N. 3 marzo 2004

Archivio rubrica

Poni un quesito

 

Risponde il professor Umberto Tirelli, Direttore della Divisione di Oncologia Medica A, dell’Istituto Nazionale Tumori di Aviano (Pordenone)

Professor Tirelli, i tumori nell’anziano rappresentano una delle più grandi emergenze di questa società e sempre di più possiamo dire che il cancro è una malattia della terza età, quali sono le ultime novità?
Nei Paesi industrializzati la fascia di età di coloro che superano i 65 anni è in crescita esponenziale (ogni anno in Europa aumenta dell’1 percento la popolazione degli ultrasessantenni) e i dati epidemiologici indicano che nel 2030 corrisponderà al 40 percento della popolazione.
Circa il 60 percento di tutti i tumori vengono diagnosticati in pazienti al di sopra dei 65 anni e tale cifra è probabilmente destinata ad aumentare nei prossimi anni parallelamente all’invecchiamento della popolazione. Il rischio di sviluppare un tumore aumenta di 1000 volte passando dai 40 agli 80 anni e, in particolare, uomini e donne al di sopra dei 65 anni hanno un rischio di sviluppare un tumore 11 volte più elevato rispetto alla popolazione al di sotto di tale età e una mortalità di 15 volte maggiore. L’aumento dell’incidenza dei tumori in pazienti anziani si è registrato per i tumori polmonari, del capo e collo, del pancreas, le leucemie e i linfomi non-Hodgkin, i tumori del cervello, mentre lo stesso trend non si è manifestato nelle coorti di pazienti più giovani.
Il problema dell’anziano con tumore rappresenta un campo di intervento particolare anche negli Stati Uniti dove, per esempio, molti ritengono poco utile far smettere di fumare un anziano che ha fumato tutta la vita. Abbiamo visto infatti come nella terza età si stabilisca una sensibilità maggiore ai carcinogeni ambientali e l’organismo sia estremamente più recettivo agli stimoli esterni negativi: da qui l’esigenza di interrompere stili di vita sbagliati anche da anziano per dare qualità e quantità agli ultimi anni di vita.

Le terapie efficaci contro l’Aids potranno risultare utili anche nella lotta contro i tumori non collegati all’Aids, cioè contro le neoplasie in generale?
Per ora è soltanto un’ipotesi da verificare, che ha preso forma sulla base di esperimenti su cavie. Di certo, a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, molecole come l’Indinavir, cioè gli inibitori della proteasi, oltre a ridurre la mortalità per HIV, avevano fatto diminuire drasticamente i tumori correlati all’Aids (come il sarcoma di Kaposi e i linfomi cerebrali). Ma ora c’è un fatto nuovo da registrare. Emergono dati che, se suffragati dalla sperimentazione sull’uomo, possono aprire prospettive nuove per le strategie oncologiche. Da studi condotti da Barbara Ensoli, direttore del Laboratorio di virologia dell’Istituto superiore di Sanità, famosa per i suoi lavori pionieristici sul vaccino anti-Hiv, risulta che in topi senza Aids, con tumore (umano) del polmone, l’Indinavir provoca un blocco o una netta regressione del tumore in una significativa percentuale di casi. Per accertare se lo stesso effetto può essere prodotto sull’uomo, ha già avuto inizio la sperimentazione clinica nel nostro Centro. Alcuni pazienti con tumore non operabile del polmone sono già sottoposti al trattamento a base di Indinavir. Vengono scelti quei malati che hanno risposto bene alla chemioterapia, e hanno ottenuto una riduzione della massa tumorale. Viene poi aggiunto l’Indinavir, con l’intento di stabilizzare la malattia e protrarre il più a lungo possibile il beneficio già ottenuto con la chemioterapia. Il farmaco anti-Aids inibisce l’angiogenesi nel tumore, cioè blocca la produzione di nuovi vasi sanguigni, indispensabili alla crescita del tessuto neoplastico. Se non si spezza questo processo, i vasi sanguigni si riformano continuamente e, dopo il rallentamento dovuto alla chemioterapia, il tumore riprende inesorabile la sua espansione.
La ricerca di farmaci anti-angiogenesi è in corso da diversi anni nei laboratori di tutto il mondo. Ci sono altri anti-fattore di crescita dell’endotelio vascolare rivelatisi efficaci – in aggiunta alla chemioterapia – nei tumori del colon-retto, ma diversamente dall’indinavir, possono provocare importanti effetti collaterali sulla coagulazione.

Le cronache parlano molto delle droghe leggere, in particolare di quelle derivate dalla cannabis e di anabolizzanti. Qual è il loro rapporto con la salute, in particolare con i tumori?
Contrariamente a quanto spesso viene riferito, le cosiddette droghe leggere, e in particolare quelle derivate dalla cannabis, hanno effetti collaterali sulla salute piuttosto seri. L’autorevole giornale scientifico Lancet, che in passato era stato molto tollerante nei confronti delle cosiddette droghe leggere, oggi è molto meno indulgente. Sulla base dei dati esaminati sulla rivista da alcuni ricercatori del National Drug and Alcool Research Center di Sydney, in Australia, la marijuana può provocare forme tumorali del tratto aereo-digestivo molto più frequentemente che nei fumatori di tabacco, e inoltre provoca infiammazione cronica dei bronchi. Un grave pericolo associato a queste sostanza è la netta diminuzione dell’efficienza psicomotoria durante la guida, soprattutto, come spesso succede, se oltre a fumare si è anche bevuto. In questo caso infatti, spinello e alcool aumentano il rischio di causare gravi incidenti stradali. Lancet conclude con un invito a fare in modo che il fumo venga sconsigliato agli adolescenti, che per ragioni ambientali più che chimiche potrebbero iniziare una carriera di tossicodipendenza proprio partendo da un banale spinello, come ampiamente documentato dall’esperienza comune. Inoltre, le altre categorie che dovrebbero essere invitate a non fare uso dello spinello sono le donne gravide, gli asmatici, gli schizofrenici e gli alcolisti. Chi potrebbe invece beneficiarne sono i malati di sclerosi multipla e di glaucoma e coloro che soffrono di dolore cronico. Per questi usi medici e palliativi, la Camera della Gran Bretagna ha suggerito di iniziare nuovi studi clinici per verificare l’efficacia del tetraidrocannabinolo in queste indicazioni mediche. Se ne verrà dimostrata l’efficacia, almeno per queste malattie, non si potrà parlare più di spinello ma di farmaco. Diverso è il problema degli steroidi anabolizzanti, derivati sintetici del testosterone. Vasto è il loro uso per fini «sportivi« sia da parte dei professionisti di molte discipline sportive che frequentatori di palestre, di culturismo e body building, addirittura da molti amatori, in particolare del ciclismo. Gli anabolizzanti aumentano la massa muscolare e la forza, la capacità di sostenere sforzi intensi e di lunga durata senza cedimenti fisici. I rischi sanitari, comunque, sono elevati e variano a seconda del tipo di steroidi usati, del dosaggio, dell’età di inizio e dell’eventuale assunzione di altri farmaci e della durata del loro impiego. Problemi meglio documentati riguardano il fegato e l’apparato riproduttivo ma si nutrono molti sospetti anche relativamente a problemi cerebro-spinali, immunitari, cardiaci, alla prostata e oncologici.