N. 1/2 gennaio/febbraio 2013

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Roberto Labianca

Risponde il Professor Roberto Labianca,
Presidente Cipomo - Collegio Italiano Primari Oncologi Medici Ospedalieri.

Professor Labianca, quello che è successo in Grecia e in Portogallo con i farmaci antitumorali potrebbe succedere anche in Italia?
«Speriamo di no. Una crisi economica e finanziaria, seppure grave, non può portare a negare ai cittadini le cure appropriate. È un principio di civiltà inderogabile e sul quale la nostra Associazione sarà inflessibile nell’applicazione. Il caso della Grecia è emblematico. L’azienda tedesca Merck Serono ha deciso di non fornire più l'erbitux agli ospedali greci. Il medicinale è utilizzato da persone colpite da diverse forme di cancro, soprattutto nella cura dei tumori del colon-retto o in quelli della testa e del collo. Dal 2010 e per i primi sei mesi del 2011, la Grecia ha pagato solo un terzo dei 2 miliardi di euro di medicinali acquistati per i propri ospedali e, all'inizio del 2012, ha saldato parte del debito residuo con titoli di Stato. In compenso la ditta di Bonn, che con l'Erbitux ha guadagnato 1,3 miliardi di euro nel solo 2010 e circa 900milioni nel 2011, si è giustificata facendo sapere che chi ne avrà bisogno potrà richiedere la medicina direttamente in farmacia. Peccato che la cura può arrivare a costare fino a 4mila euro al mese e, se non passata dagli ospedali pubblici, ben pochi pazienti potrebbero permettersela, non solo nella Grecia».

Quello che sta accadendo in Grecia è un caso isolato?
«La Merck Serono non è la prima azienda farmaceutica ad adottare misure tanto drastiche. Un anno fa la stessa decisione era stata adottata dalla svizzera Roche che aveva sospeso le forniture a credito a 23 ospedali pubblici portoghesi, appellandosi al fatto che avevano accumulato debiti per 135 milioni di euro, e che ritardavano ormai i pagamenti anche per più di 420 giorni. Nel 2010, invece, è stata la danese Novo Nordisk a sospendere le forniture, questa volta di insulina, dopo una diatriba sui prezzi di vendita, conclusasi con l'invio di prodotti di costo e qualità inferiore. Comprendiamo i sacrosanti diritti delle case farmaceutiche a vedere onorate le loro forniture ed apprezziamo che a livello europeo esse abbiano già promosso iniziative volte a fornire ulteriori dilazioni sui pagamenti e coperture dei crediti avanzati, ma quanto accaduto in Grecia e Portogallo è un allarme troppo alto per l’Italia».

Quali sono i timori più alti per i malati italiani?
«Abbiamo appreso con tanta preoccupazione la notizia di tagli ai finanziamenti a favore dei malati di SLA, Sclerosi Laterale Amiotrofica. Non è civile un Paese che costringe i malati ad uno sciopero della fame per rilanciare un allarme sulla perdita di fondamentali risorse economiche loro destinate. È un bene che il Governo abbia risolto il problema, ma i segnali che ci giungono non sono incoraggianti. Come associazione di primari oncologi chiediamo rassicurazioni alle istituzioni affinché quello che è accaduto in Grecia e in Portogallo non si verifichi da noi, per questo ci appelliamo al diritto alla cura sancito nella Costituzione. Rimarchiamo una volta di più il sacrosanto diritto costituzionale del cittadino ad avere le cure appropriate che vuol dire anche libera fruizione dei farmaci all'interno delle strutture pubbliche. Una crisi economica e finanziaria, seppur grave, come quella che stiamo vivendo non può portare alla rinuncia del rispetto di conquiste di civiltà come la libera fornitura all'interno delle strutture ospedaliere di farmaci anti-tumorali».

Quali saranno le vostre iniziative per arginare questa situazione difficile?
«Il ministro Balduzzi ha detto che l'oncologia italiana è di eccellenza, però la "spending review" può farci perdere quanto realizzato fin qui, ci vuole poco a tornare indietro: attenzione ai tagli indiscriminati, se si taglia male si tagliano teste. Dobbiamo salvaguardare la vita dei pazienti. Per questo il Cipomo vorrebbe istituire un osservatorio per segnalare le difficoltà esistenti. Esistono casi di primari andati in pensione e non sostituiti, accorpamenti di reparti, difficoltà di accesso alle terapie. Così si contraddicono i principi di equità e si causano discriminazioni. Sentiamo sempre più pazienti che vanno all'estero. È giusto eliminare gli sprechi ma non ridurre in modo indiscriminato le spese: sarebbe importante capire quanto costa l'oncologia in Italia, così come una recente ricerca ha calcolato la spesa per tumori in Europa. È importante mettere a confronto le esperienze per capire le nostre mancanze».

Cosa deve fare la popolazione per fare in modo che un diritto fondamentale come quello di avere accesso alle cure non sia toccato?
«La mancanza di risorse economiche finalizzate all’oncologia e la volontà politica orientata verso le "medicine", corre il rischio di far ritornare l’oncologia a 50 anni fa, relegata in un angolo di qualche reparto medico. L’oncologia viene evidentemente considerata economicamente troppo onerosa, ma la stessa ha bisogno di risorse economiche, perché tutela un percorso di cura e di assistenza che la medicina generale o la chirurgia non garantiscono. Se l’oncologia medica viene ridimensionata chi ne subirà le conseguenze non sarà certo l’oncologo, ma il paziente, che non avrà più un trattamento individuale e personalizzato e rischia di venire abbandonato in iter burocratici. Per questo il cittadino deve farsi sentire, non subire passivamente ma protestare, mediante le associazioni, denunciando situazioni vergognose, pretendendo che sia rispettato il suo diretto alla cura. Stare zitti è il modo peggiore per danneggiare l’oncologia».