollievo, fastidio, male acuto) si prosegue per successivi aggiustamenti in modo da individuare il punto esatto in cui si origina il dolore e comprendere il perché.

Le cause del dolore
La causa più frequente è denominata derangement ed è correlata a uno spostamento anomalo del nucleo vertebrale, una sorta di gel che regola l’ammortizzazione dei dischi durante i movimenti. Nei casi estremi può anche fuoriuscire dal disco originando un’ernia.
La seconda è detta sindrome da disfunzione (tipica nella fase post trauma o in età avanzata) e dipende dal prolungato mancato utilizzo nel tempo, di certi movimenti. Il corpo li dimentica e si adatta assumendo nuovi equilibri: deformando l’assetto vertebrale.
Infine il dolore può originarsi anche in una colonna sana, ma mal utilizzata. I difetti posturali concorrono anche a peggiorare i sintomi dovuti alle precedenti situazioni.

Gli esercizi di medicamento
Chiarito il quadro delle cause, il fisioterapista McKenzie costruisce insieme al paziente una scaletta di semplici esercizi, da effettuare autonomamente per un periodo stabilito. Glieli illustra, spiegando esattamente a cosa serve ciascuno e perché va fatto in quella tal maniera, mostrando anche disegni e miniature di colonne vertebrali basculanti (con tanto di dischi e nervi spinali). L’invito all’ascolto del dolore e delle tensioni muscolari che cambiano, per la costruzione di un piano di esercizi ad hoc, danno al paziente un ruolo attivo nell’affrontare il suo disturbo. Per questo, il metodo McKenzie si può considerare una vera e propria terapia interattiva.
A sintomo uguale ciascuno risponde a modo suo. Individuare subito una cura mirata accorcia i tempi di guarigione, anzi di autoguarigione. L’idea di curarsi da soli avendo imparato come si è fatti dentro e cosa c’è da “riparare” è un grosso incentivo psicologico. Non per niente lo slogan del McKenzie Institute è il detto di Confucio che recita così: "Dimmelo. Me lo dimenticherò. Mostramelo. Probabilmente me ne ricorderò. Ma coinvolgimi e lo comprenderò".
I micromovimenti, che vanno svolti secondo una sorta di tabella “omeopatica” (ricorso frequente ai rimedi, ma in piccole dosi), evitano fenomeni infiammatori e abituano lentamente la zona sofferente alla cura. La riabilitazione è quindi tenace quanto delicata.

Il fai da te e 4 esercizi esemplificativi.
"Il mal di schiena e i disturbi ad esso correlati - continua Aina - nel 50% dei casi passano da soli nel giro di una settimana. La percentuale quasi raddoppia se si pazienta due mesi. Il problema è che tendono a tornare. Quindi la terapia serve non solo ad accelerare i tempi di recupero, ma anche a prevenire le ricadute". Se le cause del malessere non sono anomale (vedi box) è possibile effettuare gli esercizi base del metodo autonomamente, cioè senza sottoporsi a una visita preventiva. Chiaramente, a seconda dei casi, l’impegno di autocura necessario è variabile.
Ecco qualche semplice esercizio per la schiena da effettuare lentamente, respirando a fondo, cercando di trarre il maggior piacere possibile dagli stiramenti e di osservare come ossa, muscoli e articolazioni rispondono alla sollecitazione.
Gli esercizi vanno ripetuti 4 volte al giorno in serie da 6 ripetizioni con l’obiettivo di aumentare gradualmente (cioè solo fin dove si arriva senza fastidio) la profondità della flessione o dell’estensione.
Man mano il dolore diminuisce o si centralizza, si focalizza cioè nel punto in cui si origina a livello della colonna vertebrale, a causa del “difetto” di meccanica vertebrale senza diffondersi lungo schiena, gambe e braccia attraverso le terminazioni nervose.

  1. Seduti sul bordo di una sedia con le mani sulle cosce flettete il tronco in avanti, liberate le braccia e il collo per portare le mani al pavimento e gradualmente, per aiutarvi a raggiungere il massimo grado di flessione, agganciatele alle caviglie tirando il busto all’ingiù. Mantenete la posizione qualche secondo e tornate alla posizione di partenza.
  2. Distendetevi sulla schiena con le ginocchia piegate e i piedi ben poggiati a terra. Portate le ginocchia al petto tirandole delicatamente ma con decisione verso di voi senza sollevare la testa. Dopo un paio di secondi tornate nella posizione di partenza sempre a gambe piegate.
  3. Sdraiati a pancia in giù rilassate i muscoli dorsali, piegate le braccia e poggiate le mani davanti alle spalle e spingete il tronco in alto fin dove il dolore ve lo permette, senza forzare e mantenendo cosce e glutei rilassati. Mantenete la posizione due secondi. L’obiettivo è quello di raggiungere la massima estensione della schiena (braccia dritte) mantenendo l’incurvatura un po’ più a lungo.
  4. In piedi, dritti a gambe leggermente divaricate e con le mani appoggiate sopra le reni estendete la schiena all’indietro facendo leva sulle mani e mantenete la posizione 3 secondi rilassando collo e addome.

Il metodo McKenzie
Una seduta McKenzie costa circa 60 euro e in media bastano poche sedute per ottenere diagnosi e menù di esercizi per la fase acuta, il mantenimento e la prevenzione.
Per informazioni sui recapiti dei fisioterapisti e medici che hanno effettuato la formazione McKenzie ci si può rivolgere a The McKenzie Institute Italia tel. 02.29536191 (www.mckenzie-italia.com).
Per mantenere una corretta postura anche da seduti o sdraiati i fisioterapisti McKenzie consigliano l’utilizzo di cuscinetti di sostegno da fissare allo schienale della sedia, al sedile di guida all’altezza delle lombari oppure per sollevare leggermente la zona cervicale o i fianchi durante il sonno.
Per provare si può arrotolare un asciugamano e sistemarlo tra schienale e lombi. I rotoli originali McKenzie sono commercializzati, insieme ai manuali di esercizi, da Spinal Pubblications (tel. 02.93180591).


Fai da te solo se… quiz per capire di che mal di schiena sei.

Gli esercizi base del metodo McKenzie si possono effettuare anche senza preventiva visita specialistica. Sono quelli indicati nei volumi “Prendersi cura del proprio collo” e “Prendersi cura della propria schiena” scritti da Robin McKenzie e tradotti in italiano. Per una consapevole autodiagnosi tenete conto che il consulto del medico è necessario se rientrate in uno dei seguenti casi.

per problemi relativi all’area cervicale
Se i dolori arrivano fino al polso o alla mano e avete un formicolio o intorpidimento alle dita e/o perdita di forza.
Se i problemi al collo sono insorti in seguito a un recente grave incidente.
Se recentemente avete avuto mal di testa, in tal caso sarebbe opportuno un controllo della vista.
Se avete forti cefalee, insorte senza alcuna ragione plausibile, che non svaniscono mai e peggiorano gradualmente.
Se avete seri attacchi di cefalea accompagnati da nausea e vertigini.

per quelli relativi all’area lombare
Se avvertite un forte dolore alla gamba che si estende sotto il ginocchio e avete una sensazione di intorpidimento, debolezza o vi sembra di avere degli aghi nei piedi e nelle dita e/o perdita di forza.
Se i vostri problemi alla schiena sono una conseguenza di un grave incidente avuto di recente.
Se a seguito di un episodio recente di forte lombalgia avete avuto problemi alla vescica.
Se, oltre alla lombaggine, vi sentite poco bene in generale.BOX

Il nuovo hospice all’Istituto dei Tumori di Milano e l’importanza delle cure palliative
Lo scorso aprile la Fondazione Floriani dell’Istituto Nazionale Tumori ha inaugurato il suo hospice, ovvero una di quelle strutture residenziali dedicate al ricovero e alla degenza dei malati che necessitano cure non erogabili a domicilio. Quando l’impegno per la famiglia è troppo gravoso e la sintomatologia diventa difficile da gestire a casa, i malati possono chiedere aiuto a uno degli hospice presenti sul territorio, che pur lavorando con grande efficienza e spesso grazie anche all’amorevole contributo di volontari qualificati, sono numericamente insufficienti a coprire la domanda. È un segno importante e positivo, però, che proprio all’Istituto Nazionale Tumori di Milano sia stato possibile aprirne uno, attrezzatissimo e molto confortevole, nella speranza che siano stanziati fondi pubblici per creare altre residenze protette di questo tipo.
Dove si beneficia anche delle cure palliative, quelle che l’OMS definisce come "la cura totale prestata alla persona affetta da una malattia che non risponde più alle terapie utilizzate per raggiungere la guarigione". Si tratta cioè di tutte quelle pratiche e quelle attenzioni pensate per massimizzare il benessere corpo-mente dei pazienti e della famiglia. Si tratta di un’esigenza sempre più sentita perché - come spiega il dottor Franco De Conno - "la riabilitazione oncologica ha acquisito sempre maggiore visibilità e importanza lasciando il ruolo di subordinarietà rispetto ai trattamenti più “oncologici”, chirurgia, chemioterapia, radioterapia, per diventare parte integrante del piano di trattamento del paziente con cancro. Questo grazie a un continuo lavoro di informazione e sensibilizzazione di chirurghi, radioterapisti e oncologi, da parte di noi riabilitatori e grazie a una progressiva attenzione alle problematiche funzionali dei pazienti da parte di tutta la classe medica. Inoltre, il prolungamento della vita media e la maggiore sopravvivenza dei pazienti neoplastici, insieme alle recenti acquisizioni nella prevenzione e nella diagnosi precoce, hanno portato a una maggiore richiesta di benessere da parte del paziente e di conseguenza hanno aumentato la domanda di riabilitazione e di cure palliative". Per esempio, per contenere i danni a carico di strutture muscolari, ossee, nervose, vascolari indotti dalla chirurgia e dalla radioterapia. Ruolo fondamentale delle cure palliative, dunque, è quello di prevenire e lenire, di recuperare le funzioni lese, contenere gli esiti cronici, acquisire una nuova consapevolezza psicofisica e mantenere la più alta qualità di vita possibile.
"Indirizziamo il trattamento - continua il dottor De Conno - al recupero delle complicanze post-chirurgiche e post-attiniche (limitazioni articolari, dolore, fibrosi cutanee, deficit neurologici), alla prevenzione della fatigue da chemioterapia e dei danni legati all’allettamento (astenia, retrazioni e contratture muscolari, posture scorrette, alterazioni della dinamica respiratoria, deficit circolatori periferici, danni neurologici, alterazioni minzionali e della funzione intestinale), al mantenimento del tono e del trofismo muscolare (nei casi di demolizioni muscolo-tendinee o di irradiazione di articolazioni o di ampi comparti muscolari), al recupero di posture e pattern deambulatori corretti (come nelle ricostruzioni mammarie con espansori o lembi muscolari, nei sarcomi degli arti), alla prevenzione degli esiti cronici (linfedema, alterazioni posturali, dolori cronici)". Nei pazienti con prognosi sfavorevole, invece, vengono programmati interventi palliativi mirati ad evitare l’allettamento e i danni ad esso conseguenti (ulcere da decubito, dolore da cattiva postura, complicanze respiratorie e circolatorie) e a mantenere l’autonomia anche nelle fasi terminali per garantire una morte dignitosa al paziente.

Il dottor Franco De Conno
Franco De Conno, medico, nato a Milano nel 1948, è direttore della divisione di riabilitazione, terapia del dolore e cure palliative all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano nonché vice direttore dell’OMS Collaborating Center for Cancer Pain Relief di Milano, presidente della Rete di Ricerca dell’Associazione Europea di Cure Palliative, direttore onorario dell’Associazione Europea di Cure Palliative, direttore della Scuola di Formazione e Aggiornamento in Medicina Palliativa presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Dal 2001 è membro del Royal College of Physicians.

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