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Riattivare l’energia vitale dei ragazzi con la danzaterapia
Paola Sarno, N. 6/7 giugno/luglio 2011
Marcia Plevin, americana, danzatrice e coreografa, è una psicologa che lavora nel nostro Paese da molti anni. È, fra l’altro, danza movimento terapeuta docente dell’Istituto della Psicoterapia Espressiva Art Therapy Italiana di Bologna e co-fondatrice del Movimento
Creativo metodo Garcia-Plevin®. Attualmente opera, attraverso l'Associazione Onlus Volontariato Girasole, anche presso il reparto di oncoematologia pediatrica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma per consentire una modalità espressiva attraverso la creatività e il movimento ai ragazzi affetti da malattie oncologiche ricoverati presso il celebre nosocomio della Capitale. Molto appassionata del suo lavoro, che la vede in prima fila a “dare movimento” alle giornate dei ragazzi in ospedale, è convinta sostenitrice delle potenzialità che la danza movimento terapia (DMT), insieme alle altre terapie espressive, rivestano nell’attivare le risorse positive delle persone ammalate per reagire al meglio alle sofferenze fisiche e all’incertezza di cure debilitanti cui il tumore le costringe. A lei, rubando un po’ di tempo a una delle sue tante concitate giornate, in cui trasmette calore ed entusiasmo a chi la circonda, abbiamo chiesto innanzitutto quali sono i principali obiettivi che la DMT si pone in ambito medico ed in particolare oncologico.
«Essenzialmente gli scopi che ci poniamo nel nostro lavoro possono essere sintetizzati in un intervento che si articola su cinque fronti. Il primo è innanzitutto quello di abbassare nei pazienti i livelli di ansia dovuta all’ospedalizzazione e, in secondo luogo aiutare nel continuo adeguamento a tutti i cambiamenti dovuti a una situazione che comporta importanti mutamenti, anche funzionali, a livello corporeo, con l’intento di risvegliarne la forza vitale. Ciò avviene anche cercando di riattivare una percezione attiva anziché passiva del corpo, sia a letto - anche durante i trattamenti terapeutici con la flebo - sia in piedi e nello spazio nel quale si può sperimentare il movimento, esprimendo i sentimenti connessi alla malattia oncologica, cioè l’incertezza, la rabbia e l’angoscia. Si tratta di forme di movimento che, soprattutto nel caso dei bambini, sono strettamente connesse al gioco, a piccole forme di danza stimolate anche dall’ascolto di brani musicali, che vengono proposte dal danzaterapeuta attraverso l’impiego di oggetti colorati o persino di videogiochi oggi così diffusi proprio fra i più piccoli. L’intervento viene valutato caso per caso a seconda della situazione personale del paziente e della sua famiglia. Ci sono bambini e adolescenti, infatti, che manifestano forme di chiusura in se stessi, altri invece sono dominati dall’irrequietezza e dalla difficoltà di trovare riposo. Il movimento espressivo, anche non verbale, con il “danza movimento terapeuta” favorisce, di fatto, anche il rilassamento. Infine, nel nostro lavoro puntiamo a far emergere e sperimentare al paziente le parti sane della sua persona, anche durante la malattia oncologica».
Come lavora una danza movimento terapeuta?
«Più che altro usando la sua sensibilità per sintonizzare il più possibile l’azione terapeutica sui pazienti, utilizzando registri e canali diversi. Diverso, infatti, è il lavoro con i bambini rispetto a quello con gli adolescenti (con i quali è ancora più difficile entrare in contatto, in quanto possono manifestare un rifiuto totale del contesto ospedaliero perché per loro ogni forma di vita e di movimento è “fuori”). Differente è anche l’intervento all’interno delle varie fasce di età e delle varie forme di patologie tumorali e fasi della malattia che, in ogni caso, provocano forti modificazioni della percezione dell’immagine corporea. Il nostro lavoro non è quello di spingere a fare, a muoversi in ogni costo. In certi casi è necessario anche accettare un iniziale rifiuto da parte del paziente e cercare di stare insieme “a quello che c’è”, anche ai sentimenti più negativi, cercando un canale comunicativo che passa attraverso una profonda empatia per riuscire ad agganciare innanzitutto la fiducia di ogni persona, adulto o piccino che sia. Nel mio lavoro, poi, mi avvalgo di quelli che definirei co-terapeuti, cioè oggetti tra i più disparati ma che siano in grado di portare energia positiva. Io viaggio di letto in letto con un carrello, un cd, due borse piene di pupazzetti per le dita e le mani, sciarpe colorate, grandi variopinti teli elasticizzati, palloni e sacchetti di differenti dimensioni e peso, piccoli strumenti musicali, carta e colori. Il cuore del mio intervento nel reparto non si basa soltanto sul bagaglio della DMT: sono infatti indispensabili una sintonia raffinata e una spontaneità espressiva per adattarsi alle diverse situazioni che di volta in volta si presentano. E così con i bimbi anche il letto d’ospedale può diventare un recinto per cavalli, la gabbia di un animale feroce, un posto di nascondersi sotto le tende e sussurrare segreti, un tappeto erboso dove poter fare un picnic… un luogo “altro”, insomma, che apre al sentimento e a sensazione fisiche, alla gioia, al dolore, alla danza e al gioco. Spesso, e soprattutto con i bimbi più piccini, non è neanche necessaria la verbalizzazione dei vissuti che viene espressa simbolicamente proprio attraverso il movimento».
Come migliora la qualità della vita dei bimbi attraverso la DMT?
«La DMT, che non è altro che l’uso psicoterapeutico del movimento usato come un mezzo per l’espressione creativa e la comunicazione al fine di favorire l’integrazione psicologica ed emozionale nell’individuo, sostiene la forza vitale dei bambini, la loro capacità di affrontare una malattia come il tumore. E non solo, perché spesso al capezzale dei piccoli c’è un genitore o un adulto con il quale è possibile recuperare un rapporto più rilassato, anche attraverso il giocare o muoversi insieme. Tutto ciò migliora anche la risposta alle terapie farmacologiche aumentando di fatto le possibilità di guarigione o comunque rendendo più serena la degenza in ospedale».
Ma quanto sono diffusi, attualmente, gli interventi di DMT negli ospedali italiani? E all’estero?
«Da un’indagine che ho condotto al riguardo, su tutto il territorio nazionale, con Art Therapy Italiana e APID (Associazione Professionisti Italiani DMT), è emerso che di certo sono stati attivati interventi in questo campo in ospedali di Genova, Vicenza, Padova, Bologna, Perugia, Monza, Firenze, Nemi (RM), Roma. Sono sicura, tuttavia, che anche altri Centri, pure del Meridione, abbiano attivato interventi basati sulle terapie espressive in ambito clinico, anche non esclusivamente oncologico. Certo, all’estero i benefici e le potenzialità della DMT sono un patrimonio ormai riconosciuto da anni. In particolare penso allo Memorial Sloan Kettering Center di New York, dove questa disciplina gode di particolare riconoscimento e i professionisti che lavorano in questo campo sono di fatto parte dell’équipe medica».
Come si integra il vostro lavoro con quello degli altri operatori sanitari?
«In alcune realtà “illuminate” c’è una vera e propria condivisione di ciò che si fa con l’équipe medica, con la quale si svolgono momenti settimanali di confronto e condivisione. Si tratta però di situazioni piuttosto rare, in quanto non si è ancora ben compresa l’importanza che il lavoro terapeutico del DMT può rivestire anche nel prendersi cura della globalità della persona affetta da patologie importanti. Per questo ci battiamo per promuovere negli ospedali stessi anche attraverso le associazioni che ci sostengono – corsi di formazione permanente per medici e infermieri. E non solo per rendere più consapevoli del loro lavoro gli specialisti della DMT, ma anche tutti gli operatori sanitari.
Indirizzi utili
ART THERAPY ITALIANA
Via Barbaria 13,
40123 Bologna
tel. 051 6440451
email: associazione@arttherapyit.org
COMITATO IL GIRASOLE ONLUS PER L'ONCOLOGIA DEL BAMBINO GESÙ
Via Girolamo Savonarola, 19
00195 Roma
tel. e fax: 06.5833.4582
email: ilgirasole.onlus@virgilio.it
Una fiaba invece dell’anestesia
Due tecnici di radioterapia pediatrica dell’INT di Milano, Gabriele Carabelli e Sarah Frasca, hanno avuto l’idea di leggere fiabe ai bambini che si devono sottoporre alla radioterapia anziché utilizzare l’anestesia. La radioterapia, infatti, di per sé indolore, richiede la collaborazione dei piccoli pazienti spesso già provati dallo stress di molti interventi, spaventati, doloranti e con i quali non è facile quindi interagire: l’anestesia peggiora di fatto la loro qualità di vita. Così, per cercare di tranquillizzare i bimbi senza ricorrere ad altri farmaci, è nato il libro "Il gatto che aveva perso la coda", scritto da Emanuela Nava per Carthusia, e realizzato grazie al sostegno della fondazione Magica Cleme. Il presupposto della validità di questo singolare intervento terapeutico si basa sul fatto che anche una fiaba sia un modo per migliorare la comunicazione fra medico e piccoli pazienti. Così il gatto protagonista della storia parte per un viaggio nello spazio alla ricerca della coda smarrita e nelle illustrazioni del libro l’astronave riproduce il macchinario usato per la radioterapia, mentre il gatto indossa un casco simile alla maschera che i bambini indossano durante il trattamento. Il libro viene dato alle famiglie una settimana prima della cura in modo da renderli partecipi di questo tipo di intervento e far sì che il bambino arrivi alla seduta di radioterapia più sereno, in grado di interagire meglio con il personale sanitario e meno spaventato dall’ambiente e dai macchinari di uso terapeutico.
Un progetto ue allerta su rischi esposizione ai metalli tossici
Anche livelli bassi di esposizione a metalli tossici potrebbero recare danni alla salute. A dirlo i ricercatori del progetto svedese dell’Università di Lund, denominato “Phime”, e finanziato dall’Ue con 13,4 milioni di euro. Gli studiosi hanno invitato ad un monitoraggio sistematico dei livelli di metalli tossici nelle popolazioni e a prendere provvedimenti per ridurre il rilascio di queste sostanze nell'ambiente. Gli obiettivi sono studiare l’impatto dell'esposizione ai metalli tossici sulla salute pubblica. “Phime” si è occupato, in particolare, dei gruppi più vulnerabili: feti, neonati bambini e donne fertili o anziane. Fra gli elementi tossici già esaminati ci sono l’arsenico, molto tossico per il feto e potenziale causa di aborti, e il cadmio, nocivo per le donne anziane, in quanto può provocare neoplasie. Un caso in cui i provvedimenti già presi in Svezia hanno avuto successo riguarda il piombo: eliminandolo dalla benzina si sono ridotti drasticamente i livelli di esposizione nei bambini. «Ci sono però ancora effetti nocivi», dicono i ricercatori di “Phime”, «e si può ancora fare molto». Soprattutto in termini di ricerca su quei metalli tossici che non sono ancora stati oggetto di studi approfonditi. Il team di “Phime” auspica anche l’avvio di studi su come le piante gestiscono i metalli tossici e sul ruolo nella loro trasformazione.
Il diritto di non soffrire
C'è differenza tra lasciar morire, aiutare a morire e provocare la morte? I confini tra queste definizioni non sono sempre chiari e non aiutano ad affrontare in modo efficace il problema enorme del dolore dei malati irreversibili. Umberto Veronesi, con “Il diritto di non soffrire” (Mondadori 2011, pagg.120, euro 17,50, disponibile anche in e-book), fa un po' di chiarezza su un tema particolarmente delicato, tracciando i confini giuridici ed etici delle diverse forme di eutanasia, spiegandoci le differenze attraverso le esperienze di malati terminali e delineando la posizione dei vari Stati europei dove l'eutanasia non è permessa, ad eccezione di Olanda, Belgio, Lussemburgo e Svizzera, mete del cosiddetto "turismo della morte". Il punto di vista di Veronesi è che "l'eutanasia non è la somministrazione della morte, ma una delle cure di fine vita" e il testamento biologico, sul quale in Italia non esiste ancora una legge chiara, è uno strumento fondamentale che certifica la volontà dell'interessato; per questo all'interno del libro offre ai lettori il suo personale testamento biologico, redatto nel 2009, nel quale dispone, in caso di malattia irreversibile, di non essere sottoposto a trattamento terapeutico o di sostegno. Un esempio e un invito alla libertà di disporre della propria vita.
Al via nuova banca nazionale ovociti donne
Inaugurata presso l’Istituto Regina Elena di Roma, una banca per la conservazione di tessuti, cellule riproduttive e ovociti femminili per le pazienti oncologiche. «Si tratta della prima iniziativa di carattere nazionale del genere, in Italia, cui se ne potrebbero aggiungere delle altre». Ad annunciarlo è stato il ministro della Salute, Ferruccio Fazio. «C’è un numero importante di donne sotto i 40 anni malate di tumore», ha detto, «che possono avere problemi di fertilità in seguito alle terapie oncologiche. Inoltre la stimolazione ormonale per il recupero degli ovociti può essere dannosa in queste pazienti. Per chi ha subito un trapianto di midollo, è stata poi dimostrata l’impossibilità di rigenerare il potenziale fertile». «A chi ha una bassa follicolarità ovarica, come ad esempio le bambine che si ammalano di leucemia - ha aggiunto Ettore Cittadini, professore di Ginecologia a Palermo - viene prelevato del tessuto corticale-ovarico in laparoscopia, che poi può essere trapiantato di nuovo una volta che le pazienti sono guarite. Per le donne senza problemi di follicologia, vengono prelevati, invece, gli ovociti, che possono essere conservati per 30 anni». La banca che beneficia di un finanziamento ministeriale di circa 600mila euro, farà parte di quella dei tessuti muscolo-scheletrici e dell’osso appena approntata presso gli IFO.
I più poveri e meno istruiti si ammalano di più di tumore
Esiste una correlazione fra povertà, mancanza di istruzione ed insorgere dei tumori? Sembrerebbe di sì e a dirlo è uno studio del Center for Well-being dell'Università giapponese di Nihon Fukushi, che ha esaminato per quattro anni i dati di oltre 15.000 uomini con almeno 65 anni di età, dimostrando come le persone povere hanno il doppio delle possibilità di morire di cancro, mentre per i meno colti il rischio aumenta di una volta e mezzo. Esattamente, negli anziani con un reddito annuo inferiore ai 2 milioni di yen (17.500 euro) il rischio di morte per cancro calcolato è stato 1,9 volte maggiore rispetto ai coetanei con reddito di almeno 4 milioni di yen. Risultati analoghi in caso di minore istruzione: chi ha studiato per un periodo tra i 6 e i 9 anni ha un rischio di morte per tumore 1,46 volte più grande rispetto agli anziani con alle spalle almeno 13 anni di scuola. Inoltre, il rischio di morte per tumore è 1,3 volte superiore tra le persone che non effettuano controlli regolari. Il dato sale intorno all’1,6 in caso di cardiopatie. E anche in questo caso, a trascurare i check up erano soprattutto persone con reddito e istruzione più bassa. Infine, chi vive in condizioni più disagiate, ha stili di vita e abitudini peggiori come l’abuso di fumo e alcol, che, come è noto incidono sulla possibilità di insorgenza di diverse forme di tumore.
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