N. 12 dicembre 2003

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Risponde il dottor Emanuele Luigi Galante, senologo, chirurgo e ricercatore clinico presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano fino al dicembre 2001, attuale presidente dell’Associazione Segratese per la Lotta contro il cancro (ASLC).

Dottor Galante, il carcinoma mammario è una realtà con cui le donne devono confrontarsi tutti i giorni. Cosa può fare una donna colpita da tumore del seno?
Io parto dall’esperienza di senologo, maturata presso l’Istituto dei Tumori di Milano. Ora, ho scelto di dedicarmi alla prevenzione, come esperienza personale di volontariato. È fuori discussione che la prima persona cui compete questo compito è la donna stessa. L’autopalpazione del seno ha senso se esiste una reale educazione, che non deve ovviamente ridursi a imparare le manovre consigliate. Se non si conosce come il seno è fatto, e come esso si modifica nel tempo, è facile che questa procedura procuri più ansia che una mirata prevenzione. Una volta che la donna, dopo precisi esami diagnostici, viene a conoscenza di avere un tumore del seno dovrebbe considerare due aspetti. In primo luogo la dimensione del tumore. Nella prospettiva di una guarigione, quanto più piccolo è il tumore, tanto più precoce deve essere l’intervento, perché tumore piccolo significa minore frequenza di metastasi a distanza. Questo concetto è la ragione d’essere di tutta la politica della prevenzione. L’altro aspetto è quello psicologico. Una donna che manifesti uno stato d’ansia esasperato deve cercare di sottoporsi a un intervento psicologico precoce, altrimenti si rischia di avere una persona oncologicamente guarita, ma non recuperabile sotto il profilo psicofisico.

Ritiene opportuno che prima di operarsi una donna consulti più specialisti?
La necessità di consultare un secondo specialista, dopo aver ricevuto la diagnosi di malattia e l’indicazione terapeutica, si giustifica se tra medico e paziente non si è realizzato lo stato di empatia necessario ad affrontare un sereno percorso terapeutico. È meglio però evitare un confronto tra più specialisti, perché ciò non esclude il rischio di pareri discordanti. A quel punto, purtroppo, la decisione finale viene rimandata alla paziente, che farà la scelta più allettante, ma non sempre quella più giusta. L’altro problema è dove farsi operare: ospedale o Istituto specialistico?
La chirurgia del tumore del seno è attualmente alla portata di quasi tutti i chirurghi. Nella scelta però dell’approccio tecnico più adeguato si deve tener conto dello stadio della malattia, del desiderio della paziente di salvaguardare il proprio aspetto fisico, e infine dell’età e delle condizioni cliniche della stessa. Da questo discende che non è male garantirsi che chirurgo e struttura sanitaria di riferimento abbiano una “casistica” sufficientemente numerosa e che possibilmente intrattengano utili rapporti di lavoro con gli Istituti ad alta specialità. D’altro canto è noto che gli attuali Istituti Specialistici non sarebbero in grado di sostenere il carico di tutta la patologia in campo nazionale.
Attualmente la donna può usufruire di una combinazione chirurgica con terapia medica e terapia radiante (con un ordine che non deve essere obbligatoriamente questo), capace di garantire risultati, in termini di guarigione, sopravvivenza e qualità della vita, assolutamente impensabile fino a trent’anni fa.

Tornando alla Sua esperienza più recente, quale ruolo Lei assegna alle Associazioni di volontariato nella vita di una donna ammalata di tumore del seno?
Si sa che le Associazioni di Volontariato non fanno terapia, per cui questo già ci consente di eliminare interferenze con le strategie terapeutiche. Sono invece attive per lo più nella fase preventiva, che oltretutto apre spesso l’iter diagnostico che porta talora alla scoperta della malattia.
Negli Stati Uniti la National Breast Cancer Coalition (NBCC) è un movimento che raggruppa circa 450 gruppi locali ed è molto attivo anche dal punto di vista politico, ha ottenuto numerosi stanziamenti per la ricerca sul cancro. In Europa sul modello americano è sorto Europa Donna che ha lo scopo di diffondere una corretta informazione su questo tumore, sensibilizzare le istituzioni sull’importanza di una buona qualità della vita per le donne operate e infine coordinare le oltre 90 associazioni attive nei singoli Paesi. Va comunque sottolineato che l’evoluzione ideologica di queste associazioni ha consentito loro di ritagliarsi un ruolo di non poco conto nel “reinserimento” della paziente nella quotidianità, attraverso il contatto con altre persone che hanno già vissuto l’esperienza della malattia, nonché il sostegno di specialisti psiconcologi. Va anche detto che nella vicenda umana di una donna portatrice di un tumore del seno l’aspetto psicologico gioca un ruolo importante. Allo stato attuale dell’evoluzione della psiconcologia, un intervento dello psiconcologo è raccomandato sia prima che dopo l’intervento, fatta salva però la volontà della paziente.