N. 3 marzo 2013

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Roberto Labianca

Risponde la Dottoressa Anna Costantini, Presidente della Società Italiana di Psico-Oncologia e direttore dell’U.O. di Psiconcologia, Ospedale Sant'Andrea "Sapienza".

Prestigioso riconoscimento internazionale all’Oncologia Medica dell’A.O. Sant’Andrea di Roma. La struttura è stata inserita dalla Società Europea di Oncologia Medica tra i primi 16 Centri d’eccellenza del 2012, per l’elevato livello d’integrazione terapeutica con le strategie di supporto finalizzate al miglioramento della qualità di vita dei pazienti. La qualità di vita, al centro del progetto All around Patients sostenuto da Roche, è parte integrante della terapia contro il tumore al seno ed è perseguita anche attraverso la sperimentazione clinica di formulazioni terapeutiche innovative, meno invasive e in grado di diminuire l’impatto delle cure, come gli anticorpi monoclonali a somministrazione sottocutanea.

In tale occasione abbiamo intervistato la dottoressa Anna Costantini in merito uno studio realizzato dalla Società Italiana di Psico-Oncologia in cui si parla di ‘distress’ nei pazienti oncologici italiani.

Che cosa s’intende quando si parla di distress?
«Per distress s’intende una condizione di sofferenza emozionale da lieve a grave che comprende preoccupazioni sociali, psicologiche e spirituali dei pazienti con cancro. Il dato consolidato che il 30-35% delle persone con cancro presenta una condizione di disagio emozionale (distress) degno di attenzione clinica, ha portato all’impiego sempre più frequente d strumenti di screening rapido del disagio nelle strutture oncologiche. Il Termometro del Distress (DT), messo a punto dal National Comprehensive Cancer Network (NCCN) per misurare l’entità e le cause della sofferenza nei pazienti, è impiegato da anni come strumento privilegiato in questo senso in molti Paesi europei e non-europei e previsto in tutte le Linee Guida italiane e internazionali sull’assistenza psicosociale ai malati oncologici».

Quali sono stati i risultati e quali le implicazioni cliniche importanti?
«Su una popolazione di 1.108 pazienti (70% donne, 30% uomini). Il 35-38% dei malati ha presentato sintomi di sofferenza emozionale tali da essere considerato “caso” clinico. Non è stata evidenziata alcuna relazione tra distress, età e stadio clinico, mentre prevalenze più elevate di disagio sono state sottolineate in pazienti di sesso femminile rispetto al sesso maschile. Il distress si è accompagnato a diversi problemi riportati dai pazienti, in particolare difficoltà nei rapporti interpersonali, inclusa la famiglia, problemi relativi alla propria spiritualità e ai valori della vita, nonché problemi secondari a sintomi fisici legati alla malattia e alle terapie.
Lo studio ha diverse implicazioni cliniche importanti, specificamente: 1) lo screening del disagio emozionale è una necessità concreta da perseguire in Oncologia in maniera regolare, essendo evidenti in almeno un terzo dei pazienti sintomi di sofferenza che necessitano d’intervento clinico; 2) lo screening va effettuato regolarmente, poiché il disagio stesso tende a modificarsi nel tempo interferendo pesantemente con la qualità della vita; 3) il DT è uno strumento valido e di rapida somministrazione, che non comporta significativo dispendio di tempo nei contesti oncologici (in particolare gli ambulatori), e che ha quindi un ottimo rapporto costi-benefici».

Come si manifesta il distress nelle donne in cura per un tumore al seno?
«Si manifesta in generale con stati depressivi o ansiosi reattivi alla diagnosi e al trattamento medico e chirurgico, con disturbi del sonno o labilità dell’umore. In modo più specifico, con difficoltà di affrontare/accettare la malattia e le perdite che spesso questa comporta nella continuità della vita della donna, con la paura degli effetti collaterali dei trattamenti che può manifestarsi anche sotto forma d’iniziale rifiuto delle cure o dei controlli. Preoccupazioni inerenti la conservazione della fertilità, effetti dei trattamenti sulla sessualità possono causare ulteriore sofferenza, modificando temporaneamente o in modo stabile non solo il fisico ma anche la propria progettualità esistenziale, la rappresentazione di sé come donna e gli equilibri nella vita di coppia. Una recente indagine su donne con cancro al seno in Europa ha mostrato che a distanza di 7 mesi dalla diagnosi su 549 donne di età inferiore o uguale a 50 anni, il 50% ha 2 o più problemi nell’immagine corporea, si sente meno femminile, è preoccupata di non essere attraente sessualmente, è imbarazzata del suo corpo. Il 67% è in qualche modo attiva sessualmente e di queste il 52% riporta difficoltà nel funzionamento sessuale.
L’incertezza sul futuro e la paura di eventuali recidive sono comuni, ma più penose in chi ha figli piccoli. An – che il timore di avere un tumore eredo-familiare costituisce sempre più spesso motivo di ansia, in particolare la preoccupazione che una figlia o una sorella possa ammalarsi. La malattia infine si associa spesso a un cambiamento nelle relazioni sociali».

Come arrivano le pazienti al servizio di Psiconcologia?
«Il medico specialista risulta il maggior inviante al nostro servizio di Psiconcologia. È interessante a questo riguardo sottolineare che, nel nostro caso, non si tratta d’invii con richieste generiche di consulenza, ma di veri e propri invii per valutare l’inizio di un trattamento psicoterapico specificamente psiconcologico a fronte di un quadro di sofferenza. Questo dato è in controtendenza con le risultanze della letteratura che evidenziano come i medici oncologi riconoscano la presenza di distress in pochi casi rispetto a tutti i pazienti con alti livelli di sofferenza psicologica.
L’alto numero di medici invianti è espressione, come dicevo, del lavoro di sensibilizzazione e dell’ottima integrazione tra reparti di Oncologia Medica e Chirurgia e la Unità Operativa Dipartimentale di Psiconcologia, così come del mutare della disponibilità verso gli interventi psicologici. La sensibilizzazione del personale medico presso l’Ospedale Sant’Andrea è stato infatti il prodotto di un’intensa attività di formazione, scambio, contatti e collaborazione stretta tra psiconcologi e personale sanitario. È anche interessante che il 33% dei pazienti abbia, di sua iniziativa, chiesto un intervento psiconcologico e l’ 8,8% su consiglio dei familiari. Questo testimonia probabilmente sia un mutamento culturale nella società verso la malattia, sia il riconoscimento del diritto a un aiuto anche per un bisogno che non è strettamente “organico” ».

Quale è la tipologia di pazienti seguiti dal Servizio di Psiconcologia del Sant’Andrea di Roma?
«La maggior parte dei pazienti è di sesso femminile ( 79,8% ), presenta un’età superiore ai 40 anni e ha un livello d’istruzione medio-alto.
La neoplasia primitiva più frequentemente rappresentata nel nostro campione è a carico della mammella nel 49,2% dei casi, seguita dal carcinoma del colon-retto (7%) e del polmone (6,6%).
Il dato di rilievo, cioè che circa il 50% dei trattamenti psicoterapici psiconcologici riguarda cancri mammari, può essere in parte attribuibile al fatto che il sesso femminile in molti casi è maggiormente suscettibile rispetto al sesso maschile allo sviluppo di disturbi d’ansia o dell’umore. Tuttavia, l’importante affluenza non solo di donne ma soprattutto di pazienti affette da carcinomi della mammella è certamente riconducibile al grande lavoro di integrazione multidisciplinare nel percorso senologico, dalla diagnosi alla terapia medica. Ulteriori motivazioni potrebbero ricondursi agli effetti della chemioterapia sulla fertilità e sulla sessualità e sulle alterazioni associate alla riduzione degli estrogeni (insonnia, labilità dell’umore, atrofia vaginale, vampate di calore, diminuzione del desiderio sessuale), che comportano una riduzione della qualità della vita in queste pazienti».