N. 6/7 giugno/luglio 2004

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Risponde il Professor Francesco Montorsi della Divisione di Urologia dell’Ospedale San Raffaele di Milano

Professor Montorsi, qual è l’incidenza del tumore alla prostata nei paesi industrializzati?
Nei Paesi occidentali il carcinoma prostatico sta diventando la più frequente neoplasia dell’uomo. In Italia si stimano 17mila nuovi casi, di cui circa il 20 per cento è già in fase metastatica. Attualmente la diagnosi avviene in pazienti d’età compresa tra i 50 e i 70 anni ed in fasi sempre più precoci della malattia grazie alla diffusione del test nel sangue del PSA (Prostatic Specific Antigen). Occorre però precisare che un PSA alterato può nascondere non solo un tumore della prostata, ma anche un’ipertrofia prostatica benigna (IPB) oppure una falsa positività. Per tali motivi ogni risultato alterato di questo test dovrebbe essere approfondito con ulteriori indagini diagnostiche, come la biopsia o l’esame transrettale a ultrasuoni. Nel caso di tumore della prostata la proliferazione anomala delle cellule è incontrollata e non si ferma al tessuto prostatico ma invade altri organi e tessuti. Nel caso dell’IPB vi è sempre una crescita anormale delle cellule prostatiche ma è benigna, infatti tale proliferazione è circoscritta alla ghiandola prostatica, non invade i tessuti o gli organi circostanti. Per combattere le insidie del cancro e dell’ipertrofia alla prostata ci sono trattamenti rivoluzionari che permettono di evitare interventi invasivi e sono più rispettosi dell’anatomia di questo delicato organo.

Quali sono le tecniche più recenti per operare questa neoplasia?
Per operare i pazienti di tumore della prostata utilizzo una tecnica chirurgica estremamente moderna che è stata sviluppata all’università di Baltimora e all’università di Amburgo. E’un intervento che in passato veniva fatto in anestesia generale, adesso viene fatto in anestesia spinale, col paziente sveglio. Questo tecnica permette di salvaguardare le strutture anatomiche che sono responsabili sia dell’erezione sia della continenza, due grandi spauracchi di questo intervento. La rimozione radicale della prostata viene chiamata “anatomica”, eseguita con dei mezzi di ingrandimento visivo, per vedere bene tutte le strutture interne. Vengono impiegati dei sistemi di illuminazione particolari per indagare il campo operatorio che ti permettono di controllare ogni fase dell’intervento. La degenza richiesta in ospedale per questo intervento è di circa 4/5 giorni. Una volta a casa, il paziente può uscire, nonostante abbia il catetere, che verrà tolto il nono giorno. I migliori candidati sono soprattutto coloro che hanno dei tumori allo stadio iniziale. L’intervento è indicato per i pazienti sotto i 60 anni. Va detto che se si opera un paziente più anziano, secondo la mia esperienza, occorrono anche tre mesi prima di ottenere una continenza totale. A volte per velocizzare la ripresa è consigliato fare un po’ di fisioterapia. Per quanto riguarda l’erezione, coloro che hanno una buona situazione di partenza, hanno una ripresa molto rapida. Ma la situazione può sempre essere migliorata con le pillole dell’amore.

Cosa ne pensa della crioterapia e brachiterapia per vincere la malattia?
Si tratta di tecniche mini-invasive. Per la crioterapia siamo arrivati a quella di terza generazione che consente di bloccare il tumore congelando la ghiandola prostatica e poi riportandola a temperatura normale con l’utilizzo di due gas (l’argon per abbassare la temperatura a meno di 40 gradi e l’elio per scongelare). Il trattamento è in grado di uccidere le cellule della prostata e ottenere la guarigione, esattamente come la rimozione chirurgica della ghiandola. Per gli interventi vengono utilizzate delle sonde tecnologicamente molto avanzate, della dimensione di un ago da biopsia. Inserite nella prostata creano palline di ghiaccio che si fondono fino a ricoprire l’intera superficie dell’organo provocando la morte cellulare. La brachiterapia, invece, è una forma di radioterapia mirata che avviene impiantando nella ghiandola prostatica piccolissimi semi radioattivi in filiera che rilasciano radiazioni in grado di distruggere il tumore senza danneggiare le strutture adiacenti alla ghiandola e permettendo il mantenimento della funzione erettile in circa l’80% dei pazienti.

Al San Raffaele state creando un database computerizzato per i pazienti operati alla prostata, può dirci qualcosa di più?
Abbiamo creato un sistema computerizzato per la gestione dei dati clinici di questi pazienti in modo che possano essere seguiti anche a casa. I pazienti mediante una password potranno collegarsi direttamente al sito web “prostata” del San Raffaele, dove dovranno compilare una scheda. Il paziente, tornato a casa, ha un’agenda che gli ha dato l’Ospedale, dove ogni giorno deve segnare tutto quello che gli succede. Basandosi su questa agenda, ogni mese, collegandosi ad Internet, dovrà compilare la sua scheda. In questo modo i pazienti, stando comodamente a casa, vengono seguiti, ma voglio precisare che possono sempre avere il contatto diretto col medico, ogni volta che è richiesto. Credo che questa esperienza sia unica in Italia. Il sito è gratuito (www.fondazionesanraffaele.it).