N. 4 aprile 2004

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Risponde il professor Mario Mensi, direttore della Struttura Complessa di Urologia presso l’Ospedale di Voghera e professore a contratto dell’Università di Pavia.

Parliamo dei tumori dell’apparato urinario, in particolare di quelli a carico di reni e vescica. Qual è la situazione nel nostro Paese in termini di incidenza e mortalità?
“Secondo le statistiche americane, il tumore del rene, sia nella popolazione maschile che femminile, ha un’incidenza pari a circa il 3 percento di tutte le neoplasie in soggetti di età inferiore a 65 anni. L’incidenza non è particolarmente elevata come per esempio nel caso del tumore della prostata e della vescica, ma i nuovi casi diagnosticati sono in aumento. Sono sempre più numerosi, infatti, i carcinomi renali scoperti accidentalmente durante un’ecografia addominale.
Dal punto di vista anatomo-patologico il tipo di tumore renale più frequente è l’adecarcinoma; vi sono poi forme più rare che hanno un andamento benigno: si tratta degli oncocitomi e anche degli angiogliolipomi, i quali vengono operati solo se aumentano di volume e causano sintomi come dolore ed ematuria.
Invece il tumore della vescica fa registrare un’incidenza in generale maggiore, e si manifesta più di frequente nell’uomo che nella donna: il rapporto è 8:2. Uno studio effettuato qualche anno fa nella nostra Provincia, in particolare nella zona di Voghera e Vigevano, ha rilevato che l’incidenza del tumore a carico della vescica invece di essere più elevata nei centri urbani, è maggiore nei centri agricoli. La causa principale è forse riconducibile all’uso dei diserbanti. La sona zona di Vigevano costituisce un’eccezione forse per il numero elevato di industrie calzaturiere”.

Ci può indicare quali sono le cause principali che determinano l’insorgenza delle neoplasie a carico di questi organi?
“I fattori di rischio che contribuiscono all’insorgenza delle neoplasie renali non sono specifici, generalmente sono gli stessi che possono riguardare altri organi. L’unica eccezione è rappresentata da un gruppo di persone che abita la zona dei Balcani e nelle quali si è riscontrata una nefropatia, dalla quale poi avrebbe origine il tumore, detta appunto “dei Balcani” e ivi circoscritta.
Per quanto riguarda i tumori della vescica, il fumo di tabacco è considerato una delle cause principali che favoriscono lo sviluppo e anche la progressione della malattia. Si è osservato infatti che, se il paziente smette di fumare dopo un intervento di asportazione della neoplasia, le recidive diminuiscono addirittura dell’80 percento. Per il resto, non esistono fattori specifici di tipo geografico, razziale o ereditario.
Ancora per i tumori della vescica tra le cause d’insorgenza ci possono essere processi infiammatori quali diverticoli, cistiti croniche, calcolosi vescicale ecc”.

Quali misure preventive si possono adottare per combattere questi tumori?
“Il metodo preventivo più efficace si chiama diagnosi precoce. Per i tumori del rene e della vescica l’ecografia sovrapubica può consentire di scoprire un piccolo tumore e permettere un trattamento conservativo. A questo proposito vorrei ricordare che nei prossimi mesi, prima del periodo estivo, partirà un programma di screening delle patologie prostatiche nelle città di Voghera e Vigevano, rivolto a persone di età superiore ai 50 anni. Sono previsti a tal scopo tre esami non invasivi, né particolarmente fastidiosi: l’analisi del PSA, effettuata con un prelievo di sangue, l’esplorazione digito-rettale e l’ecografia”.

A quali sintomi bisogna prestar attenzione senza peraltro creare allarmismi?
“Sicuramente il sintomo da non trascurare è l’ematuria che va considerata “espressione di un tumore dell’apparato urinario fino a prova contraria”. In altre parole, non bisogna escludere mai nessun tipo di accertamento, proprio al fine di arrivare a escludere il tumore prima di ogni altra patologia.
Tra gli altri sintomi, più subdoli perché più comuni, abbiamo pollachiuria diurna e notturna, ossia il bisogno di urinare poco ma spesso, bruciori minzionali ecc.”.

Quali sono le tecniche diagnostiche più accreditate oggi? Quali le terapie d’elezione per la cura di queste neoplasie?
“Tra le tecniche diagnostiche più affidabili oggi, nel caso del tumore renale ci si affida alla già citata ecografia, mentre nel caso del tumore vescicale si può contare sulla cistoscopia. Per entrambi, la chirurgia rimane il trattamento terapeutico d’elezione.
A differenza di quanto accadeva un tempo, un nodulo renale, ad esempio di 2-3 cm, non rappresenta più oggetto di trattamenti radicali, ma la tendenza è quella di praticare una chirurgia maggiormente conservativa, che prima veniva riservata solo nei casi di monorene per non costringere il paziente alla dialisi. Questo grazie anche alla diagnosi preoperatoria accurata, attuabile tramite TC, risonanza magnetica, PET… che consentono una precisa stadiazione del tumore. Infine, per masse neoplastiche di dimensioni non superiori ai 3 cm, la laparoscopia può rappresentare una valida alternativa all’intervento a cielo aperto.
Diversa è invece la terapia chirurgica per il tumore della vescica. Intanto distinguiamo il tipo superficiale da quello infiltrante che non lascia molte alternative al chirurgo. Infatti, in quest’ultimo caso la vescica viene asportata completamente e sostituita con un tratto di intestino detubularizzato e anatomizzato all’uretra, affinché il paziente possa continuare a espellere l’urina. Se però il tumore è diffuso anche all’uretra, si è obbligati a ricorrere alla deviazione urinaria tramite il “sacchetto”.
Nel caso dei tumori superficiali si può invece optare per un intervento più conservativo seguito da chemioterapia locale, efficace per questo tipo di neoplasia.
Il discorso cambia di nuovo quando ci troviamo in presenza di metastasi al rene. Oltre al trattamento chirurgico, chemio e radioterapico, esistono terapie alternative, in particolare la crioterapia e la termoablazione con radiofrequenza. Quando anche chemio e radioterapia diventano inefficaci, si ricorre all’immunoterapia con somministrazione di interferone o interleuchina che agiscono sul sistema immunocompetente.
Per i tumori metastatici si sta sperimentando infine il mini-allotrapianto, una tecnica che ha dato buone risposte anche nel caso del tumore refrattario ad altre terapie. Si possono generare linfociti citotossici specifici nei confronti del tumore autologo e somministrarli al paziente”.