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SIUrO: 20 anni di ricerca e di competenza

Minnie Luongo, N. 10 ottobre 2010

Tutti d’accordo quando si parla dei ricercatori italiani: bravissimi e con un’ottima formazione. Questo sulla carta. Ma come si spiega allora che poi, il più delle volte, la loro scelta lavorativa ricada su laboratori e centri di ricerca esteri, capaci di valorizzare le loro competenze, professionalmente e non solo? Partendo da questa premessa fondamentale, si è svolta a Roma una “maratona scientifica” di tre giorni, in occasione del XX Congresso Nazionale SIUrO (Società Italiana di Urologia Oncologica).

Fuga di cervelli all’estero
Ecco la fotografia scattata dall’“Erc”, European Research Council, il Centro europeo per il finanziamento di idee e progetti scientifici che giungono da tutto il mondo: nello Starting Grant 2009 sono stati distribuiti 325 milioni di euro. Secondo la relazione dell’Erc, però, i ricercatori italiani, pur bravi, sono primi in classifica anche per la ricerca di fondi: le domande provenienti da italiani sono 434 su 2.503 domande. Primi della classe gli italiani lo sono anche per chi alla fine ottiene finanziamenti (32 al pari la Germania; a seguire la Francia). Un primato c’è anche per le donne ricercatore: le italiane sono quelle con più progetti approvati: 10 (la media delle quote rosa in generale si assesta al 23%). I problemi, tuttavia, non mancano: dei 32 progetti italiani vincitori, ben 18 saranno effettuati all’estero, soprattutto nel Regno Unito (8) e in Francia (4). Così precipitiamo al settimo posto nei Paesi che ospitano le ricerche più innovative. Tra i Paesi più accoglienti per progetti innovativi il podio è tutto straniero: sul primo gradino il Regno Unito (43), poi la Francia (31) e la Germania (28). I motivi della fuga dei cervelli, per quanto riguarda gli ultimi vent'anni, si possono rapidamente riassumere in tre nodi fondamentali. Il primo è costituito dalla carenza di fondi investiti nella ricerca. La nostra percentuale del PIL destinata a tale finalità è infatti drasticamente inferiore agli altri Paesi. Il secondo è di natura storica, ed è legato alle scelte legislative in materia di politica universitaria effettuate fra la fine degli anni '70 e i primi anni '80. In quel periodo si scelse di immettere nella carriera universitaria, e di consentire avanzamenti di livello, senza concorso ma sulla base di semplici prove di idoneità personali. Decine di migliaia di persone beneficiarono di questa "sanatoria" che rese sature le strutture di ricerca e non consentì concorsi per lungo tempo, costringendo brillanti studiosi a cercare altrove un impiego. L'ultimo motivo si può indicare nella mancanza, fino a tempi recentissimi, di una politica di elevata qualità nell'università italiana.

XX Congresso Nazionale SIUrO: tre giorni di lavori scientifici
Presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli” di Roma, il XX Convegno nazionale SIUrO - svoltosi in concomitanza dei 20 anni dell’Associazione - ha riunito medici di base, specialisti multidisciplinari e autorevoli ospiti provenienti dall’estero. Tanti i temi discussi e approfonditi, sempre con il denominatore comune della ricerca.
«La prima giornata si è aperta non solo con un momento di confronto - spiega Gigliola Sica, Presidente del XX Congresso SIUrO e direttore dell'Istituto di Istologia ed Embriologia dell'Università Cattolica di Roma -ma anche con un momento di formazione importante. Accanto alle sessioni cliniche in cui i diversi specialisti hanno lavorato tra di loro, infatti, si sono tenuti corsi di formazione per giovani dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), al fine di apprendere le scelte terapiche, il vantaggio di lavorare in un pool di esperti, i diversi stati clinici e il trattamento delle neoplasie. Inoltre, è stato attivato un corso per infermieri specializzati».

L’interdisciplinarietà
Parola d’ordine del secondo giorno del Congresso SIUrO è stata l’interdisciplinarietà. Gli esperti concordano sempre più sul fatto che, prima di intervenire, occorre definire il percorso attraverso l'interazione tra i vari specialisti, individuando il ruolo di ciascuna terapia a seconda del paziente. Non si può avere una visione solo chirurgica o solo oncologica. Tra i relatori, anche un pool di medici e ricercatori provenienti dagli Stati Uniti, che hanno illustrato i benefici avuti utilizzando questo tipo di approccio. Altro tema caldo è stato il tanto dibattuto argomento dello screening. Uno screening di massa sul tumore alla prostata non è necessario, ma è necessario tenere alta la guardia contro questo cancro, il più diffuso fra la popolazione maschile, che mette a rischio il 62 percento degli uomini sopra i 50 anni. Ogni anno sono 20mila le persone affette da una patologia complessa che richiede un'altissima specializzazione per ridurre i 7mila morti all’anno attuali.
«A differenza di altri tumori, per quello alla prostata non ci sono gli elementi per mandare una “cartolina” che invita tutti i 50enni a fare il test - afferma Giuseppe Martorana, presidente della SIUrO -un controllo è necessario per chi ha qualche sintomo urologico, come la fatica a urinare e per chi ha dei casi in famiglia. Per gli altri è comunque consigliabile una visita dall'urologo, anche per parlare di problemi diversi dal tumore che possono presentarsi, ma senza obbligo vero e proprio». Il rischio principale di uno screening di massa, spiegano gli urologi, è l''overtreating”: molto spesso il tu-more alla prostata non è aggressivo e non sarebbe necessario intervenire. Con uno screening a 1.410 uomini se ne troverebbe solo uno che ha un tumore da operare. Una prova è che il numero di tumori trovati ogni anno aumenta, e per il 2010 si potrebbe arrivare a 50mila nuovi casi, tuttavia… la mortalità rimane la stessa. Oltre ai tumori della prostata e della vescica, ampio spazio è stato dato anche ad altre patologie legate ai tumori dell'apparato urinario. Un’evoluzione molto importante della cura è la comprensione dei meccanismi biologici fondamentali dei tumori, in modo da avere terapie sempre più mirate.

L’aspetto educazionale
«Assieme all’interdisciplinarietà, in questo XX Congresso Nazionale della nostra Associazione, ci è parso più che opportuno insistere sull’importanza dell’aspetto educazionale - aggiunge il dottor Giario Conti, primario urologo dell’Ospedale Sant’Anna di Como e presidente incoming SIUrO -. In realtà, sono già 3-4 anni che stiamo cercando di affinare la “filosofia” con la quale è stato impostato questo Convegno romano. Contemporaneamente, uno dei nostri impegni è rappresentato dal desiderio di lasciare spazio alla componente più giovane, affinché presentino i vari lavori. Agli “anziani” spetta il compito di coordinare il tutto».
Prosegue il dottor Conti, che è anche presidente AURO, Associazione Urologi Italiani (vedi box): «In questo Congresso non si è parlato soltanto di tumore della prostata o di screening di massa sì o no, ma abbiamo desiderato offrire una panoramica a 360 gradi delle tante e complesse tematiche che noi urologi affrontiamo quotidianamente, prima fra queste la terapia dei tumori renali, da quelli piccoli a quelli più vasti. Dopo una sorta di “buio” durato oltre 20 anni, da qualche anno abbiamo a disposizione i farmaci a bersaglio molecolare. Si tratta di farmaci davvero rivoluzionari, che aprono nuovi promettenti scenari anche per le lesioni renali. Questi farmaci, inoltre, potrebbero precedere - oppure seguire - l’intervento di tipo chirurgico. Molti interventi del Congresso si sono anche soffermati sulla possibilità - sempre senza ricorrere alla chirurgia - di distruggere con il freddo piuttosto che con il caldo i tumori renali».

Conclude Conti: «Rispetto ad altri argomenti spesso discussi in oncologia (come, ad esempio, il tumore della prostata e l’esame del PSA), ce ne sono altri molto meno trattati. Uno di questi è il cancro della vescica, a proposito del quale si stanno definendo sempre più approfonditi protocolli terapeutici. E anche per i tumori della vescica oggi ci vengono in soccorso le nuove tecnologie, come la fluorescenza. C’è da sottolineare che per un paziente con questo tumore la qualità di vita, a seconda della terapia adottata, cambia di molto. Pertanto, più medici assieme (medico di base, urologo, oncologo, radiologo) devono studiare la “giusta” terapia come fosse un abito sartoriale».
Il prossimo appuntamento SIUrO? Al XXI Congresso il prossimo anno, a Napoli.

SIUrO
La Società Italiana di Urologia Oncologica è un’Associazione non profit fondata nel 1990 da Francesco Boccardo, Mario Cappellini, Franco Di Silverio e altri, per realizzare un’Associazione libera e aconfessionale, in grado di promuovere l’applicazione del concetto di multidisciplinarietà anche alla gestione dei pazienti affetti dalle neoplasie urologiche. La “vocazione multidisciplinare” è pertanto la caratteristica portante e distintiva di SIUrO ed è garantita a livello statutario dalla presenza obbligata nel Comitato Direttivo di specialisti di diverse discipline. In particolare, SIUrO si propone di favorire la nascita di una nuova figura di specialista motivato a superare le barriere di tipo attitudinale, culturale e operativo della propria disciplina, e a sviluppare uno specifico interesse e specifiche competenze in questo settore della patologia urologica, attraverso la formazione continua.
Con questi propositi, urologi, oncologi medici, radioterapisti e anatomo-patologi negli ultimi 20 anni hanno avuto molte occasioni per confrontare le proprie conoscenze e la propria esperienza professionale, sviluppando un patrimonio culturale comune che, sul piano operativo, ha portato alla istituzionalizzazione e alla validazione di modelli collaborativi quali protocolli multi specialistici e ambulatori multidisciplinari.

Segreteria C/o Cattedra di Urologia, Policlinico S. Orsola Malpighi
Padiglione Palagi, 40138 Bologna.
Tel. 051/6362421. segreteria@siuro.it; www.siuro.it

AURO
L’Associazione Urologi Italiani, presieduta dal dottor Giario Conti, è un punto di riferimento importante per molti specialisti. Molto interessante il sito dell’Associazione, dove gli iscritti possono scrivere ed interagire. Numerose le iniziative portate avanti da AURO: da “AuroInforma” (corso di aggiornamento per medici di medicina generale) ad “AuroNews” (archivio da cui è possibile scaricare i numeri della rivista ufficiale dell’Associazione), alle Linee Guida. Sottolinea Conti: «Lo scopo delle linee guida è duplice. Da un lato vogliamo fornire un supporto scientifico per le scelte terapeutiche e diagnostiche dei vari specialisti, per evitare sprechi economici e intasamento delle liste d’attesa; dall’altro tentiamo di evitare inutili radiazioni e stress ai pazienti, sottraendoli all’angoscia che incutono le scadenze dei controlli. Nonché a tutto ciò che comportano i trattamenti chemio-radioterapici e chirurgici quando non sono davvero necessari, poiché sorvegliare la malattia può - naturalmente solo in certi casi - essere più che sufficiente».
www.auro.it

Centri d’eccellenza italiani consigliati da SIUrO

  • Roma, Azienda Policlinico Umberto I
  • Padova, Azienda ospedaliera
  • Bologna, Azienda ospedaliera Policlinico Sant'Orsola-Malpighi
  • Milano, Ospedale San Raffaele
  • Pisa, Azienda ospedaliera Spedali Riuniti S. Chiara
  • Napoli, Azienda Policlinico Federico II
  • Firenze, Azienda ospedaliera Careggi
  • Bari, Azienda ospedaliera Policlinico Consorziale
  • Verona, Ospedale civili Borgo Trento
  • Brescia, Azienda ospedaliera Ospedali Civili

Tumore della prostata
Nel periodo 1998-2002 il tumore della prostata è stato il tumore più frequentemente diagnosticato nel sesso maschile (dopo i tumori non melanomatosi della cute), e ha rappresentato il 14,4 percento del totale delle diagnosi tumorali. In termini di mortalità è stato la seconda causa con l’8,1 percento del totale dei decessi neoplastici. Sono stati diagnosticati in media, ogni anno, 113,1 casi di tumore della prostata ogni 100.000 uomini. Le stime per l’Italia indicano un totale di 23.518 nuovi casi diagnosticati ogni anno, mentre per quanto riguarda la mortalità nel 2002 si sono verificati 7.105 decessi. Il rischio di avere una diagnosi di tumore della prostata nel corso della vita (fra 0 e 74 anni) è del 62,0 percento (1 caso ogni 16 uomini), mentre il rischio di morire è dell’ 8,2 percento. I tassi d’incidenza variano considerevolmente nel nostro Paese con i valori più bassi nelle aree del Meridione: la variabilità dell’incidenza tra le aree è fortemente legata alla diversa diffusione dell’utilizzo del test dell’antigene prostatico specifico (PSA) nelle popolazioni. Pertanto: l’incidenza di questo tumore sta mostrando una crescita note-vole spinta per la diffusione del PSA, che ha portato i tassi a raddoppiare nel giro degli ultimi 10 anni; la mortalità, invece, mostra un lieve ma costante trend verso la riduzione.

Tumore della vescica
Tra il 1998 e il 2002 il tumore della vescica è risultato al 4° posto in termini di frequenza fra la popolazione maschile con il 9,0 percento del totale delle diagnosi tumorali, mentre nelle donne è all’11° posto con il 2,7 percento; in termini di mortalità ha rappresentato il 4,5 percento del totale dei decessi neoplastici nei maschi e l’1,7 percento nelle femmine. Sono stati diagnosticati in media, ogni anno, 70,7 casi di tumore della vescica ogni 100.000 uomini e 16,3 ogni 100.000 donne. Le stime per l’Italia indicano un totale di 15.987 nuovi casi diagnosticati ogni anno negli uomini e 3.326 nelle donne, mentre per quanto riguarda la mortalità nel 2002 si sono verificati 4.158 decessi per tumore della vescica tra i maschi e 1.080 tra le donne. Il rischio di avere una diagnosi di tumore della vescica nel corso della vita (fra 0 e 74 anni) è del 41,6 percento fra gli uomini (1 caso ogni 24 uomini) e del 7,2 percento fra le donne (1 caso ogni 140 donne), mentre il rischio di morire è del 6,6 percento per gli uomini e di 1,0 percento per le donne. Al contrario del tumore della prostata, i tassi d’incidenza sono abbastanza omogenei nel nostro Paese, con un rapporto fra i valori più alti e quelli più bassi inferiore a 2. L’incidenza del tumore della vescica, dopo una fase di crescita a metà degli anni Novanta, sembra essersi stabilizzata, mentre la mortalità è in costante riduzione.

Rene e vie urinarie
Sempre fra il 1998 e il 2002 il tumore del rene (con questo termine sono compresi anche i tumori della pelvi renale, dell’uretere e dell’uretra) ha rappresentato il 3,2 percento del totale delle diagnosi tumorali nei maschi e il 2,1 percento nelle donne. In termini di mortalità: il 2,5 percento del totale dei decessi neoplastici nei maschi e l’1,8 nelle femmine. Sono stati diagnosticati in media ogni anno 25,2 casi di tumore del rene ogni 100.000 uomini (21,0 casi di tumore del rene; 1,7 dell’uretra; 1,2 della pelvi e 1,3 dell’uretere) e 12,9 ogni 100.000 donne (11,2 casi di tumore del rene; 0,7 dell’uretra; 0,6 della pelvi e 0,4 dell’uretere). In Italia si hanno 5.568 nuovi casi diagnosticati ogni anno nei maschi e 2.639 nelle donne, mentre, per la mortalità, nel 2002 si sono verificati 2.052 decessi per tumore del rene tra gli uomini e 1.133 tra le donne. Il rischio di avere una diagnosi di tumore del rene nel corso della vita è del 16,2 percento fra gli uomini (1 caso ogni 62 uomini) e del 6,8 fra le donne (1 caso ogni 148 donne), mentre il rischio di morire è del 4,7 percento per gli uomini e dell’1,6 per le donne. I tassi d’incidenza variano considerevolmente nel nostro Paese con un rapporto fra i valori più alti e quelli più bassi (rilevati nel Sud Italia) attorno a 3. L’incidenza del tumore del rene è in crescita nel corso del tempo, forse anche per una migliorata possibilità di diagnosi anticipata con l’imaging diagnostico, ma la mortalità è in riduzione.

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