N. 1/2 gennaio/febbraio 2004

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Risponde il professor Alfredo Antonaci, vicepresidente della nuova Società Italiana di Chirurgia Testa e Collo (S.I.C.T.C) e professore associato di Chirurgia Endocrina presso l’Università La Sapienza di Roma.

Professor Antonaci, a Roma, in occasione del II Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia Testa e Collo, tra i molteplici temi affrontati è stato approfondito quello sul cancro alla tiroide. Di che si tratta?
È un tumore maligno per fortuna ancora raro, anche se negli ultimi tempi sta aumentando per via dell’inquinamento. Questa forma tumorale può manifestarsi nella tiroide sotto forma di un unico nodulo oppure svilupparsi in molteplici noduli, qualora ci si trovi in presenza di un gozzo (patologia tiroidea assai diffusa in Italia). In tal caso, poi, sia la diagnosi che la prognosi si possono complicare.

Per evitare spiacevoli inconvenienti esistono segnali tipici che possono insospettire un soggetto, quindi spingerlo a farsi visitare, in un primo momento, dal medico curante e, in seguito, dallo specialista?
Direi di no. Infatti il tumore tiroideo, in uno stadio iniziale, non presenta alcuna sintomatologia specifica (come, per esempio, dolore o disturbi d’altro genere). Ovvero la sua manifestazione è silente nella maggioranza dei casi. Perciò è difficile da prevenire. È vero che non esistono segnali precisi. Ma è importante ricordare ai pazienti e ai medici di famiglia di fare attenzione, nell’ambito di un gozzo, alla tendenza a ingrandirsi rapidamente di uno o più noduli oppure a un’improvvisa neoformazione sul collo. Tali eventi dovrebbero indurre soprattutto noi medici a sospettare di essere di fronte a un probabile cancro.

Affinché il sospetto nei casi peggiori diventi diagnosi certa di tumore tiroideo, quali esami si devono suggerire al paziente?
Lo specialista prescriverà innanzitutto semplici prelievi per i dosaggi plasmatici ormonali (per controllare la funzionalità della tiroide), e poi un’ecografia o, a seconda dei casi, una scintigrafia tiroidea affiancata dalla citologia aspirata (di recente acquisizione). La tecnica consente, con un ago sottile, di aspirare dal nodulo alcune cellule. Queste saranno poi analizzate in laboratorio. Tutti gli esami consentono una diagnosi precisa e l’esclusione o meno della presenza di un tumore.

Una volta diagnosticato il cancro alla tiroide, a quali terapie sottoponete il malato?
Il trattamento è soltanto chirurgico e nella quasi totalità dei casi si opta per una tiroidectomia totale. Ovvero togliere completamente la tiroide. Va ricordato che attualmente disponiamo di tecniche molto raffinate, per cui siamo in grado di intervenire nell’asportazione tiroidea totale attraverso incisioni cutanee piccolissime. Capaci però di garantire una radicalità chirurgica (una completa eradicazione del tumore o la guarigione) e contemporaneamente assicurare un buon risultato estetico con una piccola cicatrice. Quest’ultimo elemento è fondamentale soprattutto perché le patologie della tiroide colpiscono, nell’80 percento dei casi, donne per lo più giovani. In conclusione, vorrei ricordare che seppur si tratta di un tumore raro e ben curabile se preso in tempo, purtroppo esso è in forte espansione. Nel mondo, una persona su cinque ha una malattia tiroidea (soprattutto il gozzo) e di queste il 20 percento degenera in un tumore, soprattutto negli anziani che peraltro sono più difficili da trattare.