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Scoperta la molecola che “firma” la gravità del tumore alle ovaie.
Vera Lanza, N. 6/7 giugno/luglio 2011
La misura di alcune piccole molecole di RNA, denominate micro-RNA, permette di stabilire quali siano le pazienti con carcinoma dell’ovaio in stadio 1 che guariranno e quelle che presenteranno una recidiva del tumore e avranno quindi una sopravvivenza ridotta a causa della malattia. Questa scoperta è frutto di uno studio italiano, pubblicato recentemente dalla prestigiosa rivista medica Lancet Oncology, in un articolo on line. Lo studio, che è stato eseguito in 144 pazienti con un’osservazione di nove anni dalla diagnosi, è stato coordinato ed effettuato nei laboratori del Dipartimento di Oncologia dell’Istituto Mario Negri, diretti da Maurizio D’Incalci e si è avvalso di una collaborazione con i reparti di Oncologia Ginecologica dell’Ospedale San Gerardo di Monza - Università Milano Bicocca, diretti da Costantino Mangioni e dal gruppo dell’Ospedale Sant’Anna di Torino, Università di Torino, diretto da Dionyssios Katsaros. L’analisi dei dati è stata coordinata da Duccio Cavalieri del Dipartimento di Farmacologia dell’Università di Firenze e da numerosi bioinformatici e statistici del Mario Negri di Milano, dell’Università di Padova e della Fondazione Edo Tempia di Biella. Lo studio, dimostra che esiste quello che i ricercatori chiamano “firma molecolare”, che definisce la prognosi, cioè la sopravvivenza delle pazienti. In particolare, per una di queste piccole molecole di RNA, denominata miR-200c, l’associazione è molto forte e confermata statisticamente su due serie di pazienti del tutto indipendenti. Secondo il ricercatore Sergio Marchini, che è il principale responsabile della parte biologica di questo studio, e di Maurizio D’Incalci, questi dati sono di grande importanza per gettare le basi per effettuare le terapie più appropriate nei diversi pazienti con carcinoma dell’ovaio allo stadio 1, sulla base del rischio di recidiva. Inoltre, s’intravede la possibilità di sviluppare nuove terapie più efficaci in gruppi selezionati di pazienti con questa malattia. «Una parte importante della ricerca oncologica - aggiunge Maurizio D’Incalci - è oggi indirizzata all’identificazione di metodi per predire la prognosi, cioè la sopravvivenza dei pazienti, così da poter intensificare le cure specificamente in quei pazienti per i quali si prevede un andamento della malattia meno favorevole. Le maggiori conoscenze di biologia molecolare dei tumori e l’impiego di nuove tecnologie sta aprendo la strada all’identificazione di “biomarcatori molecolari” che possono consentirci una diagnosi più precoce e più precisa e allo stesso tempo di prevedere l’andamento della malattia (e a volte l’efficacia della terapia). Lo studio è stato possibile attraverso un finanziamento della Fondazione Cariplo, della Fondazione Nerina e Mario Mattioli Onlus e della Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC). La ricerca sul tumore alle ovaie ha visto recentemente scendere in campo ACTO Onlus. Un’Associazione nata nel Febbraio 2010 su iniziativa di un gruppo di donne colpite da carcinoma ovarico per sostenere, tra l’altro, la ricerca di medici e scienziati, tra cui Maurizio d’Incalci (Istituto Mario Negri) e Nicoletta Colombo (Istituto Europeo di Oncologia - IEO), di diverse discipline che si occupano di questa patologia che ogni anno, in Italia, colpisce circa 5.000 donne. Solo nel 25 percento dei casi il tumore ovarico viene diagnosticato in una fase precoce, quando, con un tempestivo intervento chirurgico, le possibilità di guarigione sono intorno all’80-90 percento. ll restante 75 percento delle pazienti, invece, scopre il tumore in stadio già avanzato, quando ha intaccato anche altri organi dell'addome. Di queste pazienti, solo il 30-40 percento guarisce, mentre il 60 percento può solo sperare di trasformare il tumore in una malattia cronica con cui convivere, con un'aspettativa di vita che, per lo più, si aggira intorno ai tre anni. Il più diffuso tipo di cancro ovarico è il tumore epiteliale (circa il 90% dei casi dei tumori ovarici) e colpisce soprattutto le donne dopo la menopausa. Circa il 70% dei casi vengono diagnosticati in fase avanzata. Un altro tipo è rappresentato dal tumore germinale, che ha origine nelle cellule interne dell'ovaio che concorrono nello sviluppo della cellula uovo (ovocita). Colpisce le donne di tutte le età con una leggera prevalenza nelle donne in età fertile. Costituisce circa il 5% dei casi ed è spesso meno aggressivo rispetto le forme epiteliali. Infine, una terza tipologia è rappresentata dal tumore stromale, che ha origine dalle cellule preposte alla produzione della gran parte degli ormoni femminili (estrogeni e progesterone). Rappresenta il 5 % dei casi e viene più facilmente diagnosticato nello stadio iniziale.
La regione Lazio approva una mozione per istituire una banca di tessuto ovarico
La regione Lazio si potrebbe arricchire molto presto di una “Banca del tessuto ovario”. È quanto ha stabilito il Consiglio regionale, presieduto da Mario Abbruzzese, che ha approvato all’unanimità una mozione sull’istituzione della Banca del tessuto ovarico in favore delle donne che hanno sconfitto questo male, presentata dai consiglieri del gruppo La Destra Francesco Storace e Roberto Buonasorte e sottoscritta dalla consigliera Isabella Rauti (Pdl). Il documento impegna il presidente della Regione Lazio, Renata Polverini e la Giunta, a sottoscrivere un protocollo d’intesa tra Regione e Istituto nazionale tumori Regina Elena di Roma che preveda l’istituzione di una bio-banca in cui la corticale dell’ovaio contenente gli ovociti venga conservata in azoto liquido per poi poter essere reinnestata nella donna sopravvissuta al cancro dopo la fine dei trattamenti oncologici. Questo consentirà alle pazienti una ripresa sia della funzione ormonale che di quella riproduttiva. La mozione, che riprende un progetto concepito in seno al Regina Elena, parte dalla considerazione che il 70% delle donne sotto i quaranta anni d’età, affetta da cancro, perde in maniera irreversibile la funzione ormonale e riproduttiva a causa degli intensi trattamenti oncologici. Il costo del progetto è coperto da un fondo creato ad hoc e già stanziato dal ministero della Salute in favore della Regione Lazio. «Attualmente, l’unica possibilità offerta alle pazienti con questo tipo di problema è rappresentata dalla crioconservazione degli ovociti e dalla successiva procreazione medicalmente assistita», hanno spiegato i proponenti, «secondo noi è, invece, necessaria un’alternativa gestita da un ente pubblico che sia in grado di evitare alle donne di essere in balia di un mercato privato condizionato principalmente da interessi economici». Il trapianto del tessuto ovarico consiste nell’asportazione, per via endoscopica, della corticale ovarica di donne in età fertile affette da qualsiasi tumore immediatamente prima dell’inizio dei trattamenti chirurgici, chemioterapici e radioterapici per poi, a distanza di alcuni anni, reimpiantarli. La Banca del tessuto ovario, che nascerebbe in seno al Regina Elena di Roma, sarebbe la terza in Italia, dopo quelle di Palermo e Torino. Della banca per la conservazione di tessuti, cellule riproduttive e ovociti femminili per le pazienti oncologiche ha parlato anche il ministro della Salute Ferruccio Fazio, durante la presentazione della campagna di prevenzione dell'infertilità maschile Androlife. «C'è un numero importante di donne, sotto i 40 anni, malate di tumore - ha spiegato il Ministro - che possono avere problemi di fertilità in seguito alle terapie oncologiche, inoltre la stimolazione ormonale per il recupero degli ovociti può essere dannosa in queste pazienti. Per chi ha subito un trapianto di midollo, è stata poi dimostrata l’impossibilità di rigenerare il potenziale fertile». Ha aggiunto Ettore Cittadini, professore di Ginecologia a Palermo e coinvolto nel progetto: «A chi ha una bassa follicolarità ovarica, come ad esempio le bambine che si ammalano di leucemia, viene prelevato del tessuto corticale-ovarico in laparoscopia, che poi può essere trapiantato di nuovo una volta che le pazienti sono guarite. Per le donne senza problemi di follicologia, vengono prelevati invece gli ovociti. Questi tessuti possono essere conservati per 30 anni». La banca, che beneficia di un finanziamento del Ministero di circa 600mila euro, sarà gestita con la banca dei tessuti muscolo-scheletrici e ossa appena approntata presso gli Istituti fisioterapici ospedalieri. «I casi stimati di donne - ha concluso Fazio - che potrebbero usufruirne, sono 8mila».
Uno studio dimostra che è possibile ritardare le recidive del tumore all’ovaio
Si aprono nuove strade nel trattamento del tumore dell’ovaio, che ogni anno in Italia colpisce circa 5.000 donne (nella forma più frequente, quella epiteliale) e provoca 3000 decessi. Il bevacizumab, farmaco biologico che agisce inibendo l’angiogenesi, ha infatti dimostrato di aumentare del 15% a un anno la probabilità per le donne di vivere più a lungo, senza che la neoplasia peggiori. Un risultato importante per un tipo di cancro che nell’80% delle pazienti tende a recidivare. I dati vengono dallo studio internazionale ICON7 e sono stati presentati durante il 35esimo Congresso della Società europea di oncologia medica (ESMO). Il congresso, che ha richiamato circa 15mila esperti, è uno dei più importanti appuntamenti del settore. Secondo gli esperti si tratta di una svolta importante nel trattamento di una malattia che negli ultimi anni non ha offerto nuove opzioni terapeutiche. In questa forma di cancro la diagnosi precoce è difficile perchè non vi sono sintomi che la permettano. Con la nefasta conseguenza che nell’80% dei casi il tumore viene scoperto solo quando è già in fase avanzata. Lo studio ICON7 ha coinvolto 1528 donne, suddivise in due gruppi: al primo è stato somministrato il trattamento standard, al secondo la chemioterapia tradizionale associandola a bevacizumab. La cosa importante è che si è riusciti a cronicizzare la malattia grazie alle armi che ci sono oggi a disposizione. Uno dei problemi più importanti nel trattare questa patologia non è la risposta iniziale alla chemioterapia, ma il fatto che per la maggior parte delle pazienti il tumore si ripresenta dopo un certo periodo di tempo, nella maggior parte dei casi entro 15 mesi dalla diagnosi iniziale. Anche se non vi sono fattori di rischio chiaramente dimostrati, ed è dunque difficile accorgersi della malattia, è importante puntare sulla prevenzione. Attenzione quindi allo stile di vita, seguendo un’alimentazione corretta ed evitando il fumo di sigaretta. È noto, inoltre che le donne con una parente di primo grado colpita da carcinoma ovarico hanno un rischio più elevato di svilupparlo. Si tratta di tumori causati da mutazioni genetiche ereditarie. E oggi sono disponibili test per accertare queste alterazioni. Bevacizumab agisce inibendo l’angiogenesi, cioè la crescita di nuovi vasi sanguigni, e limitando ulteriormente l’apporto di sangue al tumore. Il farmaco è già approvato in Europa per il trattamento degli stadi avanzati di 4 tipi di tumori: il carcinoma del colon-retto, del seno, del polmone e del rene.
Qualche cenno in più sui due tipi di tumore, quello all’ovaio e quello all’utero
Il cancro all’ovaio è dovuto alla proliferazione incontrollata delle cellule dell'organo. In Europa rappresenta il 5 percento di tutti i tumori femminili. È più frequente nella popolazione caucasica, nei Paesi dell'Europa nord occidentale e negli USA, assai meno frequente nei Paesi asiatici, africani, sudamericani. Tra i fattori di rischio per il cancro dell'ovaio si può annoverare l'età, poiché si è visto che la maggior parte dei casi viene identificata dopo l'ingresso in menopausa, tra i 50 e i 68 anni. Altri fattori di rischio sono la lunghezza del periodo ovulatorio ossia il menarca precoce, la menopausa tardiva e il non aver avuto figli. Si sono dimostrati fattori di protezione contro l’insorgenza del tumore all’ovaio: l’aver avuto più figli, l’allattamento al seno e l’uso a lungo termine di contraccettivi estro progestinici. Esiste però un altro fattore di rischio e questo consiste in specifiche alterazioni di geni. Secondo una stima del National Cancer Institute una percentuale tra il 7 e 10 per cento di tutti i casi è il risultato di una alterazione genetica che si tramanda nelle generazioni.
Il cancro dell’utero si colloca al quarto posto per frequenza dopo mammella, polmone e colon. I tumori dell’endometrio, che rappresentano la quasi totalità dei tumori che colpiscono il corpo dell’utero, sono al sesto posto tra i tumori più diagnosticati alle donne (4 percento di tutte le diagnosi di tumore) con 7.700 nuovi casi all’anno in Italia. Sono tumori che colpiscono soprattutto le donne di mezza età, con un picco dopo i 60 anni, e che stanno diventando sempre più comuni nel mondo a causa soprattutto dell’allungamento della vita media e di un’alimentazione troppo abbondante e ricca di grassi. Proprio l’età viene considerata uno dei principali fattori di rischio. Tra glia altri cose a cui fare attenzione: l’obesità e il diabete possono favorire l’insorgenza del tumore dell’endometrio che è due volte più comune nelle donne in sovrappeso, tre volte in quelle obese e fino a quattro volte in quelle con diabete, rispetto alle donne sane e con peso nella norma. Inoltre gli ormoni, e in particolare gli estrogeni, svolgono un ruolo fondamentale nel determinare il rischio di tumore dell’endometrio poiché questo tessuto è molto sensibile all’azione degli ormoni sessuali che ne modificano la struttura nel corso del ciclo mestruale e rappresentano forti stimoli verso la proliferazione delle cellule. Ecco perchè la pillola anticoncezionale rappresenta un fattore protettivo al contrario della terapia ormonale sostitutiva a base di soli estrogeni, anche se il rischio viene in qualche modo azzerato associando agli estrogeni anche l’altra classe di ormoni femminili, chiamati progestinici.
Scoperto un gene che aiuta a comprendere la genesi del tumore ovarico
I ricercatori del Laboratorio di Genetica Umana del Dipartimento di Biotecnologie e Scienze Molecolari dell’Università dell’Insubria, guidati da Roberto Taramelli, ordinario di Genetica umana alla Facoltà di Scienze a Varese, hanno isolato un gene, chiamato RNASET2, che contribuisce a chiarire il processo che sta alla base della genesi del tumore ovarico, uno dei tumori più letali e per molti versi considerato misterioso dagli studiosi. Nel laboratorio di Varese i ricercatori hanno visto come il gene RNASET2 stimoli la produzione e il reclutamento di particolari cellule immunologicamente competenti chiamate macrofagi le quali a loro volta provvedono a circoscrivere la crescita tumorale e contribuiscono a rafforzare le resistenze verso il tumore. Le ricerche hanno evidenziato che questo gene induce il reclutamento di particolari cellule che aiutano a circoscrivere la crescita tumorale: nelle persone ammalate di cancro ovarico è presente un’alterazione di questo gene e di conseguenza una mancanza di reazione al tumore. I ricercatori sono partiti da una considerazione molto generale: se è un dato ormai assodato che a una persona su tre sia diagnosticata una neoplasia, è anche vero che due su tre sono resistenti. Da questa premessa si è cercato di capire da cosa dipendesse questa “resistenza”. Per rispondere occorre pensare al cancro non come un susseguirsi di alterazioni che colpiscono una singola cellula, in questo caso quella dell’epitelio ovarico, bensì considerare il cancro come una malattia dovuta a un’alterata organizzazione strutturale dei tessuti che compongono i nostri organi. Secondo questo modo di vedere ciò che è importante nella genesi del cancro sono le alterate e anomale interazioni fra le varie cellule che compongono un determinato tessuto; il cancro viene pertanto visto come un disturbo che origina all’interno della “società delle cellule”, in altri termini un disturbo della comunicazione intercellulare. Partendo da questo assunto gli sforzi dei ricercatori si focalizzano a un livello diverso (tessuto e non cellula) dell’organizzazione gerarchica degli organismi viventi e quindi sposta l’enfasi non verso lo studio della suscettibilità ad ammalarsi di cancro ma verso lo studio della resistenza nei confronti della malattia.
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