N. 12 dicembre 2010

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Risponde il professor Maurizio Martelli, ricercatore universitario del dipartimento di Ematologia Università degli Studi di Roma “La Sapienza”
martelli@bce.uniroma1.it

 

Il 15 settembre scorso si è svolta la Giornata Mondiale per la Conoscenza del Linfoma, promossa in Italia dall’AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma), l’occasione per celebrare i successi ottenuti in questi anni dalla ricerca ma anche per richiamare l’attenzione sui diritti dei pazienti. «Lo scenario dei linfomi è cambiato in modo positivo e cambierà ancora in meglio e presto, perché la ricerca continua a registrare progressi. Oggi per un numero elevato di pazienti vi può essere la prospettiva della guarigione» ha affermato il Professor Franco Mandelli, Presidente AIL, «con questa iniziativa, oltre che la qualità dell’assistenza, che in Italia è tra le migliori, intendiamo promuovere i diritti dei pazienti, come quello a una diagnosi sicura, a una seconda opinione, prassi ormai consueta negli Stati Uniti, e quello a essere informati sugli iter seguiti nei migliori centri specialistici mondiali». Per saperne di più sull’argomento abbiamo intervistato il Professor Maurizio Martelli, ricercatore universitario del dipartimento di Ematologia Università degli Studi di Roma “La Sapienza” che era presente alla affollata conferenza stampa.

Professor Martelli può dirci quali sono i dati epidemiologici relativi alla diffusione in Italia e nel mondo del Linfoma?
«Innanzitutto è bene ricordare che il linfoma non Hodgkin è una patologia tumorale del sistema linfatico molto eterogenea. Dal punto di vista epidemiologico è una malattia in continuo incremento, sia in Italia che in tutti i paesi occidentali. Rappresenta la quarta causa di tumore nel sesso maschile e la sesta in quello femminile. Ciononostante è una patologia non ancora ben conosciuta nella popolazione. Dal punto di vista dell’incidenza, si registra una frequenza di circa 12-15 casi ogni 100.000 abitanti per un totale di circa 11.000 nuovi casi ogni anno solo in Italia. Nel mondo questa neoplasia colpisce oltre un milione di persone, con oltre 200mila decessi annui. Dobbiamo poi sottolineare che il linfoma di Hodgkin ha invece una incidenza molto inferiore. A questo continuo incremento d’incidenza si contrappone una riduzione della mortalità per linfoma: tutto questo vuol dire che siamo di fronte ad una malattia frequente, ma molto curabile».

Esistono diversi tipi di linfoma. Quali sono le differenze principali, anche in termini di percentuali di guarigione?
«La prima grossa differenza tra il linfoma di Hodgkin e quello Non Hodgkin è che rappresentano due gruppi completamente distinti dal punto di vista istologico e clinico. Infatti i primi colpiscono più frequentemente i giovani, con un picco d’incidenza nella fascia d’età compresa tra i 20 e i 40 anni, mentre i secondi sono prevalenti tra i pazienti in età più avanzata, con un picco d’incidenza tra i 50 e i 60 anni. Rispetto al linfoma di Hodgkin il linfoma Non Hodgkin è invece una malattia molto più eterogenea e nella nuova classificazione mondiale si riconoscono circa 60 diversi tipi istologici ad ognuno dei quali corrisponde una prognosi, una terapia e una probabilità di sopravvivenza diversa. Per quanto riguarda il linfoma di Hodgkin, che non presenta questa varietà istologica, possiamo dire che il 70-80 percento dei pazienti raggiunge la guarigione definitiva, percentuale che può aumentare fino al 90 percento per quei pazienti senza - o con pochi - fattori di rischio al momento della diagnosi».

Quali sono i sintomi che permettono di riconoscere un linfoma e quali gli strumenti diagnostici più efficaci per identificarlo?
«Il sintomo più frequente è la comparsa di adenopatia, ovvero un incremento di volume di uno o più linfonodi, in assenza di una sintomatologia clinica. Altre volte possono essere presenti dei sintomi come la febbre, la sudorazione e, in casi molto particolari, una perdita di peso eccessiva. Essendo il linfoma una malattia sistemica che può colpire ogni organo o parte del sistema linfatico, un’accurata prevenzione, come in altre patologie tumorali, risulta impossibile da eseguire per il numero improponibile d’indagini necessarie. Nel caso di un sospetto o della comparsa di un’adenopatia, possiamo aiutarci con esami strumentali, come l’ecografia, la TAC o la PET, ma la diagnosi definitiva avviene solo mediante la biopsia del tessuto malato. Questo ci permette di stabilire con esattezza il tipo istologico del linfoma e quindi un approccio terapeutico adeguato e corretto».

Come procede la ricerca per la definizione dell'eziologia di questa neoplasia?
«Le cause eziologiche sono tuttora non conosciute. Attualmente gli interessi principali della ricerca sono orientati a comprendere meglio i meccanismi molecolari che portano alle mutazioni delle vie connesse alla proliferazione anomala della cellula. La conoscenza di queste specifiche alterazioni molecolari sta portando alla realizzazione di farmaci cosiddetti “intelligenti”, in grado di colpire esclusivamente tali alterazioni. Per alcune patologie come la leucemia mieloide cronica, questo tipo di terapia è già attuale e non fantascienza. Una terapia biologica mirata può essere più efficace e meno tossica della chemioterapia convenzionale».

Sono recenti le evidenze che l’uso di rituximab come terapia di mantenimento in pazienti che rispondevano al trattamento iniziale basato sulla combinazione di rituximab e chemioterapia ha raddoppiato la possibilità di sopravvivere senza progressione della malattia. Cosa ci può dire in merito?
«Il rituximab è un farmaco specifico e selettivo diretto sulle cellule tumorali del linfoma a cellule B. La sua associazione alla chemioterapia ha portato a un sensibile miglioramento della percentuale della risposta clinica e quindi della probabile guarigione. Nell’ambito di questo gruppo, il linfoma follicolare è la forma istologica che ha presentato i migliori risultati dall’impiego dell’associazione rituximab-chemioterapia. Tuttavia, tale forma, pur avendo un incremento notevole della risposta clinica con l’impiego del rituximab, si caratterizza per una tendenza alla ricomparsa della malattia nel tempo. Si è dunque ritenuto di valutare l’efficacia del rituximab come terapia di mantenimento in pazienti che avevano risposto alla terapia iniziale. I risultati dello studio clinico PRIMA (Primary RItuximab and MAintenance con il convolgimento di 1018 pazienti), hanno dimostrato una riduzione dell’incidenza di ricadute pari al 50 percento nei pazienti sottoposti alla terapia di mantenimento per due anni rispetto al gruppo di controllo che non aveva eseguito terapia di mantenimento. Questo ha inoltre portato, nei pazienti sottoposti a terapia di mantenimento, ad un incremento significativo della sopravvivenza. Va comunque sottolineato che l’efficacia terapeutica del rituximab come terapia di mantenimento è ristretta - a tutt’oggi - a questo specifico sottotipo di linfomi, ovvero il linfoma follicolare che rappresenta il 25 percento dei pazienti».

Che si intende per linfoma follicolare?
«Linfoma indolore o follicolare (basso grado) si divide e si moltiplica nell’organismo più lentamente, rendendo più difficile la diagnosi iniziale. I pazienti possono convivere molti anni con la malattia, ma a differenza della forma aggressiva non esiste possibilità di cura con i trattamenti standard. La sopravvivenza mediana di questa forma follicolare è di circa 8-10 anni»