N. 1/2 gennaio/febbraio 2015

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Francesco Schittulli

Risponde il professor Stefano Cascinu, Presidente Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica)

Prof Cascinu dal congresso Aiom, che si è tenuto a Roma l’ottobre scorso, è emerso che la immuno-oncologia è la quarta arma contro i tumori, può dirci qualcosa di più?

«È un’arma in più, che si unisce alla chirurgia, radioterapia e chemioterapia per la lotta contro le neoplasie. L’immunoterapia potenzia le difese immunitarie per poter meglio combattere il tumore. Può essere applicata per i tumori della pelle, come il melanoma, per quelli del polmone e del rene. Siamo di fronte ad un approccio innovativo in grado di aumentare la sopravvivenza a lungo termine. Funziona stimolando le cellule del sistema immunitario a combattere il cancro e persegue una strategia opposta a quella delle terapie “classiche”. Non colpisce direttamente le cellule tumorali, ma attiva i linfociti T del paziente, potenti globuli bianchi capaci di eliminare o neutralizzare le cellule infette o anormali, che diventano in grado di distruggere il tumore».

È risaputo che il melanoma è il modello ideale per verificare l’efficacia dell’immuno-oncologia, c’è qualche nuovo farmaco immuno-oncologico?

«Nel corso degli anni, abbiamo studiato in modo approfondito l’immunobiologia del melanoma, le caratteristiche immunologiche delle sue cellule tumorali e abbiamo compreso come queste ultime interagiscono con il sistema immunitario, anche sfuggendo al suo controllo. Proprio nel melanoma, sono stati individuati per la prima volta gli antigeni, cioè i bersagli della risposta immunologica presenti sulle cellule tumorali. La seconda ragione è che, nel melanoma metastatico, da 30 anni non si vedevano progressi nelle cure e nessun trattamento poteva migliorare la sopravvivenza di questi pazienti. Il 2011 è stato un anno di svolta, con l’approvazione di ipilimumab, l’unico farmaco immuno-oncologico oggi disponibile nel mondo. Dal settembre scorso il farmaco ha avuto l’ok dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) per la prima linea, dopo il parere positivo dell’agenzia regolatoria europea (EMA)».

Quali sono le possibili combinazioni di questo nuovo farmaco?

«Ipilimumab ha un innovativo meccanismo d’azione, rimuove cioè i “blocchi” della risposta immunitaria antitumorale. Ha dimostrato di raddoppiare il numero dei pazienti vivi a 1 e 2 anni, con il potenziale di una sopravvivenza a lungo termine. Infatti il 20% dei pazienti è vivo a 10 anni dalla diagnosi, questo significa che, in alcuni casi, il farmaco è in grado di cronicizzare la malattia ed è possibile parlare di lungosopravviventi.
La combinazione dei nuovi trattamenti, in particolare dei farmaci immunoterapici, e la loro somministrazione in sequenza, rappresentano la svolta nella lotta contro questo tipo di tumore della pelle. Oggi si stanno affacciando altre armi, come nivolumab, un inibitore sperimentale del check-point immunitario. I dati più recenti evidenziano come la combinazione di due anticorpi monoclonali immunomodulanti (ipilimumab e nivolumab) sia in grado di garantire risposte in termini relativamente brevi. Inoltre uno studio ha dimostrato l’efficacia dell’associazione costituita da ipilimumab con l’elettrochemioterapia. Con questa tecnica, utilizzata finora nel trattamento locale delle metastasi, si ottengono percentuali di successo intorno al 70%. Le cellule tumorali assorbono meglio il chemioterapico somministrato pochi minuti prima, per via endovenosa o localmente, che raggiunge concentrazioni 8 mila volte superiori. In uno studio condotto all’Istituto G. Pascale di Napoli si è visto che l’elettrochemioterapia, associata a ipilimumab, ha migliorato in maniera significativa l’efficacia del farmaco. Infatti, oltre il 50% dei pazienti, che avevano in precedenza fatto registrare una progressione del tumore, dopo la sequenza di combinazione costituita da ipilimumab ed elettrochemioterapia, ha evidenziato una riduzione della malattia».

Quali saranno i prossimi obbiettivi dell’immunoterapia?

«L’approccio più immediato sarà l’immunoterapia personalizzata, che consentirà di rendere più efficaci e mirate le armi a disposizione. Presto avremo molte molecole in grado di colpire “target” diversi, da qui l’importanza degli studi sui biomarcatori. L’espressione di questi bersagli sarà decisiva per impostare correttamente la personalizzazione dell’immunoterapia. Un obiettivo che potrà essere raggiunto entro 5 anni. In Italia nel 2014 sono state stimate quasi 11.000 di nuove diagnosi di melanoma e 1.700 i casi di malattia metastatica. Voglio sottolineare che, l’Italia ha sempre svolto un ruolo molto importante nell’ambito degli studi di immuno-oncologia, anche a livello preclinico. La scuola di immunologia italiana è all’avanguardia a livello internazionale. Recentemente, il nostro Paese ha offerto un contributo significativo, non solo arruolando i pazienti, ma anche aiutando a disegnare i trial clinici. Sta suscitando grande interesse anche il ruolo delle cellule staminali come bersaglio dell’immunoterapia. Partendo da un presupposto fondamentale: le cellule staminali presenti nel tessuto neoplastico (cancer stem cells) sono cruciali per generare anche le altre cellule tumorali non staminali. Quindi, l’eliminazione delle cellule tumorali staminali, dovrebbe favorire l’eradicazione della neoplasia. Va ricordato che, non abbiamo ancora un’arma specifica contro questo bersaglio. Probabilmente, in un futuro non lontano, grazie alla combinazione dei farmaci, potremo eliminare le cellule staminali tumorali, togliendo così la sorgente di produzione di cellule neoplastiche alla massa tumorale».