N. 11 novembre 2013

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Franco Locatelli

Risponde il Professor Franco Locatelli, docente di Pediatria all’Università di Pavia, direttore del Dipartimento di Oncoematologia Pediatrica e Medicina Trasfusionale presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Tel. 06.68592678/2129

“Regaliamo Futuro”. È questo lo slogan del XXV Congresso Nazionale della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) che dal 12 al 14 settembre scorsi ha riunito a Bari oltre 150 relatori, tra pediatri ed esperti dello sviluppo psicofisico dei bambini e della diagnosi e terapia delle malattie infantili. Vi hanno partecipato più di 500 medici, provenienti da tutte le regioni d’Italia. «Lavorare per regalare un futuro migliore ai bambini e agli adolescenti significa mettersi al servizio delle nuove generazioni per la salvaguardia della loro salute psicofisica», ha dichiarato, aprendo i lavori, il dottor Giuseppe Di Mauro, presidente della SIPPS. Che ha subito aggiunto: «Significa attuare strategie con interventi, assieme a tutti gli operatori della salute, a favore della prevenzione e della promozione di un corretto stile di vita. Significa agire per la promozione attiva della condizione fisica, della crescita e dell’assistenza al bambino nelle varie fasi dell’età evolutiva. Significa contribuire allo sviluppo di una pediatria a 360°, sempre più a misura di bimbo. Nel 1978, nel suo Libro del riso e dell’oblio, Milan Kundera scriveva: “I bambini sono senza passato ed è questo tutto il mistero dell’innocenza magica del loro sorriso”. Oggi più che mai il nostro augurio è che da questo Congresso emergano numerosi e interessanti spunti e temi che regalino ai piccoli un futuro migliore, ricco di novità e soddisfazioni». Tra gli argomenti trattati per noi di Prevenzione Tumori risulta interessante la lettura magistrale del professor Franco Locatelli che ha messo in evidenza come, nel corso di dieci anni, si siano registrati netti miglioramenti nella diagnosi e nel trattamento della leucemia linfatica acuta del bambino, fino ad arrivare alla guarigione, nel 95% dei casi, di questo tumore oncoematico.

Al professor Locatelli abbiamo chiesto di dirci qualcosa di più a proposito della leucemia linfatica acuta o linfoblastica acuta.

«Si tratta del tumore più frequente dell’età pediatrica con circa 350-400 nuovi casi l’anno. Per essere più precisi, si tratta di circa 3-4 nuovi casi per 100.000 di bambini. Un picco d’incidenza si riscontra nell’età compresa tra i 2 e i 7 anni. Purtroppo questa fascia d’età è quella più colpita, senza alcuna differenza tra maschi e femmine. Non è una malattia contagiosa né ereditaria e le cause sono sconosciute. Si sa solamente che l’esposizione alle radiazioni e alcuni fattori tossici possono facilitarne l’insorgenza; inoltre alcuni eventi implicati nel suo sviluppo possono aver luogo già durante la vita intrauterina», ha risposto il nostro esperto. «La buona notizia è che attualmente questa patologia neoplastica ha delle percentuali di guarigione straordinariamente alte. Si stima infatti che oltre l’ 80% dei bambini curati con terapie di prima linea guarisca perfettamente. E ancora. Un altro 10% è curato attraverso trattamenti di recupero come il trapianto di cellule staminali».

Esistono quindi diversi tipi di terapia?
«Diciamo che le terapie sono ormai ben strutturate e consolidate e che si basano sulla combinazione di diversi farmaci chemioterapici. Il trattamento standard dura circa 2 anni ed è diversificato in funzio – ne di alcune caratteristiche biologiche del malato (come l’alto numero di globuli bianchi, le alterazioni molecolari ecc.) piuttosto che la risposta alla terapia stessa. Si usano, cioè, trattamenti più intensivi e aggressivi in pazienti con prognosi sfavorevoli. A migliorare la prognosi di questi bambini ha contribuito un trattamento omogeneo sul territorio nazionale. In pratica, per tutti i bambini-pazienti italiani (o residenti nel nostro Paese) è impiegato lo stesso approccio diagnostico e terapeutico per la cura della leucemia linfoblastica acuta».

Possiamo dire qualcosa in più sul trattamento?
«Come ho detto, dura 2 anni e si articola in quattro differenti fasi dette induzione, consolidamento, reinduzione e mantenimento. Le prime tre sono le più importanti, le più aggressive, le più impegnative, che si effettuano essenzialmente in 10-11 mesi. I rimanenti 13-14 mesi sono riservati alla fase di mantenimento più blanda che, sostanzialmente, consiste nell’assumere a domicilio tutte le sere un farmaco chemioterapico e una volta alla settimana un altro chemioterapico. Agli approcci chemioterapici va aggiunta la chance rappresentata dal trapianto di cellule staminali, con cui può essere recuperata una quota consistente di pazienti in ricaduta».

E per chi non risponde alla terapia? Che fare?
«Se si riferisce ai refrattari o a chi ha una ricaduta, ovvero al 20% dei casi, posso dire che è in sperimentazione un nuovo farmaco. Si tratta di un anticorpo monoclonale che sostanzialmente permette la distruzione delle cellule leucemiche grazie a un meccanismo immunologico. I risultati ottenuti con questo farmaco nei pazienti con le forme più refrattarie o resistenti sono particolarmente interessanti. Si potrà recuperare circa il 50% dei pazienti difficili. In questi mesi si sta chiudendo la prima fase di sperimentazione dell’anticorpo monoclonale e la sua commercializzazione è prevista, ragionevolmente, nel 2015». La situazione dei malati è migliore rispetto al passato? «Direi di sì. Alla fine degli Anni 70 guariva soltanto il 40% dei bambini. In più di 30 anni abbiamo raddoppiato la percentuale di coloro che possono essere curati. Oggi infatti il 90% di minori con leucemia linfoblasta acuta guarisce dopo i trattamenti. È sicuramente uno splendido risultato, soprattutto se ricordiamo che la percentuale di tutti i tumori in pediatria è di 1.600-1.700 casi l’anno e che circa il 25% delle nuove diagnosi è rappresentato dalle leucemie linfoblastiche acute, seguite per incidenza dai tumori del sistema nervoso centrale».

Quali segnali dovrebbero spingere i genitori a portare il figlio dal medico per un controllo?
«I sintomi più frequenti sono: la febbre persistente che non risponde al trattamento antibiotico; la comparsa di dolori osseo-articolari; la presenza di pallore cutaneo; le manifestazioni emorragiche cutanee; l’ingrossamento dell’addome e anche l’ingrossamento dei linfonodi. Tutti possono essere segnali di una malattia tumorale. In presenza dei sintomi appena descritti è giusto far visitare il bambino dal proprio pediatra. Questi, conoscendo il piccolo paziente, prescriverà tutti gli esami ematochimici necessari al caso. I risultati ottenuti potranno indirizzare il medico verso una diagnosi che suggerirà ai genitori il centro oncologico più idoneo».

Com’è possibile aiutare i genitori e il bambino ad affrontare nel modo migliore una diagnosi di tumore?
«È fondamentale un supporto psicologico per far sì che l’esperienza abbia il minore impatto sullo sviluppo e la psiche del bambino come della sua famiglia. Ancor più nello specifico, possiamo dire che chi su – pera patologie come queste di solito ha un altissimo grado di maturazione e di capacità nel gestire situazioni importanti e dolorose. Questi bambini, una volta guariti, hanno delle aspettative sia di durata che di qualità di vita del tutto comparabili a quelle dei loro coetanei».