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Un gene chiave potenzia la risposta contro i linfomi

Vera Lanza, N. 5 maggio 2011

Per i linfomi, una famiglia di tumori maligni del sistema linfatico, è possibile ottenere una cura disattivando un gene chiamato ERAP1. La manipolazione di questo gene consente di attivare un potente e finora inesplorato meccanismo di rigetto da parte del sistema immunitario. È quanto dimostrato, nella sperimentazione su topi, da uno studio italiano di recente pubblicato sulla nota rivista scientifica Cancer Research, organo ufficiale dell’Associazione Americana per la Ricerca sul Cancro. Secondo i ricercatori, questa scoperta potrebbe avere grandissime potenzialità e aprire nuovi importanti scenari terapeutici, se il suo successo fosse confermato anche nell’uomo. La ricerca è stata condotta da due équipe di ricercatori del Dipartimento di Oncoematologia dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma. «Per la prima volta - spiegano i ricercatori - siamo riusciti ad ottenere un’efficace interazione fra i due tipi di cellule del sistema immune deputate all’attività antitumorale (i linfociti T citotossici e le cellule Natural Killer) e questo è stato possibile inibendo le cellule tumorali dell’espressione di un gene chiamato ERAP1». Fisiologicamente, il compito dei linfociti T e delle cellule Natural Killer è di eliminare le cellule alterate del nostro organismo, ma molti tumori riescono, purtroppo, a ingannare sia gli uni che le altre, evadendo così la sorveglianza immune. «Invece - continuano i ricercatori - inattivando ERAP1, siamo riusciti per la prima volta a innescare una cascata di eventi virtuosi che permette ad entrambe queste cellule con funzione immunitarie (linfociti T e cellule Natural Killer) di aggredire e combattere il tumore su più fronti». Benché questo studio sia stato finora condotto nel topo, ci sono già elementi che inducono a pensare che sia possibile applicare la scoperta anche a linfomi umani. E non è la sola buona notizia: secondo gli studiosi, infatti, inibendo ERAP1 anche altri tumori, sia pediatrici sia dell’adulto, potrebbero diventare ottimi bersagli per il sistema immunitario, aumentandone la curabilità.

A Pesaro si sperimenta una nuova terapia contro i linfomi
Quarantaquattro pazienti colpiti da linfoma con malattia in stadio avanzato sono stati sottoposti ad una nuova terapia ad alte dosi prima dell’autotrapianto di cellule staminali, ideato dalla Ematologia di Pesaro, con il supporto di Ail Pesaro e dell'Azienda Ospedaliera Marche Nord. La sperimentazione, approvata dal Comitato Etico, dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e dall’EMA (European Medicines Agency), ha dato risultati clinici e biologici molto rilevanti: l’84% dei pazienti trattati, ha ottenuto la remissione completa e l’ha mantenuta a oltre un anno dalla cura. La ricerca, guidata dal primario della struttura pesarese Giuseppe Visani, è stata illustrata a Orlando, in Florida, al meeting annuale dell’American Society of Hematology, il principale convegno internazionale in ematologia per la presentazione delle novità emerse in questo campo, a cui hanno partecipato circa 21mila specialisti provenienti da tutto il mondo. Come hanno spiegato i medici, lo studio della terapia è partito circa tre anni fa e 44 pazienti, tutti nella fase avanzata della malattia o resistenti alle terapie ordinarie, si sono sottoposti al trattamento con risultati importanti. Da Pesaro lo studio si è poi allargato coinvolgendo anche altre città. Si è trattato di uno studio italiano nato a Pesaro e che ha poi coinvolto anche malati seguiti in centri ematologici di Roma, Genova, Treviso, Ascoli Piceno, Napoli, Bari e Milano. Secondo il primario, si tratta di una rivoluzione nel panorama terapeutico, che dovrà essere allargata ad una casistica più ampia, ma che per ora rappresenta una tra le più importanti novità nel campo del trapianto autologo di cellule staminali emopoietiche degli ultimi vent’anni. «In considerazione dell’incremento dell’incidenza dei linfomi e dell’alto numero di persone che si ammalano di questa malattia anche nelle Marche - ha concluso Visani - questo dato rappresenta un messaggio di speranza per tutti pazienti affetti da linfoma». Non si esclude che la terapia possa essere proposta anche ai pazienti che raggiungono Pesaro nell’ambito dei progetti di coorperazione internazionale, come il progetto Mediterraneo aperto alla Palestina e al Marocco.

Al via un progetto per la mappatura del dna del cancro, Verona è la capofila
Ha preso il via, lo scorso gennaio, il progetto internazionale “Genoma del Cancro”, ideato dal Consorzio Internazionale, che si prefigge lo scopo di creare una mappatura delle mutazioni del Dna dei diversi tipi di tumore conosciuti.  E Verona è capofila per l‘Italia in questa ambiziosa sfida della ricerca biomedica. L’Università di Verona, che per l’appunto, rappresenta l’Italia nel consorzio, avrà il compito specifico di sequenziare il Dna dei tumori endocrini ed esocrini rari del pancreas. Verona porterà così il proprio contributo insieme ad Australia, Canada, Cina, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Messico, Spagna, Stati Uniti ed altri Paesi. Un impegno di grande valore sostenuto dallo stesso ministro dell’istruzione ha finanziato il progetto con 8 milioni di euro. Gli attori chiave del gruppo di Verona che affiancano Aldo Scarpa, anatomo patologo molecolare responsabile scientifico del progetto e direttore del centro “Arc-net - Alleati per la ricerca sul cancro”, sono Rita Lawlor, project manager di ARC-Net, Claudio Bassi, chirurgo di fama internazionale che gestisce la parte clinica del progetto sui tumori esocrini del pancreas in collaborazione con il gruppo australiano, Massimo Falconi, tra i massimi esperti mondiali dei tumori endocrini, che gestisce la parte clinica sui tumori endocrini dell’ateneo veronese e Giovanni Butturini responsabile della gestione operativa clinica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona. Del progetto “genoma del cancro” se n’era già parlato in un articolo, pubblicato sulla rivista Nature, scritto da più di 200 autori coinvolti nel grande sforzo di sequenziare il genoma di 25.000 campioni di tumore. «Siamo orgogliosi di rappresentare l’Italia in questo progetto destinato a segnare una pietra miliare nella lotta contro i tumori - dichiara il Rettore Alessandro Mazzuccco -. Identificare le mutazioni che causano il cancro è un obiettivo di altissimo valore per il futuro della scienza e della medicina e porterà alla possibilità di cure personalizzate per i pazienti».  Nell’ambito del Consorzio Internazionale l’équipe veronese ha come progetto proprio dell’Italia l’obiettivo di sequenziare 250 campioni di tumori rari del pancreas. Questi campioni sono raccolti e conservati in una biobanca organizzata e gestita da ARC-Net grazie alla quale il gruppo veronese affianca anche il gruppo Australiano nell’analisi del tipo più comune di cancro del pancreas. L’importanza enorme della mappatura genetica dei tumori è presto spiegata: in quasi tutte le forme il cancro cambia il progetto genetico, o genoma, delle cellule e provoca alterazioni nei normali meccanismi biologici portando ad una crescita cellulare incontrollata. Poiché le modificazioni nel genoma sono spesso specifiche di un particolare tipo o stadio di tumore, la mappatura sistematica dei cambiamenti che accadono in ogni cancro potrebbe fornire le basi per identificare nuove terapie e strategie per la diagnosi e la prevenzione. Nel corso del progetto saranno analizzati 25.000 campioni di tumori raccolti in tutto il mondo nei diversi organi del corpo umano compresi sangue, cervello, mammella, colon, rene, fegato, polmone, pancreas, stomaco, cavità orale e ovaio. Questa raccolta di dati sul genoma definirà il cancro in sottotipi che avranno rilevanza clinica e che potranno essere usati per determinare la prognosi della malattia e il suo trattamento permettendo inoltre lo sviluppo di nuove terapie. Gli studi sui carcinomi di mammella, fegato e pancreas hanno già generato una serie di dati che sono ora disponibili sul sito www.icgc.org. L’analisi del genoma di questi tumori è stata condotta dai membri dell’ICGC in Gran Bretagna (mammella), Giappone (fegato), Australia e Canada (pancreas). I dati sono raccolti nel Centro di coordinamento dati che si trova all’”Ontario Institute for Cancer Research” a Toronto. I leader dell’ICGC presenteranno i dati relativi ai progressi nei rispettivi progetti durante le diverse sessioni della conferenza annuale dell' "American Association for Cancer Research" che si terrà a Washington dal 17 al 21 aprile.

Linfomi - secondo i dati dell'AIL sono oltre 1 milione i malati; attivo un numero verde
Sono oltre un milione le persone affette da neoplasie del sistema linfatico. Nel mondo si registrano 350mila nuovi casi ogni anno, dei quali circa 15mila in Italia. Sono alcuni dei dati diffusi dall'Associazione italiana contro le leucemie, in occasione della celebrazione della Giornata mondiale per la conoscenza del linfoma. Una giornata che da sempre si pone l’obiettivo non solo di celebrare i successi ottenuti in questi anni contro la malattia ma che serve anche a richiamare l’attenzione sui diritti dei pazienti. E a pazienti e familiari è dedicato il numero verde 800-226524. Chiamando a questo numero è possibile parlare con un ematologo, una persona qualificata, in grado di rispondere alle domande che gli vengono poste. Un numero attivo questa volta in via straordinaria e che in genere viene attivato il 21 giugno, in occasione della Giornata nazionale per la conoscenza del linfoma, del quale il professor Franco Mandelli, presidente dell’Ail, dice: «Vorrei che in prospettiva fosse attivo almeno un giorno al mese. Che lo scenario dei linfomi sia cambiato in modo positivo e che continuerà a cambiare ancora in meglio, poiché la ricerca continua a registrare progressi». Oggi, per un numero elevato di pazienti, vi può essere “la prospettiva della guarigione”. Come è noto il linfoma è al terzo posto tra le neoplasie più diffuse al mondo. Nei Paesi sviluppati l’incidenza di questa patologia è raddoppiata negli ultimi venticinque anni e la tendenza continua ad essere in aumento. In Italia sono circa 200mila le persone che convivono con la malattia con una prevalenza per i linfomi non Hodgkin, la forma più diffusa, di dodici-quindici casi per ogni centomila abitanti e una incidenza di circa 11mila nuovi casi l’anno, prevalentemente tra i 45 e i 60 anni di età. Un incremento d’incidenza al quale si contrappone una riduzione della mortalità. Le possibilità di guarigione sono infatti quasi raddoppiate e i pazienti vivono più a lungo. A presentare la Giornata mondiale per la conoscenza del linfoma sono stati il presidente dell’Ail Franco Mandelli, il dottor Maurizio Martelli, ricercatore del dipartimento di Ematologia dell’Università degli studi di Roma La Sapienza, e la casa farmaceutica Roche che ormai da anni sostiene le iniziative Ail a favore dell’informazione e del miglioramento della qualità della vita dei pazienti affetti da malattie ematologiche. Sul diritto dei pazienti all’informazione e sui progressi della terapia si è fatto il punto tracciando un bilancio di quanto si è ottenuto in questi anni e sulle prospettive future.  Che la terapia per combattere i linfomi stia cambiando negli ultimi dieci anni è stato sottolineato dal dottor Maurizio Martelli, che ha spiegato come alla chemioterapia e al trapianto di midollo osseo si siano aggiunti i cosiddetti farmaci biologici - che colpiscono solo le cellule tumorali – meno tossici e senza grossi effetti collaterali sulle altre cellule. Farmaci che uniti alla chemio hanno portato a una maggiore sopravvivenza dei pazienti e ad una possibilità di guarigione prossima all’80% . Tra questi farmci c’è il rituximab, che ha portato - unito alla chemioterapia - ad un miglioramento sensibile della percentuale di risposta clinica e della probabile guarigione. In pazienti affetti da linfoma follicolare, la prosecuzione per due anni della terapia con questo farmaco, insieme alla chemioterapia raddoppia la possibilità di sopravvivenza senza progressione della malattia. I risultati di uno studio clinico, effettuato su mille pazienti, hanno dimostrato che dopo due anni di follow-up l’82% dei pazienti cui è stato somministrato come terapia di mantenimento ha fatto registrare una remissione della malattia, rispetto al 66% di coloro che non sono stati sottoposti alla stessa cura.

Solidarietà dall'Italia per i malati di cancro in uganda con due progetti, dedicati alle donne e ai bambini
Il cancro, in Uganda, sta diventando una delle maggiori cause di mortalità tra le malattie non infettive. La situazione richiede l’intervento solidale e urgente dei Paesi più avanzati. Un esempio per capire la dimensione del problema: per una donna ugandese la probabilità di morire a causa di un cancro alla mammella è doppia rispetto a un’italiana, penalizzata dalla mancata conoscenza della malattia, dall’assenza assoluta di prevenzione, da un sistema sanitario debole o più semplicemente dalla povertà estrema che le impedisce di acquistare i medicinali. Basti pensare che in tutta l’Uganda, una nazione di oltre trenta milioni di abitanti, è presente un solo apparecchio di radioterapia e si possono immaginare i tempi di attesa per chi deve subire un intervento o sottoporsi a cicli di chemioterapia. Proprio alle donne si rivolgerà il primo progetto di “Oncologia per l’Africa” l’associazione nata a maggio 2010 dalla volontà di un’équipe di esperti e medici dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Roma Regina Elena. Ecco di cosa si tratta: in collaborazione con il St. Raphael  of St. Francis Hospital Nsambya si offriranno alle cittadine della capitale Kampala programmi di screening gratuiti e si organizzeranno campagne d’informazione per renderle più consapevoli dell’importanza della prevenzione. Per quanto riguarda il trattamento, i medici specialisti del Regina Elena, insieme ai colleghi ugandesi, effettueranno missioni chirurgiche per operare pazienti in cura anche all’Uganda Cancer Institute, l’Istituto Tumori nazionale. Il progetto va oltre il mero assistenzialismo e include anche la formazione del personale sanitario del St. Raphael of St. Francis Hospital Nsambya, in un’ottica di sostenibilità del programma. Un secondo progetto interesserà i bambini malati di cancro (in particolare linfomi); il programma è sviluppato in collaborazione con l’Uganda Child Foundation, che sarà aiutata nell’acquisto dei farmaci, per arrivare a una diagnosi veloce, soprattutto per i piccoli malati che vivono nelle zone rurali del paese. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) l’emergenza tumori, soprattutto nell'area sub-sahariana, è cresciuta drasticamente a partire dagli anni Novanta e se non si interverrà in tempo con efficaci programmi di prevenzione e trattamento, entro il 2020 l’Africa dovrà far fronte a 13 milioni di nuovi casi e con un milione di morti all'anno. Numeri ancora più allarmanti se consideriamo le donne: otto malate su dieci non sopravvivono alla malattia.

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