N. 4 aprile 2014

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Rocco Bellantone

Risponde il professor Rocco Bellantone, direttore dell'Unità Operativa di Chirurgia Endocrina e Metabolica del Policlinico universitario A. Gemelli di Roma.
Tel: 06.3015/4199.

Il robot chirurgico da Vinci, “telecomandato” dall’équipe dell’Unità Operativa di Chirurgia Endocrina e Metabolica del Policlinico universitario A. Gemelli di Roma, diretta dal professor Rocco Bellantone, ha eseguito un intervento senza precedenti nel Lazio. Ha operato la tiroide di una giovane paziente senza lasciare alcun segno sul collo. Il robot ha raggiunto la ghiandola malata attraverso l’ascella. Perciò l’intervento è chiamato “tiroidectomia robotica trans-ascellare”, indicato al momento solo in casi accuratamente selezionati.

Per maggiori approfondimenti abbiamo sentito il professor Bellantone, a cui abbiamo chiesto di spiegarci in cosa consista questa nuova tecnica chirurgica.
«L’intervento è stato effettuato lo scorso 17 gennaio su una donna di 37 anni affetta da gozzo nodulare. La giovane è stata dimessa in ottime condizioni il giorno dopo l’operazione», spiega l’endocrinologo. Che poi precisa: «La tecnica della “tiroidectomia robotica trans-ascellare”, messa a punto in Corea e attualmente in via di diffusione anche nei Paesi occidentali, consente di evitare cicatrici sul collo rispetto alle tecniche convenzionali e mini-invasive che vengono eseguite con un accesso chirurgico cervicale. Con il nuovo intervento la tiroide viene infatti raggiunta dall’ascella, con un accesso chirurgico nascosto e poco visibile. Attraverso la singola incisione ascellare s’introducono telecamera e strumenti robotici che sono manovrati dal chirurgo comodamente seduto alla consolle. Il sistema computerizzato consente una visione tridimensionale e ingrandita, nonché un assoluto controllo dei movimenti degli strumenti robotici. Queste caratteristiche tecniche facilitano e rendono molto accurata la dissezione chirurgica, garantendo l’assoluta sicurezza dell’intervento».

Questa tecnica può essere usata anche nei casi di tumori tiroidei?
«La tiroidectomia robotica è attualmente indicata per il trattamento della patologia tiroidea nodulare benigna. È però in corso di validazione il suo impiego per il trattamento della patologia maligna in pazienti a basso rischio», aggiunge il nostro esperto. «Che io sappia, attualmente solo il chirurgo coreano, che ha messo appunto la tecnica, la utilizza anche in pazienti con neoplasie a basso rischio».

La tiroidectomia robotica trans-ascellare potrebbe rappresentare quindi un ulteriore passo in avanti nel miglioramento dei risultati estetici dell’intervento alla ghiandola a forma di farfalla?
«Probabilmente, sì. Anche se, per evitare falsi entusiasmi, ritengo importante sottolineare che tale tecnica è ancora sperimentale. Nel mondo, fatta eccezione per la Corea, sono ancora poche le persone operate con questo metodo».

Come mai?
«I motivi sono diversi. Prima di tutto la tiroidectomia robotica può essere proposta solo a soggetti accuratamente selezionati. L’intervento dev’essere eseguito solo da chirurghi esperti che hanno una ricca casistica di pazienti operati alla tiroide. Ma non basta. È un’operazione dai prezzi elevati. Costa, infatti, più del doppio rispetto alle tecniche attualmente utilizzate per asportare la tiroide. Non è certamente un problema da poco, soprattutto in un momento in cui le risorse disponibili sono scarse. E ancora. Va detto che con la tiroidectomia robotica si raddoppiano i tempi d’intervento, per cui è più facile incorrere in qualche rischio».

Professor Bellantone, quindi lei suggerisce che la nuova tecnica chirurgia sia eseguita solo in casi specifici. Come per la paziente da lei operata che per esigenze professionali (in questo caso, una modella) non poteva permettersi di avere una cicatrice sul collo. Oppure solo le donne orientali e, nel caso specifico, quelle coreane, dato che nella loro cultura una piccola cicatrice sul collo è vista come una vera e propria deturpazione, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Ma, allora, se la tiroidectomia robotica transascellare dev’essere eseguita solo su un piccolo gruppo di pazienti, alla maggioranza dei malati, anche quelli oncologici, che devono essere operati alla tiroide, quale la soluzione propone?
«Vorrei rassicurare tutti. L’intervento di tiroidectomia non è particolarmente pesante per il paziente, soprattutto se eseguito con tecniche endoscopiche mini-invasive, messe a punto proprio in Italia alla fine degli anni Novanta. La più affermata è la tiroidectomia video-assistita, conosciuta anche con l’acronimo MIVAT (Minimally Invasive Video-assisted Thyroidectomy), attualmente eseguita di routine. La tiroidectomia è uno degli interventi più eseguiti nel nostro Paese: ogni anno se ne effettuano oltre 40mila. Sono infatti più di 6 milioni le persone che in Italia soffrono di problemi legati alla tiroide. Nell’ 80% dei casi dei pazienti sono donne di cui 1/4 ha meno di 40 anni. Perciò è molto importante che l’intervento sia il meno possibile devastante».

Potrebbe spiegarci nei dettagli che cos’è la MIVAT e per quali patologie tiroidee è maggiormente indicata?
«La tecnica MIVAT consente di operare effettuando un taglio di soli 2 cm o anche meno. In tal modo si riducono notevolmente i rischi post-operazione, in particolar modo quelli legati all’alterazione della voce. Un altro vantaggio sta nella durata: il tutto si effettua in circa 40 minuti e in casi particolari anche in anestesia locale, quando quella generale è controindicata (in caso di donna incinta). Le lesioni nodulari non devono superare i 3 cm di diametro massimo e devono essere adeguatamente selezionate, non potendo essere tutte sottoposte a tale tecnica. Ad esempio, la concomitante presenza di tiroidite costituisce una controindicazione. Un utile campo di applicazione sembra essere quello delle lesioni follicolari che non possono essere definite meglio dall’esame citologico, e per le quali è indispensabile l’esame istologico sul pezzo operatorio, per poter differenziare un adenoma da un carcinoma. Le casistiche scientifiche sino a oggi riportate lasciano supporre che ci possa essere un uso sempre più frequente di tale tecnica e aprono la speranza ai pazienti di poter usufruire in un futuro, non tanto lontano, di ulteriori nuove procedure chirurgiche sempre meno invasive e più sicure.
L’asportazione della tiroide, come ho già detto, è una delle operazioni più eseguite nel nostro Paese. Da noi infatti alta è l’incidenza delle patologie tiroidee – una persona su 10 ne ha una – ed è ancora parecchio diffusa la carenza di iodio nella popolazione, nonostante le campagne di utilizzo del sale iodato i cui effetti si vedranno però soltanto tra qualche anno. Per fortuna la maggior parte di queste malattie è raramente maligna e si arriva al bisturi solo in alcuni casi: quando il paziente non risponde – o non risponde più – alla terapia con i farmaci né può ricorrere a quella radiometabolica, in caso di gozzo e di tumori, che nel 95% dei casi sono per fortuna poco maligni. L’intervento tradizionale di tiroidectomia ha per i pazienti uno svantaggio estetico difficilmente accettabile, come si può ben immaginare. Fortunatamente il ricorso a questo intervento è sempre più raro. Vista la diffusione della diagnosi precoce, difficilmente oggi vediamo tumori che superano i 3 centimetri».