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Contro il cancro alla prostata e all'ovaio parte il progetto "Avis dona salute"

Vera Lanza, N. 10 ottobre 2010

Una ricerca sperimentale per leggere attraverso il sangue, con un test, i segnali iniziali del tumore alla prostata e all’ovaio. È il progetto Avis Dona Salute, la prima ricerca scientifica sui biomarcatori tumorali condotta su soggetti sani, che aprirà nuove frontiere nella lotta al cancro alla prostata e all’ovaio permettendo di leggere con maggiore anticipo e precisione i segnali della malattia. Tutto questo sarà possibile grazie ad un parametro nuovo, quello di “accelerazione”, sulla base del quale si potranno elaborare nuovi test diagnositici validi a livello mondiale. Si tratta del progetto di ricerca e prevenzione Avis Dona Salute, che oltre a una maggiore conoscenza dei marker tumorali porterà anche alla nascita di una biobanca, con sede a Venezia, unica nel suo genere e con circa 1.200.000 campioni a disposizione della ricerca. Il progetto, completamente italiano, offrirà anche, a chi donerà il sangue per la ricerca, circa 15.000 donatori, la possibilità di avere, gratuitamente, consulti e visite urologiche e ginecologiche. Nel corso dei 4 anni di monitoraggio, si stima che verranno effettuate circa 20.500 visite urologiche, 10.200 visite ginecologiche e 15.400 visite di check-up.

Il progetto
I lavori prenderanno il via tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 e dureranno 5 anni: quattro per la raccolta e analisi dei campioni e uno per l’elaborazione dei dati. Il costo del progetto è di circa 25 milioni di euro, di cui la maggior parte sarà raccolta tra soggetti privati, e coinvolgerà circa 15.000 donatori tra i 40 e i 60 anni, di cui 10.000 uomini e 5.000 donne. Si prevede che la distribuzione dei donatori a livello regionale sarà la seguente: il 26,2% dalle regioni del nord ovest, il 24,4% dalle regioni del Centro, il 18,7% dal nord est e l’11.5% dalle isole. Non è un caso se alla conferenza stampa di presentazione ha partecipato anche la Guardia di Finanza, rappresentata dal colonnello medico Angelo Giustini, direttore di sanità del comando generale della guardia di finanza. Le fiamme gialle hanno infatti aderito al programma.
Saranno proprio 700 finanzieri di età tra i 40 e i 60 anni, non abituali donatori, a costituire l’ulteriore panel di controllo del progetto. Il coinvolgimento della Gdf è stato possibile a partire dalla convenzione che fin dal 2001 è stata stretta tra il comando regionale veneto della Gdf e la ULSS 12 Veneziana. «Siamo onorati di aderire a questa iniziativa – ha detto il colonnello Giustini – e di dare il nostro contributo alla ricerca e alla prevenzione, che soprattutto in campo oncologico è fondamentale. Ben vengano tutte le iniziative che vanno in questa direzione». Avis Dona Salute è stato presentato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dalla Fondazione ABO - Applicazione delle Biotecnologie in Oncologia, da AVIS, LILT e dalle tre società scientifiche che, in rappresentanza del mondo urologico e ginecologico, sono parte integrante del progetto: SIUrO - Società Italiana di Urologia Oncologica, SIGO - Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia e AGEO -Associazione Ginecologi Extra Ospedalieri. Al progetto collaborano anche la ULSS 12 Veneziana e il Cribt - Centro Indicatori Biochimici di Tumore. Il progetto ha il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero della Salute e della Regione Veneto. Obiettivo della ricerca è quello di individuare l’insorgere del tumore con esattezza e soprattutto con maggiore precocità. Lo studio si concentrerà in maniera specifica sulle oscillazioni dei biomarcatori ‘PSA’ per la prostata e, per l’ovaio, su "CA125 e HE4": quest’ultimo è un biomarcatore specifico ma ancora poco utilizzato che permetterebbe di individuare l’insorgere del tumore. I marcatori fanno parte degli strumenti disponibili per determinare il rischio tumorale. Si tratta di molecole che, se presenti o assenti nel sangue, permettono di capire quando una persona è a rischio di sviluppare un determinato tipo di tumore. Questa ricerca, tutta italiana, di studiare il “comportamento” dei biomarcatori nelle persone sane ed il loro eventuale cambiamento nel tempo, persegue un obiettivo di straordinaria importanza: capire meglio i segnali premonitori del cancro, per poter approntare un’efficace prevenzione. Oggi questo non è ancora possibile. Una efficace prevenzione significa garantire una più lunga e migliore qualità della vita. Oggi, nel 70% dei casi, si arriva alla diagnosi di tumore all’ovaio quando è troppo tardi per intervenire. In Italia ne vengono colpite 5.000 donne l’anno, 2.700 muoiono. Il picco di incidenza è tra i 55 e i 65 anni. La sopravvivenza nella maggior parte dei casi è inferiore ai 5 anni. E il tumore alla prostata rappresenta la più frequente neoplasia maligna e la terza causa di morte per cancro nell’uomo con un’incidenza del 12%, superiore a quella del polmone (10%). Globalmente in Italia si registrano circa 43.000 casi l’anno, con 9.000 decessi: 24 al giorno. Ogni uomo che abbia compiuto i 45 anni viene considerato a rischio ma le probabilità di ammalarsi aumentano con l’età: a 40 anni sono 1 su 10mila, tra i 60 e gli 80 è di un caso su 8. Eppure solo il 22% dei maschi italiani tra i 50 e i 70 anni conosce il test PSA. Al contrario di quanto avviene per il cancro all’ovaio chi si ammala di tumore alla prostata ha mediamente il 70% delle possibilità di sopravvivere a 5 anni dalla diagnosi. «Misureremo i marcatori in modo dinamico analizzando le variazioni nel tempo fra tutti i valori disponibili per ogni persona», ha spiegato Massimo Gion, direttore scientifico della Fondazione ABO. «L’obiettivo è registrare le variazioni di queste sostanze su lungo periodo e di capire in che modo l’accelerazione della produzione sia legata a un tumore o a un normale processo fisiologico. Se avremo i risultati sperati avremo anche un modello da seguire per esplorare nuove frontiere nelle strategie diagnostiche di molti altri tipi di tumore». Per spiegare il concetto Gion ha fatto un esempio. «Pensate a una montagna con due crepe: una fessurazione di valore 10 e una di valore 4: il primo pensiero è che la montagna più a rischio sia la prima. Se avessimo immagini scattate con periodicità nei 5 anni precedenti, che dimostrano che la fessurazione di valore 10 è rimasta sempre uguale e che invece la fessurazione 4 era di valore 0,5 nel 2006, 2 nel 2008 e di valore 3 nel 2009, non vi è dubbio che il pericolo maggiore sia rappresentato da quest’ultima».
Come hanno sottolineato i ricercatori, Avis Dona Salute è al con-tempo anche un grande progetto di prevenzione: i donatori Avis che aderiranno donando una parte del loro sangue per la ricerca saranno infatti monitorati per 4 anni e potranno usufruire di visite specialistiche gratuite presso i centri Lilt, i ginecologi e gli urologi del territorio permettendo un monitoraggio sull’adesione della popolazione ai programmi di prevenzione. A tutti coloro che vorranno aderire al progetto sarà garantita la massima privacy, i codici verranno infatti “craccati” solo nel caso in cui i valori dei biomarcatori evidenziano andamenti tali da far ritenere probabile lo sviluppo di un tumore e dunque nel superiore interesse della salute e della vita del donatore. «La prima fase operativa di Avis - ha spiegato Pasquale Spagnuolo responsabile delle politiche sanitarie di Avis Nazionale
-sarà quella di definire, nel rispetto dell’autonomia di ciascuna sede territoriale e in accordo con queste, il modello operativo di adesione al progetto. Per questo intanto è stato istituito un comitato ristretto che avrà il compito di verificare e di controllare il progetto sotto il profilo bioetico. Questo per una maggiore garanzia di tutela dei donatori che vorranno aderire a questa iniziativa. Poi, nel giro di un mese circa, le regioni potranno scegliere di aderire al progetto. Non è la prima volta che Avis aderisce a progetti di ricerca che vedevano coinvolta la struttura associativa e/o il singolo donatore. Quest’ultimo progetto ha il merito di portare all’attenzione dei donatori e delle donatrici la prevenzione e il monitoraggio su neoplasie urologiche e ginecologiche. È una ricerca longitudinale che ha una valenza positiva».

Il percorso del donatore. Chi può aderire?
Avis ha circa 1.400.000 donatori abituali che fanno riferimento a differenti centri dislocati su tutte le regioni del territorio nazionale. Alcuni di questi centri, dotati di specifici requisiti, parteciperanno al progetto. L’obiettivo è quello di raccogliere i campioni reclutando almeno 3 centri Avis per ciascuna macroregione (nordest, nordovest, centro, sud e isole). Questi centri Avis informeranno i propri donatori, di età compresa tra i 40 e i 60 anni, della possibilità di aderire ad ‘Avis dona salute’ mettendo a disposizione i propri campioni di sangue che verranno analizzati e conservati in una apposita banca dei derivati del sangue raccolti con procedure standardizzate con sede a Venezia.

La prevenzione
Cavallo di battaglia della Lilt (Lega italiana per la lotta contro i tumori), da sempre, è la prevenzione. Questa è fondamentale per battere i tumori, eppure tra gli italiani ancora non c’è sufficiente attenzione e sensibilità verso queste patologie e in particolare per le neoplasie urogenitali. Come spiega Francesco Schittulli, presidente nazionale Lilt, le campagne di corretta informazione hanno contribuito notevolmente, ma occorre rafforzare le iniziative per diffondere la cultura della prevenzione, per coinvolgere il maggior numero di cittadini. «Oggi il mondo femminile è più attento alla cura della propria salute, rispetto agli uomini che invece si ammalano di più perché sono meno inclini a seguire un corretto stile di vita, frequentano medici e ambulatori solo quando i sintomi della malattia si manifestano in modo che non possono essere più ignorati. Servono, per questo, campagne di informazione sempre più mirate e incisive. Alcune regole - continua Schittulli -potrebbero impedire di ammalarsi in 40 casi su cento: evitare il tabacco e il fumo passivo, limitare il consumo di alcol, fare attività fisica, evitare l’esposizione eccessiva al sole, seguire una sana alimentazione. Solo due esempi: la corretta alimentazione - il cui modello per eccellenza è la dieta mediterranea - è purtroppo costantemente trascurata e minacciata dal modo di vivere quotidiano della nostra sviluppata società; e, ancora, il fumo. Il tabacco è stato riconosciuto responsabile del 30% di tutti i tumori, ma gli ultimi dati ci dicono che attualmente nel nostro Paese fumano più di 11 milioni di persone. L’analisi dei dati di diffusione e di adesione ai programmi di screening ha indicato che, in media, solo il 50% della popolazione italiana attua forme di prevenzione secondaria, vale a dire diagnosi precoce. Inoltre l’adesione ai programmi di screening nelle diverse regioni italiane è “a macchia di leopardo”. Vi sono infatti ancora forti differenze, in particolare tra le regioni del Nord e quelle del Sud. I programmi di screening oncologico sono uno strumento valido di diagnosi precoce. La loro efficacia ed efficienza rappresentano un investimento per la salute ed un obiettivo di sanità pubblica da perseguire. L’auspicio è che il programma “Avis dona Salute”, coinvolgendo almeno 15mila donatori, aiuterà sempre di più a individuare una strategia di comunicazione e di sensibilizzazione per migliorare l’adesione della popolazione agli screening».

Cifre
In Italia: donatori 15389
visite urologiche 20518
visite ginecologiche 10259
visite Lilt 15389

Nord Ovest: donatori 4033
visite urologiche 5378
visite ginecologiche 2689
visite Lilt 4033

Nord est: donatori 2876
visite urologiche 3835
visite ginecologiche 1917
visite Lilt 2876

Centro: donatori 2940
visite urologiche 3920
visite ginecologiche 1960
visite Lilt 2940

Isole: donatori 1782
visite urologiche 2376
visite ginecologiche 1188
visite Lilt 1782

Sud: donatori 3757
visite urologiche 5009
visite ginecologiche 2505
visite Lilt 3757

Tumore alla prostata
Il tumore alla prostata rappresenta la più frequente neoplasia maligna e la terza causa di morte per cancro nell’uomo. Si registrano in Italia circa 43.000 casi all’anno di tumore alla prostata, di cui 9.000 decessi, il che corrisponde a 24 morti al giorno. Negli ultimi 5 anni l’incidenza di questo tipo di tumore (12%) ha superato quella del tumore al polmone (10%). Secondo l’American Cancer Society si stima che ci sono più di 192.000 nuovi casi di cancro alla prostata diagnosticati negli Stati Uniti ogni anno e 27.360 uomini muoiono a causa della malattia. In Italia sono oltre 9 milioni e 300mila gli uomini di età superiore ai 50 anni potenzialmente a rischio, ma solo il 22% dei maschi italiani tra i 50 ed i 70 anni conosce il significato del test del PSA, uno dei principali strumenti diagnostici nella lotta a questo tumore. Ogni uomo che abbia compiuto i 45 anni di età viene considerato a rischio, perché il tumore della prostata insorge tipicamente dopo quell’età, mentre è raro tra i giovani, come dimostrato da alcune statistiche: se a 40 anni la probabilità è di 1 caso su 10mila, tra i 60 e gli 80 anni diventa di 1 su 8. Si ritiene, inoltre, che la maggior parte degli ottantenni presenti una forma di tumore della prostata, anche se molto spesso si tratta di malattie “benigne”. Gli altri fattori di rischio noti, a parte l’età, sono una dieta ricca di grassi saturi e la presenza in famiglia di altri casi: per quest’ultima categoria il rischio è doppio rispetto alla popolazione generale. Inoltre, anche i geni sembrano avere un ruolo nell’aumento del rischio, soprattutto se all’interno della famiglia si sono già avuti altri casi: gli uomini che hanno la mutazione del gene BRCA1 o 2 (gli stessi implicati nel tumore del seno) hanno un rischio che è da 2 a 5 volte quello degli uomini con i geni non mutati. Infine, sembra esserci un legame tra alti livelli di testosterone o di un ormoni chiamato insulin-like growth factor 1 e un aumento di rischio. Per questo è fondamentale riuscire a individuare il tumore nelle sue prime fasi di sviluppo. In Italia ogni anno vengono diagnosticati oltre 20mila nuovi casi di tumore alla prostata. La sopravvivenza è comunque elevata, superando mediamente il 70% dei casi a cinque anni dalla diagnosi.

Fattori a rischio: ogni uomo che abbia compiuto i 45 anni di età viene considerato a rischio. Altri fattori riconosciuti sono: la familiarità, una dieta ricca di grassi saturi, l’obesità.

Sintomi: quando ha già raggiunto una certa dimensione il tumore può causare: difficoltà a iniziare a urinare, bisogno di urinare spesso, dolore mentre si urina e durante, sangue nelle urine e nel liquido seminale.

Diagnosi: la diagnosi precoce prevede il dosaggio del PSA, una visita specialistica urologica annualmente, a partire dai 4550 anni di età, ed un esame ecografico transrettale. Prevenzione: una costante attività fisica, la riduzione del peso corporeo e un’alimentazione equilibrata, povera di grassi e ricca di frutta fresca e verdura, sono utili per ridurre il rischio della malattia.

Fonte: Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità e Airc

Tumore ovarico
Il cancro dell’ovaio è il sesto tumore per frequenza nelle donne e l’ottava causa di morte. Ogni anno in tutto il mondo 230mila donne ricevono una diagnosi di tumore ovarico e ben 140mila muoiono. Quando la diagnosi arriva in fase avanzata, 7 volte su 10 è fatale. In Italia vengono colpite dal tumore dell’ovaio 5mila donne ogni anno e oltre 2.700 muoiono. Molto è stato fatto rispetto al passato e grazie al miglioramento delle terapie si è riusciti a portare la sopravvivenza a 5 anni al 30-40%, mentre 20 anni fa non superava il 20%. La chemioterapia di prima linea insieme all’intervento chirurgico riesce a ridurre la malattia, a volte fino alla scomparsa, nel 50-80% dei casi. Tuttavia, il 60% di queste pazienti recidiva e ha bisogno di altri trattamenti chemioterapici di seconda linea. La popolazione caucasica sembra essere più frequentemente interessata dalla malattia di quanto non lo siano invece le popolazioni africane, sudamericane e asiatiche. Il picco di incidenza si registra fra i 55 e i 65 anni, ovvero, nella fase di peri- e post-menopausa. Nell’80% dei casi il tumore origina a partire dal tessuto di rivestimento dell’ovaio, ossia dall’epitelio; i tumori germinali, invece, sono più frequenti tra le donne giovani. Oltre all’età altri fattori di rischio sono la lunghezza del periodo ovulatorio ossia il menarca (prima mestruazione) precoce, la menopausa tardiva e il non aver avuto figli. L’aver avuto più figli, l’allattamento al seno e l’uso a lungo termine di contraccettivi estroprogestinici diminuiscono il rischio di insorgenza del tumore dell’ovaio e sono quindi fattori di protezione. Esiste però un altro fattore di rischio e questo consiste in specifiche alterazioni di geni. Secondo una stima del National Cancer Institute una percentuale tra il 7% e il 10% di tutti i casi è il risultato di una alterazione genetica. In presenza di difetti genetici consistenti in mutazione dei geni BRCA1 e BRCA2 può verificarsi la presenza contemporanea o in tempi diversi di carcinoma dell’ovaio e carcinoma della mammella. In questi casi il cancro dell’ovaio si verifica in un’età più giovane di quello non legato ad alterazione genetica. In Italia il tumore all’ovaio colpisce circa 5mila donne ogni anno ed in fase avanzata uccide 7 volte su 10.

Fattori di rischio: tra i principali c’è l’età; la maggior parte dei casi si manifesta dopo la menopausa, in particolare tra i 50 e i 69 anni. Altri fattori sono rappresentati dalla prima mestruazione (menarca) precoce, la menopausa tardiva e il non aver avuto figli.

Sintomi: sono vari i sintomi che occorre tenere presente e che potrebbero indicare la presenza di tumore dell’ovaio; dolore pelvico o addominale, gonfiore addominale, urgenza della minzione (necessità di andare in bagno immediatamente), frequenza della minzione (necessità di urinare spesso).

Diagnosi: in caso di sospetto tumore delle ovaie la paziente è sottoposta ad un esame pelvico con visita ginecologica. Molto utile per la diagnosi è anche l’ecografia transaddominale e, ancora meglio, quella transvaginale.

Prevenzione: una visita clinica annuale dal ginecologo che esegue l’esame bimanuale dell’ovaio e l’ecografia possono facilitare una diagnosi precoce. Non esistono al momento programmi di screening scientificamente affidabili per la prevenzione del tumore dell’ovaio.

Fonte: Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità e Airc

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