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Un nuovo marcatore del cancro alla prostata – 2proPSA
Vera Lanza, N. 8/9 agosto/settembre 2011
Il nuovo -2proPSA (Beckman Coulter p2PSA) e i suoi derivati %p2PSA e phi (Prostate Health Index: indice di salute prostatica) hanno un’efficacia significativamente maggiore, rispetto ai marcatori per il carcinoma prostatico sino ad oggi disponibili. È quanto dimostrato dalla studio realizzato dal Dipartimento di Urologia dell’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele e Laboraf Diagnostica e Ricerca San Raffaele, coordinato dal Professor Giorgio Guazzoni.
Questo studio, che definisce un cambiamento radicale nell’approccio diagnostico e terapeutico a questa patologia è stato presentato nell’ambito del 83° Congresso della Società Italiana di Urologia: ha coinvolto circa 700 pazienti con sospetto tumore alla prostata o diagnosi accertata e ha confermato che la molecola -2proPSA, insieme ai suoi due valori derivati, rappresenta un marcatore più accurato rispetto a PSA totale e PSA libero nell’identificazione del cancro alla prostata. Su circa 300 pazienti sottoposti a biopsia prostatica, con un valore di PSA totale compreso tra 2,5 e 10 ng/ml e valutati per -2proPSA, %p2PSA e phi è preliminarmente emerso che:
- i valori di p2PSA, %p2PSA e phi sono significativamente più elevati nel sangue di pazienti affetti da carcinoma prostatico;
- nei pazienti con PSA totale sospetto, esplorazione rettale non sospetta ed età superiore a 50 anni, la %p2PSA ed il phi sono significativamente più precisi del PSA totale e del PSA libero nell’identificazione dei pazienti realmente affetti da neoplasia prostatica o a rischio di svilupparla;
- p2PSA, %p2PSA e phi sembrano correlare con l’aggressività della neoplasia.
Il -2proPSA è dunque in grado di garantire non solo una più accurata identificazione del tumore prostatico, ma anche una migliore definizione dell'indice di aggressività dello stesso. La possibilità di identificare con maggiore precisione quelle forme neoplastiche che diventeranno clinicamente significative potrebbe quindi consentire, oltre alla diagnosi precoce, una maggiore personalizzazione del percorso clinico a seconda delle caratteristiche del singolo paziente, evitando i problemi di “sovra-diagnosi” di tumori clinicamente non significativi e spesso candidati ad un “sovra-trattamento” . La disponibilità di un marcatore più accurato consentirà altresì di limitare il numero di biopsie inutili in quanto negative – circa il 6070% di tutte le biopsie oggi eseguite.
Il carcinoma prostatico è il tumore maligno non cutaneo più diffuso tra la popolazione maschile: 1 soggetto su 11 nella fascia di età compresa fra 40 e 70 anni (circa 14 milioni di soggetti nel nostro Paese) potrebbe ricevere questa diagnosi, che purtroppo ancora oggi è responsabile in Italia di circa 7.500 decessi all’anno. Ogni anno, in Italia, vengono diagnosticati 43.000 nuovi casi di cancro alla prostata, che rappresentano il 35% circa dei pazienti sottoposti a biopsia (per un sospetto alla visita o all’ecografia della prostata o più frequentemente per un valore alterato del PSA). Il 65% dei pazienti che subisce il peso psicologico, economico e delle complicanze legate alla manovra invasiva della biopsia (circa 80.000) ha però un risultato negativo: i ricercatori del San Raffaele hanno stimato di poter ridurre di circa il 30% il numero di pazienti sottoposti inutilmente a biopsia grazie all’impiego estensivo del p2PSA, %p2PSA e phi.
Il trasferimento di queste conoscenze nella pratica clinica quotidiana potrà consentire di ridurre considerevolmente, oltre al numero delle biopsie prostatiche inutili, anche quello dei trattamenti non necessari e la frequenza dei controlli, con chiari vantaggi sia per la qualità della vita del paziente sia per la spesa pubblica. La valutazione del p2PSA, %p2PSA e del phi è già disponibile presso Laboraf Diagnostica e Ricerca San Raffaele – lo storico servizio di medicina di laboratorio dell’Ospedale San Raffaele – con la sigla "phiproPSA" e si esegue tramite un singolo prelievo di sangue.
Per l'AIOM non va fatto un uso indiscriminato del PSA
L’esame del Psa (antigene prostatico specifico) non può essere utilizzato in maniera indiscriminata come unico strumento di screening del tumore della prostata, la più frequente neoplasia maschile. La sensibilità del test varia dal 70 all’ 80% , questo significa che il 20-30% delle neoplasie non viene individuato quando il Psa viene utilizzato come unico mezzo diagnostico. Va eseguito solo quando è necessario, cioè dopo i 50 anni, se vi è familiarità diretta per questo tumore e quando si soffre di disturbi urinari. L’importanza di un uso "mirato" del Psa viene sottolineata dalla XIX Conferenza nazionale dell'Associazione italiana di oncologia medica (Aiom), dedicata ai tumori urologici (della prostata, del rene, del testicolo e della vescica), che si è svolta a Torino (Centro Congressi Unione Industriale). Secondo gli esperti non è stabilita una soglia standard in questo esame che indichi con certezza la presenza di un carcinoma e valori elevati possono essere dovuti a un’infiammazione o a un’infezione. In questi casi sono necessari ulteriori accertamenti, in particolare attraverso la biopsia, per arrivare a una diagnosi più precisa. Al tradizionale test di partenza (Psa) si affiancano due marcatori (PHI e PCA3) che consentono di ottenere risultati più specifici e quindi di maggiore, anche se non totale, affidabilità. Non vi sono evidenze scientifiche che stabiliscano l'opportunità di utilizzare lo screening in maniera diffusa sulla popolazione generale, tendenza che aumenterebbe il rischio di sovradiagnosi ed uno scarso vantaggio in termini di riduzione di mortalità. È importante, anche per la sostenibilità del sistema, che venga operato un bilancio tra costi e benefici. Tuttavia, l’auspicio è creare (così come è stato fatto per il carcinoma al seno con le “Breast Unit”), delle “Prostate Unit”, in cui lavorino in stretta sinergia urologi, oncologi, radioterapisti e anatomopatologi, consentendo di ridurre ulteriormente la mortalità di questa neoplasia. Passi avanti in questi ultimi anni sono stati fatti. E la sopravvivenza media del carcinoma della prostata ormonoresistente infatti è passata da uno a quasi 5 anni. Il carcinoma prostatico un tempo poteva essere trattato solo con la terapia antiormonale, oggi nuovi farmaci chemioterapici e target antiandrogeni hanno cambiato radicalmente le prospettive, anche per la fase metastatica. I due marcatori che si affiancano al Psa sono l'indice PHI (Prostate Health Index) e il PCA3. Il primo, spiegano gli studiosi, si effettua con un semplice prelievo del sangue e consente, contrariamente al passato, di misurare il Psa in tutte le sue frazioni. Un'equazione aritmetica di tutte queste componenti permette di ottenere un valore, l'indice di salute prostatica, che, se inferiore a 28, indica un minore rischio di presenza tumorale. Il marcatore PCA3 è un antigene tumorale, rilevabile nelle urine dopo che il medico, nel corso della visita, ha effettuato un massaggio prostatico per via rettale. Entrambi i test non sostituiscono il Psa, ma si affiancano a questo per offrire al medico un ventaglio più ampio di elementi di valutazione. I valori soglia del Psa attualmente consigliati sono convenzionali e hanno un basso valore predittivo, sia positivo che negativo. È altrettanto vero che l'adozione di valori più bassi tenderebbe ad aumentare i costi, la morbilità, il numero di biopsie e di neoplasie non aggressive sovradiagnosticate. Sono stati proposti numerosi metodi per migliorare la specificità del test in modo da ridurre le biopsie non necessarie. Uno è rappresentato dall’aggiustamento del valore soglia per fascia di età: l'impiego di indicatori più elevati per pazienti più anziani consente infatti di diminuire le biopsie diagnostiche. Un altro strumento è rappresentato dalla cosiddetta Psa density, che esprime il rapporto tra Psa circolante e dimensioni della ghiandola prostatica misurate con l'ecografia. Ma l’interpretazione di questa relazione è tuttavia condizionata da diverse variabili che ne limitano l'impiego.
6 tazzine di caffè al giorno riducono il rischio di cancro alla prostata
Saranno contenti i napoletani, da sempre sostenitori della “tazzulella” . L'abitudine di bere molto caffè potrebbe più che dimezzare le probabilità di sviluppare un tumore alla prostata mortale. Secondo uno studio dell'Università di Harvard durato 20 anni e che ha coinvolto quasi 50mila uomini, bevendo almeno sei caffè al giorno si ha il 20 per cento di probabilità in meno di ammalarsi di cancro alla prostata rispetto a chi non ne beve neanche una tazzina. Ma non finisce qui. Gli amanti del caffè, come ha riportato il Journal of the National Cancer Institute, sono risultati avere addirittura il 60 per cento di probabilità in meno di morire per colpa di questo tumore. Lo studio ha, inoltre, scoperto che non c'è, in questo caso, alcuna differenza tra il caffè tradizionale e quello decaffeinato. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno confrontato l'abitudine del bere caffè negli uomini ogni quattro anni tra il 1986 e il 2006. Due terzi dei partecipanti ha dichiarato di berne almeno una tazzina al giorno e il 5 per cento sei. Su 47.911 uomini, 5.035 hanno sviluppato un cancro alla prostata con 642 dei tumori classificati come letali. Anche una quantità più piccola di caffè, da una tazzina a tre al giorno, ha abbassato il rischio di ammalarsi del tumore mortale di circa il 30 per cento. E più aumenta la quantità di caffè assunto, maggiore risulta l'effetto protettivo contro il tumore alla prostata. Inoltre, diversi studi scientifici hanno rilevato che la caffeina ha una serie di effetti benefici sulla salute, tra cui ridurre le probabilità di soffrire d'asma, Alzheimer e sclerosi multipla. Ma in questo caso i ricercatori ritengono che siano altre le sostanze chimiche che producono effetti benefici. Sono convinti che siano gli antiossidanti a ridurre il rischio di sviluppare tumori mortali alterando i livelli di ormoni sessuali, regolando quelli degli zuccheri nel sangue e alleviando le infiammazioni. Se i risultati di questo studio saranno convalidati, il caffè potrebbe davvero rappresentare un fattore “modificabile” , capace di ridurre il rischio di sviluppare la forma più grave di cancro alla prostata.
L'abiraterone acetato incrementa la sopravvivenza
Pazienti affetti da cancro alla prostata metastatico sottoposti a chemioterapia e trattati successivamente con abiraterone acetato associato a prednisone, hanno ottenuto un aumento della sopravvivenza complessiva rispetto ai pazienti trattati con placebo e prednisone. È il risultato di uno studio sviluppato da Ortho Biotech Oncology Research & Development, Unit of Cougar Biotechnology, Inc., società affiliata di Janssen Pharmaceutical, e pubblicato sul New England Journal of Medicine. Lo studio di Fase III randomizzato, controllato verso placebo, COU-AA-301, ha dimostrato che la molecola abiraterone acetato, inibitore della biosintesi degli androgeni, aumenta la sopravvivenza globale nei pazienti affetti da carcinoma prostatico metastatico che non rispondono alla chemioterapia. Abiraterone acetato è un inibitore orale della biosintesi degli androgeni, che agisce attraverso l'inibizione selettiva dell'enzima complesso CYP17, necessario a queste tre fonti di produzione di testosterone. Ad un follow-up mediano a 12,8 mesi, la sopravvivenza complessiva nei gruppi trattati con abiraterone acetato in associazione a prednisone era di 14,8 mesi verso 10,9 mesi in quelli trattati con placebo e prednisone (corrispondente ad un incremento del 36% della sopravvivenza media). Il trattamento ha anche determinato una riduzione del 35% del rischio di morte rispetto al placebo. Lo studio ha incluso 1.195 pazienti con carcinoma prostatico metastatico resistente alla castrazione, che erano stati precedentemente trattati con una o due linee di chemioterapia, di cui almeno una contenente docetaxel. I ricercatori hanno affermato che, nonostante l'età avanzata e la fragilità della popolazione trattata, i pazienti hanno manifestato un alto livello di compliance alla terapia con abiraterone acetato, e gli effetti collaterali risultavano tollerabili e reversibili. «Consapevoli del fatto che per gli uomini con carcinoma prostatico metastatico avanzato esistano poche alternative terapeutiche, siamo lieti di apprendere i risultati di questo accurato studio che dimostra come abiraterone acetato possa prolungare la loro vita» , afferma Johann S. De Bono, The Institute for Cancer Research, The Royal Marsden NHS Foundation Trust. «Lo studio – conclude De Bono – indica che il farmaco ha un enorme potenziale per soddisfare un significativo bisogno clinico, che riguarda sia i pazienti affetti da cancro prostatico, che le loro famiglie» . Il farmaco è commercializzato sotto il nome di “Zytiga” ed è stato approvato dai regolatori americani. Il farmaco scoperto all'Institute of Cancer Research ha dimostrato di poter prolungare significativamente la vita di molti uomini, dando ai medici una valida opzione per un nuovo trattamento. Dal successo di questo studio è ormai chiaro che gli uomini con un tumore alla prostata avanzato possono comunque beneficiare di trattamenti mirati a base di ormoni maschili. Questo ha corretto 40 anni di malintesi su questa malattie, e gli esperti si augurano possa portare allo sviluppo di ulteriori trattamenti ormonali di seconda linea per questi uomini, molto simili a quelli usati con successo per curare il cancro al seno. I tumori alla prostata sono “alimentati” dal testosterone, ma i trattamenti che fermano la sua produzione nei testicoli in genere smettono di funzionare dopo pochi anni. Tuttavia i ricercatori britannici hanno sviluppato un farmaco che blocca la produzione del testosterone in tutte le parti del corpo e non solo nei testicoli.
Il tumore alla prostata è letale nel 50% dei casi
Il tumore alla prostata è letale in metà dei casi, una percentuale molto più alta di quella che si pensava in precedenza. Lo ha dimostrato uno studio del King's College di Londra presentato alla conferenza del National Cancer Intelligence Network (NCIN) nella capitale britannica. Lo studio è stato fatto esaminando le cartelle cliniche di più di 20mila pazienti curati tra il 1997 e il 2007. Nel 49 per cento dei casi il tumore alla prostata è risultato essere la principale causa di morte, mentre nel 12 per cento lo sono stati altri tumori, nel 17 per cento problemi cardiaci, nell'8 per cento polmonite e nel restante 13 per cento altre cause. Lo studio mette ancora di più l’accento sull’importanza di una diagnosi precoce. Anche se il cancro alla prostata è tra i tumori più diffusi sono pochi gli uomini che conoscono i l rischio: un’altra ricerca presentata al convegno ha mostrato che tre su quattro non conoscono i fattori di rischio principali, che sono età, precedenti in famiglia e razza.
Calvizie precoce legata a rischio cancro alla prostata
Visto quanto è diffuso il problema della calvizie in Italia, questa notizia potrebbe far allarmare. Secondo una ricerca pubblicata dalla rivista Annals of Oncology, chi inizia a perdere i capelli intorno ai 20 anni è a maggior rischio di cancro alla prostata rispetto agli altri. La probabilità di avere il tumore sarebbe addirittura doppia. I ricercatori del Georges Pompidou Hospital di Parigi hanno esaminato 669 uomini di mezza età, di cui 388 avevano avuto un tumore alla prostata, chiedendo loro di ricordare se e quando avevano iniziato a perdere i capelli. Il 5 per cento dei partecipanti sani ha dichiarato di avere avuto un inizio di calvizie 20 anni, mentre nell'altro gruppo la percentuale era doppia. Secondo gli esperti ci sono due possibili cause per questa correlazione, da una parte la calvizie precoce potrebbe avere una causa genetica in comune con la predisposizione al tumore, dall'altra è possibile che alti livelli di testosterone siano responsabili per entrambi i fenomeni. Questi due fattori potrebbero essere anche combinati.
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