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Diventare mamma dopo un tumore
Paola Sarno, N. 8/9 agosto/settembre 2011
Secondo l’ultimo rapporto dell’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) oggi le persone sotto i 40 anni che sopravvivono al cancro sono quasi 200.000. Inoltre, ogni anno viene diagnosticato un tumore a circa 12.000 fra bambini e adolescenti di età inferiore ai 19 anni. In questa fascia di età più giovane la percentuale di guarigione raggiunge il 45%. Negli ultimi decenni si è osservato, poi, che benché il tumore sia una malattia grave, grazie alla diagnosi precoce e alle terapie sempre più efficaci, spesso si può guarire o convivere con una patologia neoplastica per molti anni e con una prospettiva di vita simile alle persone non colpite da tumore.
La banca del tessuto ovarico dell’ire
Proprio in quest’ottica, e con particolare attenzione alle necessità delle donne più giovani affette da tumore, è stata istituita presso l’ Istituto Regina Elena (IRE) di Roma una Banca del Tessuto Ovarico. Il progetto - al quale prendono parte anche l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e gli atenei romani “La Sapienza” e “Tor Vergata” - è stato reso possibile grazie ad un finanziamento di circa 400 mila euro predisposto dal Ministero della Salute. La Bio-banca dell’IRE si inserisce nel più ampio contesto della Banca regionale del Tessuto Muscolo Scheletrico (BMTS) che costituisce un punto indispensabile di riferimento per tutto il Centro-Sud Italia e si articola su tre presidi ospedalieri della Capitale, IFO, S. Spirito e Policlinico Gemelli.
Nelle donne colpite da tumore infatti, sia la chemioterapia sia la radioterapia, possono compromettere o interrompere la funzionalità ovarica, con il conseguente arresto dello sviluppo dei follicoli e sterilità nelle bambine, perdita della fertilità e menopausa precoce nella donna adulta. La Banca del Tessuto Ovarico dell’IRE ha l’obiettivo a preservare la fertilità delle bambine e delle giovani donne che devono sottoporsi a trattamenti oncologici, attraverso la conservazione di frammenti di tessuto ovarico contenenti gli ovociti, che verranno reinnestati nella donna colpita da cancro dopo la fine dei trattamenti oncologici, permettendole una ripresa sia della funzione ormonale sia di quella riproduttiva.
La crioconservazione del tessuto ovarico
Ma come funziona questo processo? Si tratta, in pratica, di un’autodonazione del tessuto ovarico che, una volta reimpiantato, consente alla stessa paziente di poter progettare una gravidanza spontanea. Il metodo scelto dalla Banca dell’IRE è la crioconservazione del tessuto ovarico, in quanto - secondo gli esperti dell’IRE - garantirebbe una ripresa del 90-100% della funzionalità ovarica, sempre compatibilmente con l’età della paziente e il numero di follicoli presenti al momento del prelievo. Il tessuto ovarico da destinare alla crioconservazione viene prelevato in laparoscopia, trasportato in mezzi di coltura in laboratorio e quindi criopreservato e conservato in contenitori di azoto liquido a - 196°C fino allo scongelamento e al successivo reimpianto.
I vantaggi offerti da questa tecnica sarebbero numerosi: in primo luogo per la possibilità di preservare in situ centinaia di follicoli primordiali contenenti ovociti immaturi, che risultano molto resistenti ai processi di congelamento e scongelamento. In secondo luogo, perché la tecnica è di rapida esecuzione e poco invasiva: i prelievi di quella porzione dell’ovaio denominata ‘corticale ovarica’ possono essere recuperati da pazienti, in ogni stadio del ciclo ovarico, tramite laparoscopia. In ultimo, ma non in ordine di importanza, la crioconservazione del tessuto ovarico è la sola metodica applicabile anche nel caso di pazienti in età pediatrica, nelle pazienti affette da tumori sensibili agli ormoni e nelle pazienti che devono cominciare subito il trattamento oncologico e che non possono quindi sottoporsi ad altre metodiche di preservazione della sterilità, come la stimolazione ormonale e il prelievo chirurgico degli ovociti.
A chi è rivolto questo intervento?
Possono ricorrere alla conservazione del tessuto ovarico le donne con età non superiore ai 35 anni affette da patologie neoplastiche per preservare la fertilità prima di un trattamento oncologico. In particolare, le candidate al trapianto di tessuto ovarico sono le pazienti affette da neoplasie del sistema ematopoietico, cancro della mammella, tumore di Wilms, sarcoma di Ewing, osteosarcoma, carcinoma cervicale agli stadi iniziali sottoposte a trattamento conservativo. Si calcola che nel 2009, presso la sola Ginecologia Oncologica IRE, circa 170 pazienti rientrassero nei criteri di idoneità per questa procedura di preservazione della fertilità. Solo alla completa remissione della malattia neoplastica, ovviamente, e dopo 2 anni dalla terapia oncologica il tessuto ovarico così conservato viene scongelato e reimpiantato nella paziente, che sarà quindi indirizzata ai centri autorizzati di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) per completare il programma di trattamenti per la fertilità.
Le altre opzioni per conservare la fertilità nelle pazienti oncologiche
Da diversi anni si dibatte per la scelta di una strategia sperimentalmente valida per preservare o restituire la fertilità alle pazienti oncologiche. Oggi, infatti, oltre alla criopreservazione del tessuto ovarico, scelta di elezione della banca dell’IRE esistono anche altre procedure per preservare la fertilità delle donne affette da neoplasie. Fra quelle principalmente impiegate ci sono la crioconservazione embrionaria e la criopreservazione ovocitaria.Con la prima gli embrioni da crioconservare si ottengono mediante tecniche di fecondazione in vitro. Si tratta di una procedura che richiede stimolazione ovarica in modo da poter raccogliere un certo numero di ovociti da fecondare in vitro con gli spermatozoi. Gli embrioni così ottenuti sono trattati e conservati in azoto liquido a -195°C fino al successivo reimpianto. Questa tecnica è però inapplicabile nelle giovanissime in età pre-pubere e, in Italia, applicabile solo nei casi previsti dalla legge 40/2004. Richiede, inoltre tempi di esecuzione che escludono le donne adulte che necessitano di iniziare subito la chemioterapia o in quelle pazienti colpite da forme tumorali sensibili agli estrogeni, come alcuni tipi di cancro al seno, in cui la stimolazione ovarica causerebbe un’accelerazione della progressione tumorale. Con la tecnica della criopreservazione ovocitaria, invece, gli ovociti vengono prelevati previa stimolazione ormonale con gonadotropine e poi conservati in azoto liquido sempre alla temperatura di -195°C. In questo caso non esistono restrizioni normative tanto che questa metodica è quella più diffusa in Italia nei centri di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA). Tuttavia, come per il congelamento degli embrioni, ne è possibile il ricorso solo se ritardare l’inizio della terapia antitumorale non costituisce un rischio per la paziente. Anche in questo caso, poi, questa rimane una tecnica inattuabile nelle donne affette da tumore ormonosensibile e nelle bambine, poiché il loro corredo ovocitario è immaturo.
Una marcia in più dal punto di vista psicologico
“Per la donna adulta affrontare le terapie anticancro con la speranza di poter esaudire il desiderio di maternità, risulta essere un fondamentale supporto psicologico”, ha voluto sottolineare Enrico Vizza, responsabile della Banca del Tessuto Ovarico e direttore Ginecologia Oncologica IRE nel corso della presentazione della Biobanca avvenuta alla presenza del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, e della presidente della Regione Lazio, Renata Polverini. “Alle donne in età pre-pubere colpite da patologie neoplastiche,” ha aggiunto Vizza, “è invece d’obbligo offrire, dopo la guarigione, una normale crescita e un normale sviluppo senza minare la possibilità di procreare e costruire una famiglia.”
Indirizzi utili
ISTITUTO NAZIONALE TUMORI REGINA ELENA IRCCS - IFO
Via Elio Chianesi 53 - 00144 Roma
Centralino: Tel.06 52661
Prenotazioni/informazioni: Tel. 06 52662727 - 800 986868
www.ifo.it
Ginecologia - Dott. Enrico Vizza: Tel. 06 52662727
POLICLINICO UNIVERSITARIO AGOSTINO GEMELLI
Largo Agostino Gemelli 8 - 00168 Roma
Centralino: 06 30151
Prenotazioni/informazioni:06 3551033.0-2
www.policlinicogemelli.it
Ginecologia oncologica - Prof. Giovanni Scambia:
Tel.06 30151
OSPEDALE SANTO SPIRITO
Lungotevere in Sassia 1 - 00193 Roma
Centralino: Tel. 06 68351
Prenotazioni/informazioni: Tel. 80 3333
www.asl-rme.it
Ginecologia - Prof. Vincenzo Scotto di Palumbo:
Tel. 06 68352339-2259
Ginecologia - Dott. Enrico Vizza: Tel. 06 52662727
In attività in veneto la radioterapia intraoperatoria
Si chiama Iort (Intra Operative Radiation Therapy) l’ultimo strumento entrato in azione in Veneto per la lotta ai tumori ed in particolare, in questo caso, a quello della mammella. Iort è stato inaugurato all’Istituto Oncologico Veneto (Iov) di Padova, alla presenza dell’assessore regionale alla sanità Luca Coletto, del direttore generale dello Iov, Piercarlo Muzzio e del direttore scientifico Alberto Amadori. Si tratta di un macchinario estremamente sofisticato, che consente di effettuare una massiccia applicazione di radioterapia direttamente sull’area del tumore durante l’intervento chirurgico di asportazione. Lo strumento, la cui parte radiante viene introdotta all’interno del campo operatorio a diretto contatto con l’area malata, costa oltre un milione di euro ed è stato acquistato grazie ai proventi del 5 permille assegnato dai contribuenti veneti allo Iov. Con l’impiego di Iort si migliora l’efficacia dell’intervento e si evitano alle pazienti 6 settimane di terapia radiologica postoperatoria. La tecnica, che applicata per la prima volta in Veneto, verrà inizialmente utilizzata in forma di sperimentazione su non più del 30-40% delle donne ammalate ed i suoi esiti saranno confrontati con quelli della radioterapia tradizionale.
3 malati di tumore su 4 vogliono continuare a lavorare
Sono circa 690mila le persone in Italia ammalate di tumore in età lavorativa che vogliono continuare ad essere parte attiva della società. A chiederlo sono 3 ammalati su 4, che però non sanno che esistono norme che prevedono specifiche tutele e facilitano il reinserimento (prevedendo ad esempio il passaggio al part-time).
Al riguardo Marco Venturini, presidente eletto dell’Associazione Italiana Oncologia Medica (AIOM), ha affermato che «è nostro compito trasmettere un concetto fondamentale: chi è colpito da tumore può continuare a lavorare, ma le sue prestazioni possono cambiare. Dobbiamo offrire ai pazienti gli strumenti affinché comprendano le tossicità delle terapie a cui sono sottoposti e indicare al mondo del lavoro che i malati oncologici possono e devono lavorare, ma non necessariamente come prima della malattia».
Anche Francesco De Lorenzo, presidente della Federazione Italiana dei Volontari in Oncologia (FAVO), ha sottolineato come vi siano evidenze scientifiche che dimostrano che il lavoro aiuta anche nella ripresa dal cancro. «Per questo», ha detto «stiamo realizzando un progetto pilota con Eni ed il coinvolgimento di Inps, Sodalitas e Ordine del consulenti del lavoro di Milano. È importante distruggere il pregiudizio secondo cui il cancro è un male incurabile e favorire la piena integrazione degli ammalati». Come? Per esempio con un “Disability Management Team” per gestire il reinserimento in azienda. Un modello da cui partire con Eni per poi estenderlo anche ad altre realtà produttive.
La chirurgia robotica sfida il tumore del pancreas
La rivoluzione robotica in sala operatoria e le nuove tecniche di chirurgia mini-invasiva promettono un nuovo progresso nella lotta contro uno dei tumori più insidiosi: quello del pancreas, la quarta causa di morte per cancro in Italia. Il punto sui più moderni trattamenti chirurgici per questa patologia è stato fatto dai massimi esperti mondiali durante il congresso “Pancreatic Cancer Surgical Treatment 2011”, tenutosi presso il Campus Bio-Medico di Roma. Secondo i dati più recenti presentati in sede congressuale negli ultimi anni sono stati compiuti progressi nella lotta al tumore del pancreas, che nel 20% dei casi è operabile e che in un altro 20% dei casi guarisce a cinque anni dall’intervento, percentuale che era ferma al 5% solo 15 anni fa. “Ma passi in avanti ancora più significativi”, ha detto Roberto Coppola, responsabile dell’Area di Chirurgia Generale del Policlinico Universitario Campus BioMedico e Direttore di Pancreatic Cancer Surgical Treatment 2011 «potranno essere compiuti in futuro grazie alle nuove tecniche di laparoscopia e alla chirurgia robotica, che con la loro minore invasività creano minore stress immunitario all’organismo favorendo così le possibilità di guarigione». Tecniche, tuttavia, ancora poco diffuse, ed applicate solo nell’1% degli interventi.
È nato il primo registro italiano dei tumori pediatrici
Grazie ad una iniziativa dell’Associazione Italiana di Ematologia ed Oncologia Pediatrica (AIEOP) e dell’Airtum (Associazione Italiana dei Registri Tumori) è stato istituito il primo Registro italiano per i tumori pediatrici. Sono circa 1.500 i bambini che ogni anno nel nostro Paese si ammalano di tumore e purtroppo il loro numero è in costante aumento con un tasso di incremento annuo del 1,7%. È la leucemia linfoblastica acuta la forma di cancro più frequente (rappresenta il 30% di tutti i tumori dei bambini e l’80% delle leucemie), ma i piccoli possono essere colpiti anche da neoplasie del sistema nervoso centrale, dai linfomi, dal neuroblastoma e da altre forme più rare. «Oggi disponiamo di analisi di laboratorio che ci permettono di capire, quando la cura è in corso, se la chemioterapia convenzionale funziona o se si deve ricorrere a un trapianto di cellule staminali», ha spiegato Fulvio Porta, presidente dell’AIEOP . «Grazie alle tecnologie molecolari, inoltre, studiando frammenti del Dna delle cellule malate, possiamo muoverci in anticipo, senza dover attendere, come un tempo, il risultato finale del trattamento. Ma non sappiamo le ragioni del continuo aumento dei casi di cancro infantile. Il registro permetterà di tracciare una mappa che ne fotografi l’evoluzione nel tempo e nelle diverse Regioni».
Premiato il percorso senologico della asl di teramo
Ha vinto il Premio nazionale per la Semplificazione in Sanità per efficacia, efficienza e risparmio. Il "Percorso Senologico" della Asl di Teramo, con un team multidisciplinare diretto dal senologo Maurizio Brucchi e composto da una patologa, un radioterapista, un oncologo, un radiologo, uno specialista in medicina nucleare, un ginecologo, un fisiatra, uno psicologo oltre al personale infermieristico, ha già coinvolto nelle visite diagnostiche 1.600 donne solo nei primi quattro mesi di quest’anno. Nel 2008, al momento dell'apertura del Centro, le visite erano poco più di 300, ma nel giro di 2 anni la vita di decine di donne destinate a scoprire probabilmente con ritardi pericolosi il cancro, è cambiata. Lo scorso anno, infatti, le pazienti visitate sono aumentate di oltre il 400% mentre la percentuale delle donne che si rivolgono altrove è scesa del 48,5%. Il successo dell’iniziativa è dovuto alla presenza contemporanea, nello stesso spazio, di tante professionalità, che “circondano” e rassicurano la paziente in tutte le fasi della cura.
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