N. 1/2 gennaio/febbraio 2010

Archivio rubrica

Poni un quesito

 

Risponde il professor Giovanni Scambia, direttore del Dipartimento per la Tutela della Salute
della Donna e della Vita Nascente del Policlinico Universitario "Agostino Gemelli", Roma
(tel. 06-30154979)

Spostare in avanti le frontiere della qualità di vita per le donne colpite da tumore ovarico attraverso terapie sempre più personalizzate, tecniche chirurgiche meno invasive, farmaci meno tossici. Promuovere la diffusione di nuovi standard terapeutici, come la combinazione doxorubicina liposomiale peghilata e carboplatino, che a parità di efficacia con le attuali terapie sono più rispettosi della qualità di vita delle pazienti, riducendo l'impatto di effetti collaterali quali la perdita di capelli o l'alterazione della sensibilità alle dita di mani e piedi. Sono queste le indicazioni della 15° riunione, inaugurata recentemente a Roma, del Gruppo MITO (Multicenter Italian Trials in Ovarian cancer). Il gruppo di ricerca italiano è attivo da oltre 10 anni ed è impegnato a sviluppare collaborazioni di ricerca nell‚ambito della ginecologia oncologica. Il primo obiettivo del gruppo è quello di ottenere nel maggior numero di casi la cronicizzazione della malattia attraverso trattamenti chemioterapici multipli, intercalati, quando necessario, da interventi chirurgici. Per saperne di più abbiamo intervistato uno dei relatori: il professor Giovanni Scambia, direttore del Dipartimento per la Tutela della Salute della Donna e della Vita Nascente del Policlinico Universitario "Agostino Gemelli" di Roma.

Professor Scambia, quali sono i principali tumori ginecologici?
«Le neoplasie più frequenti che noi seguiamo sono i tumori dell'ovaio, quelli della cervice uterine e quelli dell'endometrio. In Italia il più diffuso è il tumore dell'ovaio, con circa 4.500 nuovi casi l'anno, dei quali oltre l'80 per cento è diagnosticato in fase già avanzata e richiede l'intervento chirurgico seguito da chemioterapia. Al contrario, i tumori dell'endometrio e quelli della cervice, grazie a tecniche di screening come il Pap test per i secondi, vengono per lo più diagnosticati nella fase iniziale o precoce e quindi in molti casi è sufficiente l'intervento chirurgico senza dover ricorrere a trattamento chemioterapico aggiuntivo. Questi tumori colpiscono sia le donne in età giovanile ma anche quelle in età molto avanzata. Nelle pazienti giovani si presentano problemi aggiuntivi come la compromissione della fertilità nei tumori della cervice».

Durante la riunione del gruppo di studio MITO, si è ampiamente discusso dell'impatto delle strategie terapeutiche sulla qualità di vita delle pazienti con neoplasie ginecologiche. Da cosa nasce quest'attenzione?
«L'attenzione alla qualità di vita è una tendenza di tutta la medicina, e in particolare dell'oncologia. Oggi si ricorre a terapie sempre più personalizzate affinché i pazienti in cura possano mantenere standard accettabili nella loro vita quotidiana, e salvaguardare la qualità di vita che coinvolge molti aspetti: mantenere la capacità di lavorare, non essere condizionati dagli effetti collaterali, non vedere alterato il proprio aspetto fisico. Nei carcinomi femminili l'attenzione a questi aspetti è ancora maggiore per il fatto che questi tumori colpiscono donne spesso giovani, che possono essere madri o genitrici, per le quali la qualità di vita appare ancora più importante. Alla riunione del Gruppo MITO abbiamo affrontato il tema della qualità di vita sotto molti aspetti, valutando tutte le risorse che oggi ci permettono di tutelarla al meglio: dai nuovi farmaci disponibili alle strategie chirurgiche meno invasive, fino alla personalizzazione delle terapie, in un confronto che vedrà riunito il meglio della ricerca italiana in questo campo».

Per quanto riguarda il tumore ovarico, come si prospetta il problema della qualità di vita in una forma di tumore che nella maggioranza dei casi viene diagnosticato in fase avanzata?
«L'attenzione alla qualità di vita per questo tipo di tumore è andata crescendo parallelamente all'aumento della sopravvivenza. Fino ad alcuni anni fa le prospettive per le donne colpite da questa neoplasia erano molto scadenti, con una sopravvivenza molto bassa. Adesso lo scenario è migliorato: sebbene il carcinoma ovarico sia ancora oggi un tumore che mantiene livelli di mortalità molto elevati e nel quale la prospettiva della guarigione si concretizza in una minima parte dei casi, assistiamo a un importante aumento della sopravvivenza che riguarda una percentuale sempre più alta di pazienti. Ma non conta solo quanto si sopravvive, importa anche il "come". Sempre più spesso accade di applicare anche 7/8 linee di trattamento a pazienti che sopravvivono 8-10 anni dopo la diagnosi. E noi vogliamo che sopravvivano bene».
Proprio per verificare alternative terapeutiche che vadano in direzione di una migliore qualità di vita, come hanno affermato i relatori presenti all'incontro romano, recentemente sono stati promossi due studi, MITO-2 e CALYPSO, imperniati sull'impiego di doxorubicina liposomiale peghilata in alternativa a taxolo nella combinazione con carboplatino.

Quali sono i risultati?
«La combinazione di doxorubicina liposomiale peghilata e carboplatino è uno schema che in questi anni è stato sviluppato sia in Italia che in altri Paesi. Il vantaggio di questa combinazione è rappresentato dalla possibilità di sostituire un farmaco, il taxolo, associato a pesanti effetti collaterali quali la perdita di capelli e la neurotossicità, con un altro, la doxorubicina liposomiale peghilata, che ha un profilo di tollerabilità notevolmente migliore. E i risultati di questi due studi, MIT0-2 e CALYPSO, lo confermano: nella nuova combinazione risultano notevolmente ridotti gli effetti collaterali che condizionano pesantemente la vita delle pazienti, quali appunto la perdita di capelli e i disturbi neurologici. Le evidenze ci dicono che la migliore tollerabilità si accompagna a uguali livelli di efficacia. I dati più recenti riguardano lo studio CALYPSO che ha interessato 976 pazienti, dimostrando che l'associazione di doxorubicina liposomiale peghilata e carboplatino, nelle donne con tumore dell'ovaio sensibile al platino, già trattate una prima volta e andate incontro a una ricaduta, ha un'efficacia sovrapponibile a quella dello standard terapeutico "carboplatino e taxolo", ma è caratterizzata da minore tossicità».

Quale importanza ha la possibilità di utilizzare il nuovo protocollo con doxorubicina liposomiale peghilata nelle pazienti che vanno incontro a recidiva di tumore ovarico?
«Queste evidenze comportano la disponibilità di una risorsa in più per trattare le pazienti colpite da recidiva che fino a oggi sarebbero state trattate con taxolo, mentre adesso possono essere curate con doxorubicina liposomiale peghilata che è un farmaco più tollerabile. Mi auguro che questa indicazione venga recepita presto dalla maggior parte degli oncologi. La riduzione degli effetti collaterali assume un valore particolare nel trattamento delle recidive. Per fare un esempio, una paziente che riceva una diagnosi di tumore all'ovaio e fa in prima linea carboplatino e taxolo perdendo i capelli come conseguenza della terapia, se dopo un periodo di remissione di 9, 10, 15 mesi, ha una recidiva, fino a oggi avrebbe dovuto di nuovo ripetere carboplatino e taxolo, perdendo ancora i capelli. Pensiamo a cosa significhi per una donna doversi nuovamente confrontare con un problema che condiziona la propria immagine e la capacità di interagire con gli altri. Quindi, avere a disposizione un trattamento con un'efficacia pari o superiore alla terapia standard, ma che non fa perdere i capelli, è un passo in avanti enorme. E questo è solo uno degli aspetti di tossicità che vengono migliorati dalla combinazione che comprende doxorubicina liposomiale peghilata».