N. 11 novembre 2007

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Risponde il dottor Giuseppe Palmieri, I° ricercatore dell'Istituto di chimica biomolecolare presso il Cnr di Sassari (tel. 079/998617, e-mail gpalmieri@yahoo.com).

Negli ultimi decenni il melanoma è diventato una vera e propria emergenza sanitaria e sociale a causa dell'impressionante aumento dei casi. I più colpiti sono gli individui giovani (fra i 35 e i 50 anni). Solo in Italia si registrano circa 7.000 nuovi casi e 1.500 morti l'anno. Secondo gli esperti le cause principali di tale incremento vanno ricercate in fattori sia ambientali (in primo luogo l'esposizione alle radiazioni ultraviolette associata alla progressiva riduzione delle capacità schermanti dell'atmosfera) sia genetici (fototipo, numero di nei).
Grazie alla ricerca si è giunti all'individuazione dei complessi meccanismi molecolari alla base dell'insorgenza e progressione del melanoma. Tali risultati sono stati acquisiti da uno studio tutto italiano, pubblicato recentemente sulla rivista internazionale Journal of Clinical Oncology.  Si tratta di un lavoro frutto di una collaborazione tra l¹Istituto di Chimica Biomolecolare del Cnr, l'Istituto di Anatomia Patologica di Sassari e l'Istituto Nazionale Tumori di Napoli. Per saperne di più abbiamo intervistato l'oncologo Giuseppe Palmieri, coordinatore della ricerca.

Dottor Palmieri, come siete arrivati a risultati così promettenti?
«Innanzitutto va sottolineato che il melanoma è un tumore altamente eterogeneo dal punto di vista molecolare. I melanociti, che sono le cellule normali, possono infatti trasformarsi in cellule neoplastiche seguendo diverse vie metaboliche e attraverso differenti alterazioni molecolari. Pertanto una terapia antineoplastica aspecifica (per esempio, quella basata su chemioterapici e citostatici) ha sempre prodotto risultati limitati. Perciò, nel corso degli ultimi anni, studi effettuati nei nostri laboratori su circa 500 pazienti con melanoma hanno consentito di identificare e caratterizzare i meccanismi molecolari alla base dello sviluppo e della progressione di tale malattia. Il nostro gruppo di ricerca ha partecipato alla scoperta del gene BRAF, alterato nella maggioranza dei pazienti con melanoma. Si è poi dimostrato che tale gene è mutato quasi esclusivamente nelle cellule malate, ma non in quelle sane di tali pazienti. Si è così aperta la strada verso la sperimentazione di farmaci selettivi in grado di inibire specificamente l'azione del solo gene BRAF mutato».

In che modo è stato possibile realizzare tutto ciò?
«Partendo dal fatto che nel melanoma, come in tutte le altre forme neoplastiche, la tumorigenesi è associata ad alterazioni sequenziali di determinate regioni di DNA. I recenti progressi della genomica ci hanno consentito di caratterizzare tutto ciò come  un processo a tappe, associato a una serie di mutazioni di specifici geni coinvolti nella regolazione del normale funzionamento cellulare. Proprio sulla base della caratterizzazione di meccanismi è possibile attuare una classificazione molecolare mediante analisi immunoistochimica su tessuti tumorali da pazienti con melanoma (utilizzando, dal punto di vista diagnostico, anticorpi diretti contro i principali geni di queste sequenze molecolari: p16CDKN2A, p14CDKN2A, ERK, MITF, RB, pTEN, p53, cyclinD1)».

Quindi che cosa succede?
«Tale classificazione molecolare sarà in grado di suddividere i pazienti con melanoma in sottogruppi più propriamente correlati alla biologia della malattia, ciascuno dei quali da indirizzare poi al trattamento più adeguato per quel tipo di alterazione molecolare presente. Utilizzando il melanoma come modello di neoplasia si comprende come una stessa terapia non può essere somministrata indistintamente a tutti i pazienti, in quanto ognuno può essere affetto da un tumore che si è sviluppato attraverso alterazioni molecolari diverse e che può, quindi, avere un diverso comportamento biologico (aggressività, grado di malignità, prognosi ecc.). Tutto ciò serve ulteriormente a supportare l'attuale ipotesi che bisogna rendere sempre più omogenei i sottogruppi di pazienti da indirizzare ai diversi trattamenti terapeutici, in modo da ottimizzare la correlazione tra biologia della neoplasia e risposta terapeutica».

Cosa ci prospetta il futuro?
«Tale classificazione molecolare ci ha permesso di elaborare dei protocolli diagnostici da introdurre nella pratica clinica aprendo, così, la strada alla cosiddetta terapia mirata, o 'target therapy', che utilizza farmaci specificamente attivi contro i geni bersaglio alterati. In conclusione, questo tipo di ricerche dimostra che una malattia complessa come il cancro va diagnosticata e trattata in maniera egualmente complessa e articolata.
E' necessario sottoporre i pazienti a cure sempre più personalizzate o, meglio, mirate al singolo, diminuendo, così, il rischio di insuccessi ed effetti collaterali (che magari costringono all'abbandono della terapia, ndr)».