N. 1/2 gennaio/febbraio 2016

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Michele Maio

Dottor Michele Maio, direttore UOC Immunoterapia Oncologica AOU Senese, Ospedale Santa Maria alle Scotte di Siena.
Tel. 0577.586304

Oltre 200 tra i più importanti esperti a livello internazionale si sono riuniti recentemente a Siena per il XIII Congresso NIBIT (Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori). In tale occasione si è ampiamente discusso di immuno-oncologia. Ovvero? «Si tratta di terapie innovative che stimolano il sistema immunitario a combattere il cancro, di cui il melanoma rappresenta l’apripista in sperimentazioni che si sono poi allargate a molti tipi di tumore, da quelli del polmone, del rene, della prostata, del colon-retto e del cervello, fino al mesotelioma e ad altre neoplasie rare. Per saperne di più abbiamo intervistato il dottor Michele Maio direttore l’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, che è il pioniere per l’Italia e non solo. Va ricordato che nel suo centro sono già stati trattati oltre 700 pazienti con farmaci immunoterapici».

Dottor Maio può dirci qualcosa di più a proposito del suo centro e del suo lavoro?
«Il nostro centro è nato dieci anni fa. All’inizio poteva sembrare una sfida. Oggi l’immuno-oncologia si è affermata come la quarta arma disponibile per sconfiggere il cancro in grado di generare grandi benefici sia nei tumori solidi che in quelli ematologici. Il primo farmaco immuno-oncologico approvato, ipilimumab, ha dimostrato di migliorare la sopravvivenza a lungo termine nel melanoma in fase avanzata: nel 20% dei pazienti la malattia si ferma o scompare del tutto, e aumenta la sopravvivenza a lungo termine. In questo tumore della pelle è ormai possibile evitare la chemioterapia. Un passaggio che avverrà a breve anche nel tumore del polmone, con importanti vantaggi per i pazienti perché oggi uno su cinque trattato con un nuovo farmaco immuno-oncologico, nivolumab, è vivo a tre anni. Siamo di fronte a un risultato straordinario in una delle patologie a maggiore impatto, con 41.000 nuove diagnosi stimate in Italia nel 2015».

Dottor Maio è vero che ci sono delle buone notizie riguardo al nuovo farmaco immuno-oncologico?
«Certamente se si riferisce al fatto che dal 21 luglio scorso la Commissione Europea ha approvato nivolumab nel tumore del polmone non a piccole cellule squamoso localmente avanzato o metastatico, precedentemente trattato con la chemioterapia. Il 22 settembre l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha inserito il farmaco nella lista prevista dalla legge 648/96, consentendo così a 1.400 pazienti colpiti da questa forma di neoplasia, non inclusi nel programma di uso compassionevole, di poter disporre del trattamento a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale. Nivolumab, così come un altro anticorpo diretto contro PD-1, pembrolizumab, però non è stato ancora approvato nel nostro Paese nel melanoma». Può essere più preciso ? «È importante che anche i pazienti con questo tipo di tumore della pelle, che nel 2015 in Italia colpirà circa 11.300 persone, possano accedere quanto prima alla terapia innovativa», risponde il dottor Maio aggiungendo: «Studi recenti hanno dimostrato l’efficacia della combinazione di ipilimumab e nivolumab. L’associazione ha evidenziato una riduzione delle dimensioni del tumore, cioè tassi di risposta non solo maggiori rispetto ai due farmaci somministrati in monoterapia ma anche più veloci e duraturi. Il regime di combinazione nel melanoma è stato approvato recentemente negli Stati Uniti dall’ente regolatorio americano, la Food and Drug Administration (FDA), ma spesso i pazienti italiani devono attendere molti mesi prima di poter accedere a queste armi. Chiediamo alle Istituzioni di prevedere approvazioni accelerate quando si tratta di terapie realmente innovative».

È recente la notizia di un nuovo studio clinico per la cura del melanoma cutaneo che combina due farmaci innovativi mai associati tra loro. Si può affermare che si tratta di un ulteriore passo verso la lotta contro il cancro?
«Direi di si. Infatti è il primo studio al mondo che utilizza due farmaci diversi in sequenza, il primo che modifica le caratteristiche molecolari e immunologiche del tumore, rendendolo più visibile al sistema immunitario del paziente – come già dimostrato in vitro e in un modello animale – il secondo che non agisce sul tumore, ma attiva il sistema immunitario, rendendolo più capace di tenere sotto controllo le cellule tumorali. Lo studio clinico tratterà a Siena 19 pazienti e durerà circa otto mesi, non dovremo attendere molto per avere i primi risultati. Siamo partiti dal melanoma cutaneo ma questo approccio terapeutico può funzionare praticamente in tutti i tipi di tumore. Il melanoma è un modello, tant’è vero che stiamo già lavorando con un’azienda americana per sviluppare la stessa strategia sul cancro al polmone, che ha una maggiore incidenza»

L’immunoterapia oncologica ha degli effetti collaterali?
«Certamente anche se completamente diversi da quelli della chemio. Si possono scatenare reazioni legate proprio al meccanismo d’azione: è possibile che l’iperattività del sistema immunitario attacchi anche cellule normali non riconosciute più come tali. Un po’ come accade nella colite ulcerosa e nella malattia di Crohn. Infatti gli effetti indesiderati più frequenti sono appunto coliti».

Dottor Maio in un periodo di spending review non dovremmo pensare ai costi che certi farmaci potrebbero avere?
«Sicuramente. Va però detto che l’utilizzo di queste terapie non comporta necessariamente un incremento dei costi per il sistema sanitario nazionale. Infatti si stanno identificando marcatori tumorali per identificare in anticipo i pazienti in cui i farmaci immuno-oncologici potranno essere efficaci», precisa il dottor Maio. «Così sarà possibile risparmiare risorse. Ad esempio nel tumore del colon-retto è stata identificata una sottopopolazione di pazienti con specifiche caratteristiche molecolari che rispondono molto bene all’immunoterapia. Il carcinoma del colon-retto finora non è stato considerato un modello di sperimentazione per l’immunoterapia perché ritenuto poco immunogenico, ma oggi i dati preliminari stanno evidenziando risultati impressionanti in determinate categorie di pazienti. Gli studi di fase I sono fondamentali per implementare questo tipo di conoscenze, anche se in Italia sono in netto calo. Uno degli obiettivi del NIBIT è proprio quello di promuovere sperimentazioni pre-cliniche e cliniche in grado di portare risultati immediati al letto del paziente».

Un’ultima domanda: come presidente di Fondazione NIBIT, il Network Italiano per la Bio-Immunoterapia dei Tumori quanto è importante è promuovere una chiara e corretta informazione?
«È fondamentale, infatti c’è un bisogno assoluto di corretta informazione, sia nei confronti dei pazienti che degli oncologi. Il nostro approccio è ancora per certi versi sperimentale e chi per anni ha operato con metodologie convenzionali si trova davanti una strategia terapeutica che ha caratteristiche molte diverse. Dall’altro lato, informare i pazienti è altrettanto fondamentale. Con questo intento è nato un portale completamente dedicato all’immunoterapia applicata al trattamento dei tumori www.immunoncologia.it e abbiamo prodotto numerose pubblicazioni rivolte ai pazienti. Oggi circa il 50% dei pazienti che afferiscono alla nostra struttura vengono da fuori regione, dal centro, nord e sud del Paese. Vengono a Siena perché conoscono il reparto, perché i loro oncologi o attraverso i canali di informazione sono venuti a conoscenza che qui utilizziamo nuove strategie. La corretta informazione non deve servire per far venire più pazienti a curarsi presso l’AOU Senese, ma perché quanti più pazienti possibile possano essere valutati per un trattamento di immunoterapia oncologica».