N. 3 marzo 2012

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Marco Venturini

Risponde la professoressa Rossella Nappi, Associato della Clinica Ostetrica e Ginecologica Policlinico San Matteo di Pavia
Tel. 0382.503878

www.rossellanappi.com

Solo il 12 % delle donne si affida al ginecologo per parlare dei propri problemi sessuali, per non par lare dell’HPV (infezione da papilloma virus) che ancora causa oltre 1.000 decessi l’anno a causa di una cattiva o scarsa prevenzione. Questi sono solo due dei dati emersi a Milano durante il 14° Congresso ESMM (European Society for Sexual Medicine), in cui per la prima volta in assoluto è stata riconosciuta l’identità di una Società europea, con certificazione in termini di preparazione.
Il convegno è stato anche l’occasione per fare il punto sulla patologia tumorale quando può rap presentare il killer della sessualità, per via di fattori organici, psicologici, relazionali o altro.

Professoressa Nappi, quali sono i problemi più frequenti della donna quando viene operata di un tumore agli organi genitali?
«Partiamo dai più frequenti, che sono quelli del corpo del collo dell’utero, che possono portare a chirurgie particolarmente invasive. Le quali non soltanto modificano l’anatomia della vagina (l’organo principe della sessualità), ma soprattutto cambiano il modo in cui gli stimoli nervosi e la circolazione vengono a trasmettere gli impulsi sessuali. In questo caso le donne, durante il rapporto con il partner, provano più dolore e anche maggiore secchezza vaginale, nonché poca soddisfazione genitale, unita a scarso desiderio. Tutto ciò, non di rado, ha ripercussione sulla qualità dell’orgasmo femminile (che può risultare perfino assente), cosa che inevitabilmente si può riflettere negativamente anche sul compagno. Ma, oltre alle chirurgie, anche le terapie possono causare problemi non indifferenti».

Quali sono le donne che soffrono di più?
«Senz’altro quelle che vengono operate prima dell’età della menopausa (da porsi, mediamente, attorno ai 50 anni). Noi sappiamo, infatti, che c’è un quarto di patologia tumorale che si manifesta prima di quest’età, quando la donna è ancora in età fertile e i suoi ormoni, sia estrogeni che endogeni, sono ancora molto attivi. Quindi, da un giorno all’altro, le nostre pazienti si trovano in uno stato di alterato benessere: una condizione, questa, legata sì alla menopausa (poiché sono state rimosse le ovaie), ma più di solito è correlata alle terapie di tipo chemioterapico, siano esse non endocrine sia endocrine».

Ci spiega le differenze fra i due tipi di terapie?
«Le terapie chemioterapiche non endocrine comunque distruggono il tessuto ovarico. Pertanto, nella maggioranza dei casi una donna giovane operata per esempio, di tumore alla mammella, una volta sottoposta a chemioterapia, come "conseguenza" ha una menopausa. Una menopausa molto sintomatica, per il semplice fatto che verrà distrutto il tessuto, e quindi sia la produzione estrogenica sia quella endogenica dell’ovaio. In queste donne si riscontrano tantissimi sintomi fisici, più altri che si ripercuotono sull’umore e sul senso di benessere generale (in quanto vengono meno gli ormoni anche sul sistema nervoso centrale)».

Passiamo a quelli che Lei definisce i killer endocrini della donna: a chi si riferisce con questa espressione?
«A quei farmaci che noi utilizziamo per mandare in menopausa chimica la donna. Parlo degli analoghi del GnRh (ormoni sintetici simili al GnRh, l’ormone prodotto dall’ipofisi, che regola nell’organismo la produzione delle gonadotropine) e degli inibitori dell’aromatasi, per esempio: trattamenti senza dubbio importanti per aggiungere anni alla vita e per garantire una sopravvivenza massima nella paziente, ma che, purtroppo, sono terapie pesanti. In una prima battuta alla donna appaiono come degli "amici" , una sorta di coperta di Linus, veri e propri scudi di salute. In realtà, dopo il primo periodo in cui supera lo shock di avere a che fare con una grave patologia, e poi ancora, dopo essersi adattata al fatto di aver cronicizzato il tumore, la donna si pone la domanda se non sia troppo alto il prezzo che deve pagare. Infatti, si sente malissimo sia dal punto di vista psico-fisico (per via di vampate, sudorazione, insonnia, instabilità, dolori dappertutto …), sia da quello sessuale-relazionale (basti pensare che non è raro che una donna operata alla mammella, dopo la conseguente chirurgia ricostruttiva, non si veda più allo specchio come realmente è, ma la sua mente le propone un’immagine assai differente da quella di prima)».

Chi si occupa della donna in seguito alla diagnosi, e dopo che è stata impostata una terapia?
«Occorre un team. Poiché è vero che la donna ricorre al suo oncologo per la prima parola, la più importante. Tuttavia, l’oncologo, abituato a portare a casa la pelle come dico io ovviamente presta minore attenzione agli aspetti della qualità della vita della paziente, e perciò è bene si avvalga di un team interdisciplinare. Il ginecologo, infatti, è d’aiuto non solo per supportare la donna nelle piccole-grandi cose indispensabili per migliorare la salute sessuale e fisica in toto, ma anche per aiutare ad elaborare la "ferita sulla fertilità ". A questo riguardo, molte sono le donne, specie giovani, che non si sono ancora riprodotte e che desiderano più informazioni sulla possibilità di essere madri dopo un tumore. Importante è che l’oncologo, assieme al ginecologo, ma anche allo psicologo e al fisioterapista lavorino tutti in perfetta sintonia. Purtroppo, non sempre noi medici ed operatori della salute siamo capaci di lavorare in team e di dare messaggi univoci alla nostra paziente».

Questo Congresso ESSM potrebbe essere d’input per lavorare a questo scopo?
«Certamente! Questo Convegno rappresenta l’occasione d’oro per mettere nelle stesse sale specialisti di diversa estrazione: medici (anche di medicina generale), endocrinologi, ginecologi, urologi e anche specialisti del settore delle scienze psicosociali. E anche, perché no, alcune figure esperte come ostetriche o infermieri specializzati che, in altri Paesi d’Europa, hanno un ruolo importante, in prima linea, negli aspetti preventivi sulla qualità della vita. Insomma, mi auguro che anche da qui possa nascere fra di noi un confronto aperto e multidisciplinare, prezioso per cogliere tutte le sfaccettature di quello che è l’affrontare un cancro».