N. 1/2 gennaio/febbraio 2014

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Francesco Cognetti

Risponde il professor Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Regina Elena di Roma.
tel. 06.52662727

In 15 anni le percentuali di guarigioni per il cancro al seno sono cresciute di circa il 10%, passando dal 78% all’88%. «Un risultato eccezionale da ricondurre alle campagne di prevenzione e alle terapie innovative sempre più efficaci», ha commentato il professor Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia medica dell’Istituto Regina Elena di Roma, presentando alla stampa il convegno dal titolo “International Meeting on New Drugs in Breast Cancer”, tenutosi a Roma il 1415 novembre 2013 con la partecipazione di 200 esperti da tutto il mondo. Per saperne di più, noi di Prevenzione lo abbiamo intervistato

 

Professore, quanto è diffuso il cancro al seno?

«Premetto che si tratta della terza edizione di un congresso che si svolge ogni due anni per fare il punto sugli avanzamenti della ricerca farmacologica in quanto il tumore della mammella ha una grande incidenza e nei Paesi occidentali è in costante aumento.
Attualmente in Italia vivono più di 522mila donne con una diagnosi di questo tipo. Per il 2013 se ne stimano circa 48mila di nuove. È bene sottolineare che assistiamo all’aumento di incidenza del carcinoma al seno e alla diminuzione della mortalità. Un dato che pone in primo piano anche il costo sociale della malattia che, tra guadagni persi e nuove spese, risulta pari a 7 miliardi di euro ogni anno: circa 28.000 euro per paziente. Non possiamo rispondere alle esigenze di questi malati con una politica di tagli lineari. L’appropriatezza si misura anche nella capacità di garantire le cure migliori su tutto il territorio. Infatti da una recente indagine del Censis, condotta su 1.000 pazienti oncologici, è emerso che l’aspetto più preoccupante per il 24% delle donne con tumore alla mammella è rappresentato dalle differenze di cura fra i territori, in particolare per i trattamenti più innovativi, e per il 33% dal timore che le difficoltà di bilancio in sanità condizionino la disponibilità di terapie oncologiche più mirate e con minori effetti collaterali».

 

Al meeting romano si è parlato di nuove terapie. Può dirci qualcosa in più?

«Potremmo definirle “anticorpi armati”, “bombe” intelligenti, che sanno distruggere solo le cellule tumorali risparmiando così i tessuti sani, con una potenza mai ottenuta finora con nessuna molecola. Sono le nuove terapie molecolari su cui esperti di tutto il mondo hanno fatto il punto nella due giorni svoltasi all’Istituto Regina Elena di Roma. In particolare, si sono analizzati i risultati ottenuti con un nuovo farmaco, il T-DM1, già autorizzato negli Stati Uniti come seconda linea nella fase metastasica e in attesa a breve dell’autorizzazione da parte dell’EMA (l’Ente regolatorio europeo); esso, rilasciando una sostanza altamente tossica soltanto dove si trova la neoplasia, è altamente efficace e riduce gli effetti collaterali ri – spetto alle altre terapie. Si tratta di un farmaco ben tollerato: nausea e vomito, ad esempio, si riducono moltissimo, così come la perdita dei capelli a cui si va incontro con la chemioterapia tradizionale. È indicato per i tumori Her2 positivi che in Italia colpiscono 10.000 donne e presto potrà essere impiegato anche contro altri tipi di tumore. Combina i benefici clinici di trastuzumab, che già ha cambiato in meglio la storia naturale della malattia Her2 positiva, con la chemioterapia potente costituita da Dm1, della famiglia delle meitansine, altrimenti intollerabile. È insomma il prodotto di una fusione tra un citotossico, cioè un farmaco chemioterapico, e un anticorpo monoclonale. È però importante che le nuove armi siano disponibili in tutto il territorio subito dopo l’approvazione da parte dell’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco), senza attendere l’inserimento nei prontuari regionali che rappresentano inutili doppioni di questo farmaco».

 

Altre novità emerse dal congresso romano?

«Al meeting sono state presentate e discusse le più recenti evidenze scientifiche sulle nuove molecole. Appropriatezza, significa fornire il farmaco giusto al paziente giusto e ridurre tutti i possibili sprechi. Ad esempio, la nuova formulazione di trastuzumab sottocute presenta notevoli vantaggi rispetto a quella endovenosa. Non solo è più facile e comoda da gestire, ma consentirà anche di risparmiare risorse, grazie a un minor carico di lavoro per i farmacisti ospedalieri e a minori costi per l’allestimento del medicinale. Infatti la preparazione di trastuzumab sottocute, già pronta all’uso, potrà essere totalmente affidata agli infermieri, liberando così i farmacisti. La prevenzione resta comunque l’arma fondamentale per sconfiggere la malattia».

 

Professore, lei ha concluso parlando di prevenzione, una tematica che ci sta molto a cuore. Il suo invito è senza dubbio rivolto a tutti (nel caso specifico alle donne) ma può dirci qualcosa in più?

«È stato detto e dimostrato da moltissimi studi internazionali che la prevenzione aiuta a ridurre l’incidenza delle neoplasie e nel caso specifico quello del seno. Si parla di prevenzione primaria quando si adottano stili di vita corretti e di prevenzione secondaria quando ci riferiamo all’esecuzione di esami diagnostici, specialmente la mammografia. In tale campo in Ita – lia esistono forti disuguaglianze per quanto riguarda lo screening di massa. Le regioni del Nord sono più attrezzate sia dal punto di vista della chiamata sia dal punto di vista dell’adesione degli esami di screening, mentre nel Centro Sud la situazione è più carente. Ma attenzione allo screening opportunistico, quello fatto dal laboratorio sotto casa. Il rischio è che siano strutture non riconosciute, con macchinari obsoleti e con personale non altamente qualificato. In pra – tica, possiamo aggiungere, si rischia di non ricevere per tempo una diagnosi per il tumore, il che significa condannarci a una terapia più aggressiva e magari anche alla morte».

 

D’accordo sulla prevenzione secondaria. Ma a proposito di quella primaria cosa ci può dire?

«Circa il 40% dei tumori è potenzialmente prevenibile con uno stile di vita sano che comprende attività fisi – ca costante, dieta equilibrata e abbandono del vizio del fumo. Inoltre è dimostrato che le donne con un carcinoma mammario, che praticano esercizio fisico a intensità moderata per circa 20 minuti al giorno, presentano il 40% in meno di possibilità di cadere in recidiva rispetto a quelle attive per meno di un’ora alla settimana».

 

In conferenza stampa lei ha detto che è un errore pensare al cancro al seno come a una malattia unica. Ci può chiarire il concetto?

«Quando dico che non si può più parlare del carcinoma al seno come di una “malattia unica legata all’organo”, intendo dire che grazie ai progressi della biologia molecolare siamo in grado di individuare i biomarker delle diverse tipologie e le mutazioni genetiche che le comportano, come hanno spiegato anche Massimo Cristofanilli, oncologo che lavora a Philadelphia, ed Edith Perez del Mayo Clinic Cancer Center di Jacksonville. Anche per questo sono necessari farmaci sempre più efficaci e “personalizzati”, perché ogni “sottotipologia” reagisce alle terapie in maniera diversa».