N. 3 marzo 2009

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Risponde il professor Sergio Pecorelli,
direttore presso la Clinica di Ostetricia e Ginecologia dell'Università di Brescia. Tel. 030-39.95.341

Professor Pecorelli, esattamente un anno fa, in occasione dell'avvio della campagna vaccinale anti-Hpv gratuita per le dodicenni, Prevenzione Tumori l'intervistò sull'argomento. Alla domanda su come sensibilizzare meglio le ragazzine al problema, lei rispose:
"Prima di tutto è fondamentale spiegare alle giovanissime che il Papilloma virus è il maggiore responsabile del cancro del collo dell'utero. Esso si trasmette come tante malattie (Aids, in primis) per contatto sessuale. Per cui è bene sin dall'inizio avere rapporti protetti per evitare rischi. Un problema da risolvere? Le adolescenti hanno idee poco chiare sulla sessualità. Non la conoscono e spesso provano sentimenti confusi di interesse e paura. Gli psicologi ci dicono che è importantissimo aiutarle a chiarire i dubbi e ciò non rappresenta mai un trauma. Anzi, questa è un'occasione fondamentale di comunicazione per la loro futura vita sessuale. È necessario che ciò sia presentato in prospettiva positiva, sottolineandone l'importanza sul piano affettivo e relazionale. Quindi il momento della proposizione della vaccinazione anti-Hpv può diventare un'occasione irripetibile per iniziare un dialogo con le adolescenti su certi argomenti. In conclusione, le ragazze devono essere informate sulle possibilità e opportunità di vaccinarsi".

A distanza di un anno qual è la situazione vaccinale?
"Oltre il 50 per cento, delle circa 280.000 giovanissime interessate dalla campagna vaccinale, sono state già vaccinate. Addirittura nelle regioni che per prime hanno avviato il programma di vaccinazioni (Veneto, Basilicata) si è già raggiunta una copertura dell'80 per cento. E ancora. In 12 regioni è stato attivato un prezzo agevolato per le donne fra i 13 e 26 anni che vogliono farlo mentre 5 hanno esteso la copertura gratuita ad altre fasce di età".

In occasione della Settimana Europea di Prevenzione del Tumore al collo dell'utero (18-24 gennaio 2009) sono stati presentati i dati di un'indagine a favore del vaccino, svolta da O.N.Da (Osservatorio sulla Salute della Donna). Di che si tratta?
"Su un campione di 255 madri di ragazze d'età compresa fra i 12 e 15 anni l'85 per cento conosce l’Hpv. Quattro donne su dieci dimostrano di possedere informazioni corrette riguardo alle modalità di trasmissione del virus. Risultati che indicano una buona consapevolezza generale riguardo al Papilloma virus, tenendo conto che è stata data ampia visibilità al tema solo di recente. Ciò che colpisce sono semmai le fonti di informazione: per oltre il 40 per cento dei casi si tratta di programmi televisivi o articoli di giornali e riviste. Solo il 16 per cento delle donne ha parlato di Hpv con il medico di famiglia e appena il 5 per cento ha ricevuto spiegazioni dal proprio ginecologo. Così si rischia un’informazione non sufficientemente solida e articolata. L'informazione alle donne deve essere più dettagliata. È per questo che i medici dovrebbero essere comunque gli interlocutori privilegiati a cui porre domande ed esprimere dubbi. Solo se si è informate e consapevoli si possono prendere decisioni motivate, anche e soprattutto quando si tratta di scegliere se vaccinare la propria figlia".

Professor Pecorelli, secondo le ultime statistiche europee e mondiali si registra una sensibile riduzione della mortalità per cancro dell'utero. Qual è la situazione italiana?
"Posso affermare con orgoglio che anche da noi si sta verificando lo stesso trend positivo. Infatti, nel nostro Paese, negli ultimi vent'anni la mortalità per tumore dell'utero è diminuita di oltre il 50 per cento, passando da 8,6 casi ogni centomila donne nel 1980 a 3,7 casi per 100.000 donne nel 2002. Attualmente si stima che ogni anno in Italia siano diagnosticati circa 3.500 nuovi casi di carcinoma della cervice e che si registrino circa 1.100 morti per questo tipo di tumore".

Qual è il motivo di tale riduzione?
"Sicuramente grazie alle campagne di prevenzione e alle politiche di screening. Infatti la prevenzione nel nostro Paese è enormemente migliorata, anche se non si è ancora colmato il divario tra Nord e Sud. I programmi di screening col Pap test (tuttora strumento insostituibile per la prevenzione) interessano oggi il 65 per cento della popolazione. In generale, una donna su tre tuttora non si sottopone mai a un Pap test, mentre un 30 per cento lo fa con cadenza annuale. Inoltre, da poco, è disponibile un ulteriore strumento di prevenzione secondaria: l'Hpv test. Si tratta di un esame che rileva la presenza di DNA del virus prima che insorga un tumore. Si consente, così, ai medici-oncologi di identificare con grande anticipo le donne a rischio di sviluppare la malattia"

Professor Pecorelli, non crede che sia opportuno dare qualche informazione in più a proposito della vaccinazione?
"Direi di sì. Innanzitutto ricordiamo che da più di un anno sono stati approvati dall'EMEA (Agenzia Europea per il controllo del farmaco) e sono disponibili in Italia vaccini per la prevenzione primaria dell'infezione da Hpv. Ovviamente si fa riferimento ai due vaccini: quello tetravalente (anti-Hpv 6-11-16-18) Gardasil della ditta Sanofi Pasteur MSD; quello bivalente (anti- Hpv 16-18) Cervarix della ditta GlaxoSmithKline. L'efficacia di entrambi i vaccini nel prevenire l'infezione si è dimostrata quasi assoluta nelle popolazioni di giovani donne, tra i 9 e i 26 anni, che non hanno ancora iniziato un'attività sessuale. In Italia, come negli altri Stati della Comunità Europea, i ceppi virali in questione, 16 e 18, sono ritenuti responsabili del 75 per cento delle neoplasie invasive cervicali. Perciò nel nostro Paese il governo, d'intesa con le regioni e le provincie autonome di Trento e Bolzano, ha stabilito di inserire la vaccinazione anti HPV tra i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), che sarà offerta gratuitamente alla popolazione femminile nel 12esimo anno di vita".

Può esistere un'integrazione tra vaccinazione e screening?
"Direi che è indispensabile, anche perché con l’introduzione del vaccino si pone in prospettiva la necessità di adeguare la strategia di screening a una nuova epidemiologia dell'infezione virale e delle lesioni conseguenti. È opportuno fin d'ora prevedere un'interfaccia tra sistema di screening e sistema vaccinale, e un attento monitoraggio della situazione. Questo richiederà differenti protocolli per donne vaccinate e non; l'offerta vaccinale dovrà essere monitorata in tutte le sue fasi. Perciò saranno importanti sia i programmi organizzati di screening che l'integrazione in questi con l'attività spontanea. La ricerca indipendente in questo ambito, che tenga anche conto dell'introduzione del vaccino nella pratica preventiva, dovrà inoltre essere continuata e rafforzata. In particolare, andranno valutati con attenzione gli studi, finanziati del Ministero e già in corso, tesi a valutare la prevalenza dell'infezione da Hpv; lo studio Pre.gio.; l’utilizzo dell'Hpv-test come esame di screening e di altri test (p. es., p16, carica virale genotipizzazione, test per RNA di oncogeni virali) che permettono l'identificazione e la caratterizzazione del virus a maggior rischio evolutivo, nonché gli studi volti alla valutazione economica dei nuovi approcci preventivi".