N. 8 agosto 2003

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Risponde la professoressa Anna Costantini, responsabile del Servizio di Psicoterapia di Gruppo dell’ASL Roma D che collabora con il Reparto di Oncologia Medica dell’Azienda Ospedaliera S. Camillo-Forlanini di Roma (tel. 06.58704317)

Alla professoressa Anna Costantini, co-autrice con i professori Luigi Grassi e Massimo Biondi del “Manuale Pratico di Psico-Oncologia” appena pubblicato da Il Pensiero Scientifico Editore, data la sua ventennale esperienza con pazienti neoplastici, chiediamo quale sia il ruolo dello psicologo nei confronti del malato di cancro.
“Innanzitutto dispiace sottolineare quanto lo psicologo sia ancora poco considerato dal SSN come figura professionale e che quindi compaia raramente nei nostri ospedali. Fortunatamente, però, qualcosa sta cambiando. Esistono ormai servizi di psicologia negli Istituti per la Ricerca e Cura del Cancro come quelli di Genova, Milano, Aviano, Napoli, Bari e Roma. Ciò però non è sufficiente per seguire i numerosi malati neoplastici. Posso dire, senza rischiare smentite, che noi psicologi svolgiamo un compito delicato ma fondamentale nell’accompagnare sia i pazienti che i parenti nel difficile percorso della patologia tumorale. Purtroppo le nostre competenze sono di solito richieste in una fase tardiva. Siamo chiamati ad assistere un soggetto con cancro solo quando questi arriva in ambulatorio o nel reparto di oncologia medica. Ovvero dopo che ha ricevuto, nel primo caso, una prediagnosi (il medico curante sospetta la presenza di un tumore) oppure dopo che è stato già operato. A questo punto dobbiamo aiutare un individuo, solitamente mal informato, a contenere le sue ansie e soprattutto a confrontarsi con una nuova e “terribile” realtà. Tutto ciò è necessario per una prognosi migliore. Infatti bisogna evitare che il paziente neghi la sua patologia e quindi eviti di sottoporsi sia ai numerosi e necessari accertamenti come pure alle terapie spesso invasive”.

Oggi, accade spesso che un individuo a cui è diagnosticata una neoplasia si senta come un “condannato a morte”. La maggioranza percepisce la malattia tumorale come un male “incurabile”. Terminologia coniata e abusata per decenni dai media, con il consenso di una parte della classe medica. Com’è possibile superare questa “ignoranza collettiva” e contrastare la disinformazione “terroristica”?
“Sicuramente è molto difficile. Attualmente la maggior parte dei chirurghi (forse anche per una mancata educazione universitaria per quanto riguarda la sfera psicologica) ritiene concluso il proprio compito con l’asportazione il più possibile completa della massa tumorale. Sono ancora pochi gli specialisti, secondo la mia lunga esperienza, che si soffermano a parlare con il paziente della sua malattia in termini non esclusivamente medico-scientifici, ma anche sulle probabili conseguenze nella qualità della vita. Finora tale ruolo è stato assegnato agli oncologi-medici. Questi sono invitati a far capire gradatamente a un soggetto, spesso confuso e spaventato, il significato della sua malattia. E specialmente quali implicazioni potrebbero avere le diverse terapie, come quelle chirurgiche, radioterapiche e chemioterapiche, sulle attività quotidiane. Dunque è fondamentale che un ex-malato, una volta curato e guarito, possa condurre un’esistenza il più possibile normale. In pratica, svolgere tutte le attività che faceva prima di ammalarsi e soprattutto continuare ad avere rapporti affettivi e sessuali soddisfacenti. Purtroppo, solo quando è già stata comunicata la diagnosi, si è intervenuti chirurgicamente e si sono iniziate le terapie, noi psicologi siamo chiamati ad assistere un malato oncologico. Devo peraltro rimarcare che il nostro lavoro, seppur tardivo, potrebbe essere facilitato, quindi essere più produttivo, se ci fosse affidato un paziente “preparato”, di conseguenza più collaborativo”.

Cosa intende esattamente per soggetto il più possibile “preparato”?
“Va ricordato che l’oncologo medico svolge un ruolo centrale nell’evoluzione della patologia tumorale. A lui il paziente si rivolge più frequentemente per esaminare la malattia nei molteplici aspetti. Perciò ritengo uno specialista valido colui che nei suoi colloqui riesce a comunicare una visione “unitaria” del cancro. Ovvero una patologia che va trattata come qualcosa che colpisce non solo il corpo, ma anche la sfera mentale e sessuale. Quindi un bravo medico dovrebbe suggerire al paziente la necessità di un supporto psicologico. Per esempio, chi ha avuto una neoplasia non dovrebbe assolutamente vergognarsi o, peggio ancora, sentirsi in colpa per avere rapporti sessuali soddisfacenti. Purtroppo, e sono in tanti, c’è ancora chi pensa in questi termini: “Sono un ingrato, perché dopo aver superato il cancro ho ancora voglia di far l’amore”. Insomma, lo psicologo dovrebbe affrontare assieme al malato qualsiasi problematica tesa a migliorare la qualità della sua vita”.