N. 8/9 agosto/settembre 2013

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Giuseppe Saglio

Risponde il professore Giuseppe Saglio, ordinario di Ematologia dell’Università di Torino – Ospedale Universitario S. Luigi Gonzaga di Orbassano (Torino)
Tel. 011.9026610
giuseppe.saglio@unito.it

Ecco una buona notizia: guarire da molti tumori del sangue per fortuna non è più solo un sogno. Oggi, almeno in alcune forme di leucemia e di linfoma, il 70-80% dei pazienti ottiene la guarigione completa. Anche la Leucemia Mieloide Cronica, che fino a una ventina d’anni fa portava quasi sempre alla morte ed aveva come unica possibilità terapeutica il trapianto di midollo, ora può essere controllata nel tempo. Grazie ai nuovi farmaci come nilotinib, nei pazienti che ottengono la risposta molecolare completa, ovvero un livello di cellule patologiche così basso da non poter essere evidenziato con le attuali tecniche di indagine, si potrebbe in futuro addirittura arrivare ad abbandonare le cure perché si è raggiunto un obiettivo fino a qualche anno fa impensabile: la guarigione.
L’occasione per ribadire i successi ottenuti dalla ricerca scientifica è la settima “Giornata Nazionale per la lotta contro Leucemie, Linfomi e Mieloma” promossa dall’AIL (Associazione Italiana contro Leucemie, Linfomi e Mieloma) AIL e posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. «Questa Giornata dedicata all’informazione sui tumori del sangue ha valore soprattutto per i pazienti ematologici che in questa occasione sentono l’AIL ancora più vicina» spiega il professor Franco Mandelli, presidente nazionale AIL durante la conferenza stampa gremita di presentazione dell’evento. «Il nostro impegno è quello di continuare a stare al loro fianco e impegnarci nella ricerca di nuove soluzioni di cura per le malattie del sangue, che oggi possono anche essere guarite in molti casi ma debbono comunque essere trattate al meglio per migliorare la durata della sopravvivenza dei malati e la loro qualità di vita».
Per maggiori informazioni sulle novità terapeutiche abbiamo intervistato il professor Giuseppe Saglio ordinario di Ematologia dell’Università di Torino - Ospedale Universitario S. Luigi Gonzaga di Orbassano (Torino).

Professor Saglio come si è evoluta la terapia della Leucemia Mieloide Cronica?
«L’ematologia ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, diventando un modello di ricerca per altre patologie oncologiche a carico degli organi solidi. La Leucemia Mieloide Cronica (LMC), rappresenta in qualche modo un paradigma di questa situazione. Circa vent’anni fa questa malattia non aveva altre cure efficaci se non il trapianto di midollo, realizzabile pertanto solo in una percentuale limitata di pazienti. Poi sono arrivati gli inibitori della tirosinchinasi, primo tra tutti imatinib, che hanno rappresentato una rivoluzione nel trattamento della LMC, consentendo di ottenere in moltissimi casi il controllo della malattia. Addirittura, e questa è una scoperta degli ultimi anni, si è visto che in alcuni casi può essere possibile anche sospendere la terapia con imatinib dopo aver raggiunto la remissione molecolare completa, cioè un livello residuo di malattia in cui il segnale della presenza della malattia non si vede più senza che la malattia si ripresenti. Queste prime osservazioni, peraltro limitate a pochi pazienti, hanno permesso alla comunità scientifica di parlare per la prima volta di guarigione vera e propria».

Da quelle prime, recenti osservazioni, cosa è mutato ancora?
«Il maggior passo avanti si è registrato con la disponibilità di farmaci sempre più potenti, e cioè gli inibitori di seconda generazione come nilotinib. Grazie a questi medicinali, che permettono di avere un’azione ancor più spiccata sulle cellule leucemiche rispetto al progenitore imatinib, si è finalmente passati da una semplice speranza a qualcosa di più solido e corroborato da dati scientifici più robusti. Ed oggi possiamo finalmente parlare di possibile “soluzione finale” per la LMC in una significativa percentuale di malati. La terapia con nilotinib si è infatti rivelata in grado di far raggiungere la remissione molecolare completa (la premessa perché la sospensione della terapia possa almeno essere tentata) in una significativa percentuale di pazienti e in tempi molto brevi. Oggi la sfida è capire bene in quante persone si possa ottenere questo importantissimo risultato, impensabile fino a qualche anno fa».

Per quanti malati è ipotizzabile l’abbandono della terapia e quando?
«Mediamente il 40-50% dei pazienti che ottengono la risposta molecolare completa dopo terapia può raggiungere l’obiettivo della guarigione, ovvero la sospensione del trattamento senza andare incontro a recidive. Le percentuali di successo terapeutico, in genere, sono maggiori nei pazienti che sono in cura da più anni e in coloro che fin dall’inizio avevano una malattia più mite e meno aggressiva. In queste persone la percentuale di guarigione può arrivare anche al 70-80%, sempre ovviamente nei casi in cui si è ottenuta la Risposta Molecolare Completa. Questo termine sta ad indicare un livello estremamente basso di cellule leucemiche residue, tanto da non poter più essere evidenziato con le più comuni tecniche a nostra disposizione. In media con nilotinib questo obiettivo appare più che raddoppiato rispetto a quanto si ottiene con imatinib. Per questo si spera che anche le possibilità di guarigione completa saranno più elevate grazie ai nuovi farmaci. Questo senza ovviamente dimenticare che l’utilizzo di inibitori di seconda generazione quali il nilotinib come terapia di prima linea evidenzia altri vantaggi concreti per i pazienti che vengono colpiti da leucemia mieloide cronica. In particolare, nella fase iniziale della terapia questi farmaci riducono sostanzialmente il rischio di progressione verso la fase accelerata e la crisi blastica e conseguentemente il rischio di morire a causa della malattia. In tempi più lunghi, un numero maggiore di pazienti, potrà sperare nel raggiungimento della remissione molecolare completa e quindi nella possibilità di provare a smettere la terapia senza che questo si associ ad una ripresa della malattia stessa, una condizione quindi che potremo in pratica definire di guarigione definitiva dalla malattia, con conseguente svincolo dall’assunzione a vita del farmaco».

Quali sono i passi della ricerca per confermare un’ipotesi di lavoro così affascinante?
«Ha ormai preso il via uno studio che mira proprio a valutare la possibilità di sospensione della terapia con nilotinib e quindi il raggiungimento dell’obiettivo guarigione in pazienti con LMC. Il trial si chiama ENESTFreedom e dovrebbe concludersi nel 2018. Si tratta di uno studio clinico di grandissima importanza, come prova il fatto che saranno coinvolti nella ricerca Centri di molti Paesi del mondo. Ancora una volta l’Italia, grazie alle competenze scientifiche e agli alti livelli raggiunti dalla nostra ematologia, sarà uno dei punti di riferimento per il trial. Ben otto saranno infatti le strutture di ricerca che nel nostro Paese contribuiranno a raggiungere la popolazione necessaria per ottenere risposte significative sulla reale possibilità di giungere ad un obiettivo di grande importanza come può essere la sospensione della terapia. Questo obiettivo, oltre a modificare radicalmente lo stato psicologico del paziente che può finalmente dire di aver vinto una malattia grave come la LMC, potrebbe consentire un miglior utilizzo delle risorse destinate a questi malati da parte del Sistema Sanitario Nazionale e quindi favorire un risparmio per la sanità pubblica.
Ma soprattutto, potrebbe portarci a creare un nuovo paradigma scientifico. Se una volta si pensava che solo la continua assunzione dei farmaci potesse controllare la malattia e la sua evoluzione, grazie all’introduzione delle nuove terapie con più potenti inibitori della tirosin-chinasi di BCR-ABL si può puntare a vincere per sempre la malattia. Un progresso di grandissimo valore, non solo per chi soffre di questa malattia ma anche per lo sviluppo di nuove cure per le patologie oncologiche del sangue».