N. 8/9 agosto/settembre 2012

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Paolo Ascierto

Risponde il Professor Paolo Ascierto,
direttore dell'Unità di Oncologia Medica e Terapie Innovative presso l'Istituto Nazionale Tumori
di Napoli - Tel. 081.5903460

Professor Ascierto, gli specialisti continuano a ripeterlo: prudenza con il sole, ma ancora adesso i tumori della pelle sono in aumento. È vero che questa situazione è allarmante?
«Sicuramente sì, soprattutto per il melanoma. Nell’ultimo trentennio si è registrato un incremento del 237% di diagnosi. Questo vale per tutti i Paesi, Italia compresa. Da noi, per dare un altro dato, si registrano ogni anno 7 mila nuovi casi, troppi per un tumore che si potrebbe prevenire bene. Eppure per questo tumore si può fare moltissimo. Abbiamo l'identikit di chi è particolarmente a rischio di ammalarsi di melanoma e che pertanto deve stare molto attento al sole. È una persona con la carnagione chiara, i capelli biondi o rossi e gli occhi azzurri, ha difficoltà ad abbronzarsi e invece facilità a scottarsi, e se ha in famiglia un precedente della stessa forma il rischio aumenta ulteriormente».

Allora il sole è davvero così pericoloso?
«Come per tutto, dipende dalle dosi. Il rischio di ammalarsi è maggiore se da piccoli ci si è scottati seriamente: diverse ustioni solari (ricordarsi che l’eritema solare è una ustione di 1 grado) prima dei 15 anni rappresentano un fattore di rischio in più. E incrementano il pericolo di melanoma anche l'esposizione discontinua e intensa al sole e il crogiolarsi sotto i suoi raggi durante le ore "sbagliate". Per intenderci, è sbagliatissima l'"indigestione" di sole durante il fine settimana, per essere abbronzati il lunedì mattina, e utilizzare le ore tra le 12 e le 15 quando i raggi solari sono più forti. Inoltre si aggiunge il pericolo delle lampade autoabbronzanti. Uno studio condotto dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancrovha evidenziato che l’uso dei lettini abbronzanti, se avviene in età inferiore ai 30 anni, aumenta il rischio di melanoma del 75%. Alla luce di questi risultati, le radiazioni UV nell’agosto 2009 sono state inserite nella classe I dei cancerogeni, quella di massimo rischio, come il fumo di sigaretta».

In un momento come questo di risparmi pochi si rivolgono al medico, ma se un neo è sospetto cosa bisogna fare?
«È vero la crisi economica colpisce anche la prevenzione, ma si può prenotare una visita all’anno in un Centro dermatologico ospedaliero pagando solo il ticket e invece fare da sé due, tre volte all’anno la verifica dei nei. Spesso è proprio così che ci si accorge che un neo ha subito dei cambiamenti di forma, colore e dimensione. È un controllo che dovrebbero fare tutti, anche i giovani, perché è in aumento tra gli under 40: al momento, due diagnosi su dieci sono nella fascia tra i 15 e i 39 anni. Se un neo è sospetto occorre rivolgersi al dermatologo senza perdere tempo. Per capire se dietro a una macchia apparentemente innocua si maschera un melanoma, applicando la regola dell'ABCDE che è stata messa a punto dall'American Academy of dermatology. A sta per asimmetria, B per bordi, C per colore, D per dimensioni, E per evoluzione nel tempo. A questo punto se un neo ha una forma irregolare simile a quella di un'isola fotografata dall'alto, un colore nero intenso oppure variegato dal marrone al nero al grigio e margini netti tra cute scura e cute normale, e se le sue dimensioni sono aumentate nell'arco di pochi mesi, è meglio fare degli esami più approfonditi».

Qual è il più accreditato?
«Di sicuro la microscopia a epiluminescenza (o dermatoscopia), perchè aiuta il dermatologo nella diagnosi precoce del melanoma. Non è doloroso. Il dermatologo utilizza una speciale lente di ingrandimento che viene appoggiata sul neo: è in grado di vedere la distribuzione della melanina in profondità e di valutarne le caratteristiche (malignità). È collegata a un computer che memorizza le immagini e crea una cartella clinica per ogni paziente. In questo modo è possibile a ogni controllo confrontare anche lo stato di salute dei nei più a rischio. Va detto che oggi per la guarigione è quasi vicino al 100% se il melanoma viene affrontato quando è in una fase iniziale. In questi casi è sufficiente l’intervento chirurgico. Il discorso cambia se invece è già avanzato. Tuttora, ogni anno sono ben 1500 a non farcela, troppe persone».

Che cos’ha di diverso la chirurgia di oggi?
«Viene eseguita la biopsia del linfonodo sentinella, ovvero di quel linfonodo che viene "colonizzato" per prima da una eventuale cellula metastatica. La linfoscintigrafia, una particolare tecnica diagnostica, permette di individuare il linfonodo sentinella. Scoprire in anticipo una eventuale metastasi ai linfonodi migliora le percentuali di guarigione. Viene effettuata di solito quando il melanoma ha uno spessore superiore a un millimetro, perchè potrebbe non essere più circoscritto. A volte, soprattutto nei giovani, viene eseguita anche nel caso di uno spessore inferiore (0,7- 0,9 millimetri). In cosa consiste? Nella zona intorno al tumore viene iniettata una sostanza radioattiva che si concentra nel linfonodo sentinella, cioè il primo linfonodo presente sul sistema linfatico e che è capace di segnalare se il tumore è diffuso oppure no anche agli altri linfonodi linfatici. Il campione di questo linfonodo viene quindi inviato in laboratorio. Se contiene delle cellule maligne, cioè se è già stato aggredito dal melanoma, il chirurgo asporterà successivamente gli altri linfonodi del distretto interessato (ascella, inguine, o collo). In questo modo si riduce il rischio che il tumore si diffonda nell'organismo».

Che cosa succede invece quando il tumore è molto avanzato?
«La soluzione fino ad ora era la stessa da circa trent’anni. Vale a dire, uno o più cicli di chemioterapia che però, non riuscivano a sconfiggere la malattia. Ora tutto è cambiato, grazie a un nuovo farmaco. Il principio attivo si chiama Ipilimumab e viene somministrato per infusione. È il primo con un meccanismo d’azione rivoluzionario. Il farmaco agisce sui meccanismi che creano questi ostacoli e li elimina. Il sistema immunitario diventa così più "potente" ed è in grado di reagire contro le cellule tumorali e di combatterle. I risultati parlano da sé. Con questo farmaco la sopravvivenza a un anno nei pazienti con la forma avanzata di melanoma è quasi raddoppiata. Inoltre i dati ci dicono che in più il 20% dei casi riuscirebbe a cronicizzare la malattia. Il farmaco è già disponibile negli altri Stati europei, non ancora in Italia, anche se a luglio dello scorso anno ha ricevuto l’approvazione da parte dell’Ema. Da noi, fino a gennaio di quest’anno veniva prescritto per uso compassionevole. Oggi purtroppo non più, per cui i nuovi pazienti non potranno beneficiarne. È una situazione assurda, che speriamo di sblocchi presto. È inconcepibile che l’Italia impieghi così tanto tempo dall’approvazione dell’Ema (al momento 8 mesi che sono destinati ad aumentare), mentre in altri Paesi europei come Germania, Austria, Svezia e Svizzera sia già disponibile. Se ci saranno ulteriori ritardi, l’unica strada sarà quella di inserire i nostri malati in studi clinici ad hoc, ma chiaramente non si può fare subito e non per tutti. Fra l’altro, in questa stessa condizione abbiamo Vemurafenib, un'altra molecola innovativa».