N. 6/7 giugno/luglio 2012

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Fortunato Ciardiello

Risponde il Professor Fortunato Ciardiello,
ordinario di Oncologia Medica presso la II Università degli Studi di Napoli
Tel. 081.5666745

Che cos’è il cancro del colon retto?
«È generalmente conosciuto come tumore dell’intestino ed è una patologia caratterizzata da cellule maligne che crescono nei tessuti del colon e del retto, dando origine alla neoplasia. Il cancro del colon-retto nei Paesi occidentali è al 3° posto per frequenza dopo quello della prostata e del polmone per il maschio e del seno e del polmone per la femmina e colpisce con pari frequenza ambedue i sessi. In Italia è oggi la seconda causa di morte per tumore dopo quello del polmone per l’uomo e dopo quello del seno per la donna. Solo nel nostro paese, ogni anno, sono eseguite 45/50mila nuove diagnosi di cui almeno il 25% tardive».

Quali sono i fattori di rischio?
«Tra i fattori principali troviamo:

  • l'età: oltre il 90% delle persone affette da tumore del colon ha più di 50 anni;
  • la storia medica: polipi colon-rettali di dimensioni superiori a 2,5 cm, una malattia infiammatoria intestinale cronica (come colite ulcerosa o malattia di Crohn) o precedenti episodi di tumore del colon aumentano il rischio di tumore del colon;
  • la familiarità: il rischio è aumentato anche quando in famiglia si siano verificati altri casi di poliposi e/o carcinoma colon-rettale;
  • la presenza di alcune mutazioni genetiche;
  • l'alimentazione scorretta: una dieta troppo ricca di carne rossa e lavorata e di grassi (soprattutto di origine animale) incrementa il rischio. Anche la sedentarietà, l'obesità, il fumo di sigaretta e l'elevato consumo di alcool sono condizioni e comportamenti associati ad un aumento del rischio di tumore del colon-retto».

Come si previene la malattia?
«Prima di tutto dobbiamo distinguere una prevenzione primaria e una secondaria. Per primaria intendiamo la modificazione dello stile di vita e delle abitudini alimentari che possono avere un elevato potenziale anti-cancro. È stato dimostrato che, riducendo il consumo di carne rossa (soprattutto se cotta alla brace) e contemporaneamente aumentando l’assunzione di frutta e verdure si può diminuire l’incidenza del tumore del cancro del colon-retto in percentuali pari al 28% per l'uomo e il 14.7% per la donna. Non solo. Alla diminuzione del rischio di contrarre questa malattia è legato anche un regolare esercizio fisico, almeno 30 minuti al giorno, e una riduzione del consumo di alcol e astensione dal fumo di sigaretta».

Che s’intende per prevenzione secondaria?
«Sappiamo che la maggior parte dei tumori del colon- retto deriva dalla trasformazione maligna dei polipi di cui soltanto il 5% provoca un modesto sanguinamento che può essere rilevato con un esame delle feci. Normalmente i polipi sono individuati con una semplice endoscopia, un esame non doloroso che si è rivelato ormai l’arma più efficace per la prevenzione e la diagnosi precoce del tumore del colon-retto. L’endoscopia (colonscopia) e il successivo esame istologico del materiale eventualmente prelevato durante l'esecuzione del test consentono infatti la sollecita rimozione chirurgica dei polipi di dimensioni "a rischio" e di quelli "sospetti". Complessivamente, i due esami associati, la ricerca del sangue occulto nelle feci e una colonscopia effettuata ogni dieci anni dopo i 50 anni di età, sono in grado di individuare tempestivamente i due terzi dei tumori».

Come si cura?
«Ricordiamo che la prognosi nei soggetti con cancro del colon-retto dipende strettamente dal grado d’invasione tissutale locale, dall'infiltrazione degli organi vicini e dalla presenza di metastasi linfonodali o ad altri organi. La conoscenza dello stadio (dal I al IV) della malattia è importante per fornire al paziente delle cure il più possibile appropriate, oltre che per formulare una probabile prognosi. Nel caso del tumore del colon-retto, le metastasi si producono in genere a livello del fegato. Negli ultimi dieci anni, il trattamento del tumore del colon retto è migliorato significativamente e la sopravvivenza media è più che raddoppiata. La terapia è prima di tutto chirurgica, con l’asportazione del tumore e del tratto intestinale interessato. A differenza di quanto accadeva in passato, oggi, la chirurgia è molto più "conservativa" - perché tende a mantenere intatta la funzione intestinale (salvo che nei pazienti molto anziani o ad alto rischio) - e ha maggiori probabilità di successo, grazie al fatto che la diagnosi viene effettuata più precocemente. Circa l’80% dei pazienti si presenta alla diagnosi con malattia operabile radicalmente. La chirurgia, inoltre, può essere utilizzata, se le condizioni lo consentono, anche nel caso in cui il tumore abbia, già, dato origine a metastasi al fegato».

Che fare se il tumore è in uno stato avanzato?
«La cura del cancro del colon-retto, oltre alla chirurgia, si può avvalere anche della chemioterapia, sia quando la malattia è in uno stadio tale da non essere operabile che in associazione con l'intervento chirurgico (chemioterapia adiuvante) per diminuire il rischio di recidiva dopo l’intervento o per ridurre la dimensione del tumore prima dell’intervento. Circa il 25% dei pazienti con tumore del colon-retto si presenta alla diagnosi a questo stadio. E anche circa il 35% dei pazienti già trattati svilupperà malattia avanzata a distanza di 2-3 anni. La "nuova frontiera" della terapia, in questa neoplasia come in molti altri tumori solidi, è rappresentata dai farmaci biologici, già utilizzati con successo in particolari condizioni. Stiamo parlando degli anticorpi monoclonali anti-fattore di crescita epidermico (EGFR) come il Cetuximab e il Panitumimab, in grado di agire in modo mirato sui meccanismi che regolano la crescita del tumore. La loro efficacia in associazione alla chemioterapia standard è ormai dimostrata nei tumori in fase avanzata ».

I farmaci biologici vanno bene per tutti?
«No. Il Cetuximab o il Panitumimab devono essere somministrati solo a quei pazienti con un tumore del colon–retto che esprime il gene KRAS non mutato (wild-type). Sono circa il 60-65 % dei casi. In questi soggetti trattati con gli anticorpi monoclonali anti- EGFR si possono ottenere dei risultati incoraggianti con un importante aumento della percentuale di risposta (fino a circa il 60%) e una significativa riduzione del rischio di progressione della malattia, riduzione pari al 32%».

Che cos’è il test KRAS?
«È il primo test genetico che permette di determinare, al momento della diagnosi, lo stato del gene che codifica la proteina KRAS, se normale o mutata, nel tumore del colon retto di un paziente. Questa determinazione è essenziale proprio perchè lo stato della proteina KRAS può influenzare la prognosi della malattia e la risposta a quelle cure mirate all'inattivazione del recettore EGF. Quindi, il medico può scegliere meglio se sottoporre o meno un paziente a un determinato trattamento con farmaci biologici mirati a inattivare il fattore di crescita epidermico EGF. Il test di KRAS è semplice e non è invasivo: i materiali necessari sono ricavabili, nella maggior parte dei casi, dai campioni di tessuto tumorale utilizzati in esami precedenti, come la biopsia. I risultati sono disponibili entro breve tempo, circa una settimana».

Che fare per quel 35-40% con la proteina KRAS mutata?
«Possiamo somministrare il Bevacizumab il nuovo farmaco antiangiogenetico, in grado di bloccare l'afflusso di sangue indispensabile alle cellule tumorali per alimentarsi. È un anticorpo monoclonale anti VEGF, fattore che regola il processo di crescita dei vasi del sangue (angiopgenesi). È una molecola che inibisce la formazione di nuovi vasi sanguigni nel tumore, limitandone l'accrescimento e migliora la penetrazione e l'efficacia dei chemioterapici».