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Quando il medico diventa scrittore
Lara Bettinzoli, N. 10 ottobre 2011
“È una cosa preziosa la salute, e la sola che meriti in verità che uno vi dedichi non solo il tempo, il sudore, la fatica, i beni, ma anche la vita per ottenerla; poiché senza di essa la vita viene ad esserci penosa e fastidiosa. Il piacere, la saggezza, la scienza e la virtù, senza di essa, si offuscano e svaniscono” (Michel de Montaigne)
Fino a che punto la vita vale la pena di essere vissuta? Esiste una maniera corretta per affrontare una malattia come il cancro? Cosa significa continuare a desiderare di vivere nella sofferenza?
Le sofferenze causate da un cancro rientrano in tre grandi categorie. La prima è il dolore fisico, soprattutto nello stadio terminale, una sofferenza atroce e continua che può portare alla perdita della dignità umana. La seconda è l’ansia crescente, la paura dello sgretolamento della propria posizione all’interno della propria famiglia e nei diversi ambiti della vita sociale e lavorativa. La terza è l’angoscia, la paura di morire.
A volte accade che l’esperienza di una malattia, il contatto ravvicinato con la sofferenza e la percezione di una morte incombente vengano messe su pagina da chi ha vissuto in prima persona questo evento traumatico. Molto più raramente accade che le stesse esperienze incontrino la sensibilità e la penna lucida e attenta di un medico che, in quanto tale, pur essendo a contatto quotidiano con malattia e sofferenza, viene a trovarsi sulla sponda opposta, dall’altra parte della linea, dalla parte di chi osserva, cura, lenisce e quando può guarisce.
Si chiama Marco Venturino, è Direttore della Divisione di Anestesia e Rianimazione dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano. “Le possibilità della notte” è il suo terzo romanzo edito Mondadori. Racconta senza risparmiare dettagli e particolari dimostrando una rara delicatezza nell’espressione la storia di due uomini apparentemente diversissimi. I protagonisti, pur condividendo la stessa sorte, l’affronteranno in maniera completamente diversa l’uno dall’altro.
Pino Ravera, 52 anni, ingegnere, alto dirigente nel settore dell’elettronica, una moglie, Silvia, e due splendidi figli alle soglie dell’adolescenza. Pietro Quarenghi, 52 anni, brillante chirurgo, scapolo impenitente e lavoratore instancabile e appassionato, sempre sulla breccia, sempre disponibile. Un mal di stomaco che si fa insistente. Gli esami di routine. La diagnosi. Pino e Pietro hanno entrambi un cancro all’esofago. “Una sentenza molto vicina alla pena capitale” pensa Pietro, che sa bene di cosa si tratta. Pino, sostenuto dall’amore di Silvia e dei figli, intraprende l’iter terapeutico indicato dai medici: intervento chirurgico, chemioterapia, radioterapia, riabilitazione. Pietro no, Pietro decide che vuole vivere con pienezza il tempo che gli resta: lascia tutto, si dota dell’armamentario necessario a lenire a se stesso le sofferenze causate dal progredire della malattia e parte per Los Roques, paradiso nel mar dei Caraibi. Pino ancora non sa a quanti compromessi e umiliazioni lo costringeranno le cure; sa che vuole vivere, costi quel che costi. Pietro ancora non sa quanto l’amore per la vita sia forte e radicato in lui, e quanto sarà difficile abbandonarsi al destino come un’onda al moto del mare – quel mare scintillante che custodisce il segreto della sua felicità perduta.
La forza del romanzo risiede proprio nel loro percorso accelerato verso la sofferenza e accettazione dell’idea della fine.
Abbiamo incontrato l’autore per farci raccontare attraverso il suo romanzo, la sua esperienza professionale e umana, il suo punto di vista rispetto al dolore e alla sofferenza, che possono diventare “insegnamenti preziosi e profondi della vita”.
Nel libro, “Le possibilità della notte” Pino si affida alla scienza, Pietro molla tutto, sembrano scelte entrambe plausibili. Quale decisione lei condivide?
Ovviamente condivido entrambe le scelte, ma nel senso che non c’è una scelta giusta o sbagliata in assoluto. La decisione se intraprendere o meno un percorso terapeutico è dipendente dalle condizioni cliniche ma non solo. È una scelta globale che coinvolge tutto il vissuto, le convinzioni e le aspettative del paziente. Ciò che è giusto per uno può non rivelarsi giusto per un altro e ciò che risulta valido per me oggi potrebbe non esserlo più domani.
Credo però che sia davvero indispensabile capire l’importanza della possibilità di esercitare un diritto di scelta. La scelta deve essere libera, frutto di un’ approfondita informazione e soprattutto totalmente personale. Con la medicina di oggi, sia per le caratteristiche di quel che offre ma anche per le conseguenze che può generare, l’autonomia del paziente deve essere una priorità. Autonomia che non significa abbandonare il malato a se stesso nel difficile compito di prendere una decisione in merito al suo futuro dopo avergli semplicemente mostrato le eventuali possibilità.
Piuttosto significa accompagnarlo nella sua decisione rispettandone i tempi, i desideri e le convinzioni etiche senza costringerlo a scegliere come vorremmo noi.
Ha incontrato nella sua esperienza sul campo, pazienti che come Pietro rifiutano le cure?
Sì, anche se devo dire che è più comune la scelta di Pino. Sia perché è difficile accettare che nella nostra vita non ci sia un “sempre”, sia perché talora la medicina, che non è una scienza esatta, sembra quasi approfittare di questa sua incertezza per alimentare speranze un po’ illusorie.
Come si trovano le parole giuste per comunicare ad una persona che ha il cancro?
Non so se ci sono parole giuste per comunicare quello che nessuno vorrebbe sentirsi comunicare. So però, perché lo vedo quotidianamente, che ci sono parole sbagliate. Purtroppo la comunicazione non è ancora considerata materia fondamentale nella preparazione del medico e, di conseguenza, spesso si assiste a dei veri e propri disastri nel rapporto dialettico tra curato e curante. Inoltre la comunicazione infausta è dolorosa anche per colui che dà la notizia e la tentazione di evitare questo dolore è grande.
Il dolore nel suo romanzo è quasi un personaggio. Pensa che la sofferenza possa avere un senso?
Più che dare un senso alla sofferenza, che va sempre combattuta e non solo in campo medico, ritengo sia necessario cercare di dare una giustificazione al dolore. E io credo che in questa vita non sia possibile l’assenza di dolore. Se il dolore è, come credo, una opposizione a quella grande Armonia che regola il creato, la possibilità di questa è, in fondo, una legge di libertà. Libertà che non è altro che la più grande manifestazione dell’Amore. Io penso che la vita sulla terra sia regolata da mirabili e precise leggi che però possono essere infrante, altrimenti tutto sarebbe predeterminato e non vi sarebbe spazio per la libertà.
La possibilità di trasgressione alle regole, che va dalla replicazione anomala di un cromosoma alla possibilità di scelta volontaria per l’uomo è la certezza della libertà, anche se da questa può essere generato dolore.
Relativamente alla sofferenza, ha cambiato idea nel corso della sua esperienza come medico?
Direi di sì. Soprattutto ho modificato l’obiettivo: dal guarire al curare. È ovvio che un medico abbia il compito di guarire il malato, ma non bisogna perdere di vista che la priorità è il curare. E questo non è solo un atto medico. Guarire a volte può non essere possibile o può avere un prezzo troppo alto da pagare. Curare invece è, e deve essere sempre, possibile ed è questo, a mio avviso, il dovere prioritario del medico.
Si è mai commosso per il destino di un suo paziente?
Sì, spesso.
Spesso ci si dimentica che la morte fa parte della vita, e ancor più spesso la morte di una persona porta alla luce la paura della morte insita in ognuno di noi. È più facile per un medico che si misura quotidianamente con la malattia ed eventi traumatici accettare la presenza costante della morte nella vita?
Scriveva Elisabeth Kubler Ross nel suo “la morte e il morire”: "...credo che dovremmo prendere l'abitudine di pensare ogni tanto alla morte ed al morire prima di incontrarla nella nostra vita professionale...". Io penso che avesse ragione e almeno per quanto mi riguarda, cerco di seguire quasi quotidianamente questo suggerimento.
L’esperienza di un cancro può cambiare profondamente la visione della vita, un vero e proprio “insegnamento”. E il medico? Quanto impara da una vita che continua o da una morte?
Ho scritto nei ringraziamenti del mio romanzo “Si è fatto tutto il possibile”: “ Grazie infine a tutti i miei malati, miei quotidiani maestri di quel difficile mestiere che è la vita” e lo penso realmente. La conoscenza del dolore, la consapevolezza della morte, l’importanza di quello che facciamo quando ci avviciniamo a un sofferente sono insegnamenti preziosi e profondi che restano per tutta la vita.
Coraggio di affrontare la malattia, speranza di guarire: in quale punto porrebbe questi fattori all’interno di un’ipotetica scala dei bisogni del paziente, in copresenza con tutte le possibili cure? Quanto contano realmente per la guarigione?
Non so quanto contino per la guarigione. Sono piuttosto scettico su quanti enfatizzano la volontà di guarigione come chiave per un risultato positivo e, purtroppo, c’è una grande letteratura in proposito. A me sembra sempre che così si penalizzi chi non guarisce, quasi come se fosse una colpa, come se si potesse dire: “non ce l’hai fatta perché non hai voluto”. E questo credo sia ingiusto e crudele. Sicuramente però coraggio e speranza sono ottimi ausili per la cura.
Quanto assomigliano realmente ai medici colleghi, quelli descritti nei suoi romanzi?
Si dice che la vita sia più varia e imprevedibile della fantasia. Per cui i miei medici inventati sono sicuramente somiglianti a quelli veri.
Lei ha fede?
Se per fede intende fiducia nel senso di questa vita, fiducia in un Dio che è Amore e che in esso vi sia l’origine e la fine di quell’amore che ciascuno di noi, in misura più o meno grande, sperimenta nella propria vita e che in Esso non vada perduto, direi di sì. Credo che la religione intesa come culto possa essere un ausilio per la ricerca di questo Dio e che dipenda anche da fattori di costume, storici, ambientali e quindi tradizionali. Non credo che un culto sia superiore ad un altro, ma soprattutto, ritengo che il culto sia una via e non il traguardo.
Come concilia il lavoro di anestesista con quello di scrittore?
Si concilia a fatica, in quanto la mia attività clinica mi occupa parecchio e quindi scrivo nei ritagli di tempo: la sera, nei fine settimana, durante le vacanze. Il mestiere di medico però è, a mio avviso, molto affine alla scrittura, laddove questa è studio della psicologia umana, elaborazione del dolore, approfondimento delle emozioni e delle sensazioni che fanno dell’essere umano una creatura peculiare rispetto agli altri esseri viventi. Quindi quello che il lavoro mi ruba in termini di tempo me lo restituisce in parte in termini di conoscenza razionale ed emotiva dell’esistenza umana.
Cosa fanno i medici quando operano? Scherzano parlano d'altro?
A volte sì. C’è chi sente la musica, c’è chi canta e racconta barzellette. Ma questo è solo un modo per scaricare la tensione, per sopravvivere emotivamente, a volte addirittura per concentrarsi meglio. La seriosità e compostezza di comportamento non sono affatto garanzia di capacità, precisione e affidabilità.
Umanizzare il reparto di Anestesia e Rianimazione per ridurre le sofferenze di pazienti e parenti, è possibile?
Sì. Ci sono ad esempio esperienze come la “rianimazione aperta” che significa permettere ai familiari del paziente di rimanere vicino al congiunto malato senza ristretti limiti di orario che sono estremamente utili per migliorare la degenza. La terapia intensiva dove opero io si è adeguata a questa soluzione con molta soddisfazione sia da parte dei curati che dei curanti. Ci possono essere espedienti architettonici e di intrattenimento che sicuramente possono giovare. Ma anche qui la fondamentale opera di “umanizzazione” deve avvenire negli operatori che devono, e mi creda non è facile, in ogni momento del loro lavoro ricordarsi che si ha a che fare non con la malattia e nemmeno semplicemente con i malati, ma con persone a trecentosessanta gradi il cui problema è la malattia ma non solo.
Il ruolo dell’anestesista dentro e fuori la sala operatoria
Oggi l’anestesista si occupa – spiega il Dott. Venturino - non solo di rendere possibile l’intervento chirurgico e di controllare il paziente durante tutto il tempo operatorio, ma si sta sviluppando sempre più il concetto di medicina perioperatoria. Una medicina che si occupa del paziente prima dell’intervento cercando di prevenire eventuali problematiche che potrebbero insorgere durante l’intervento ad esempio trattando eventuali condizioni patologiche concomitanti. E dopo l’intervento, controllando fenomeni come ad esempio il dolore, ma non solo, e trattando eventuali problematiche che si potrebbero presentare nel decorso postoperatorio. Inoltre in Italia spesso l’anestesista si occupa anche dei pazienti che vengono ricoverati in terapia intensiva per condizioni cliniche particolarmente critiche.
Gli strumenti di lavoro di un’anestesista
Ci sono apparecchiature complesse e meno complesse - continua il Dott. Venturino - Oggi, poi, il campo di azione dell’anestesista coinvolge strumentazioni quali ecografi, fibroscopi eccetera che un tempo erano riservati solo a specialisti di settore. Tuttavia, non per fare retorica di basso livello, credo che gli strumenti più importanti siano la preparazione tecnico-culturale e, soprattutto, il buon senso.
In anestesia la possibilità di controllo dei parametri del paziente è molto importante per la sicurezza. I controlli intraoperatori sono incentrati sugli aspetti cardiovascolari (pressione arteriosa, ECG, frequenza cardiaca, ossigenazione) respiratori, e su quelli delle funzioni cerebrali (elettroencefalogramma). Inoltre, molto importante è il monitoraggio che si rivolge anche ad altri aspetti come lo stato di coscienza, per prevenire ad esempio spiacevoli episodi di “awareness”, il cosiddetto risveglio intraoperatorio, o al contrario per prevenire un'eccessiva sedazione.
“Cosa sognano i pesci rossi”
All'amministratore delegato di un’importante azienda viene diagnosticato un tumore in metastasi avanzata. Non si potrebbe operare, ma un chirurgo famoso decide di farlo. Salvo parcheggiare il paziente in terapia intensiva quando l'operazione non riesce. Tra quest'uomo ormai menomato, incapace di comunicare, in attesa della morte, e il medico di terapia intensiva che deve prendersi cura di lui, nasce un rapporto tormentato e umanissimo che l'autore descrive nei dettagli più personali, suddividendo il romanzo in capitoli, uno raccontato in prima persona dal malato, l'altro dal medico.
Edito da Mondadori.
“Si è fatto tutto il possibile”
È mattina presto. Un uomo è chiuso nel suo studio di primario, in ospedale. E ricorda. Quell'uomo è Mario Valenti, anestesista, docente universitario e professionista navigato, uno che la vita l'ha "sempre presa in pugno" e tenuta ben salda. Nella solitudine della sua stanza, quell'uomo ricostruisce l'opprimente cadenza degli eventi che l'hanno portato fin lì. La sua vita, a un certo punto, sembra essersi trasformata in un domino le cui tessere si abbattono una dopo l'altra. A mettere in moto la reazione a catena è stato un tragico errore in sala operatoria: l'aver scambiato una fiala e iniettato al paziente un farmaco sbagliato, provocandone la morte. Da allora, il corso della sua esistenza risulta ineluttabilmente alterato. Lui, che pure aveva progressivamente spostato in avanti il proprio limite del giusto, del lecito, del possibile, in nome della carriera, del potere, della soddisfazione personale, adesso è smarrito. E il peso che si è ritrovato addosso lentamente lo schiaccia.
Marco Venturino
Marco Venturino si è laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Milano; specializzato in Anestesiologia e Rianimazione.
Ha svolto attività clinica presso l’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano, l’Ospedale San Raffaele di Milano e l’Istituto Europeo di Oncologia.
Dal 2002 è direttore del Servizio di Anestesia e Rianimazione dell’Istituto Europeo di Oncologia.
Ha svolto attività didattica come insegnante di Rianimazione presso la scuola Infermieri Professionali dell’Ospedale San Raffaele e come professore a contratto presso la cattedra di Anestesiologia e Rianimazione dell’Università di Milano, di Sassari e presso la cattedra di Radioterapia dell’Università di Milano.
Nel 2005 pubblica con l’editore Mondadori il romanzo: “Cosa Sognano i Pesci Rossi”, nel 2008 “Si è fatto tutto il possibile”, nel 2010 “Le possibilità della notte”.
La divisione di Anestesia e Rianimazione dello IEO
A seconda delle indicazioni, sono eseguite sia l’anestesia generale che l’anestesia locoregionale (peridurale, spinale ecc.).
Il controllo delle condizioni generali del paziente durante tutto l’intervento chirurgico al fine di ovviare ai mutamenti dell’omeostasi, indotti dall’anestesia e dalla chirurgia, avviene per mezzo di un sistema computerizzato che raccoglie e registra tutti i dati provenienti dai diversi sistemi di controllo.
Il trattamento del dolore postoperatorio è praticato regolarmente in tutti i pazienti e spesso, nella chirurgia maggiore, mediante l’analgesia peridurale continua.
Unità di Terapia Intensiva
In UTI vengono ricoverati pazienti sottoposti a chirurgia maggiore e pazienti critici provenienti dalle altre divisioni. L'Unità dispone di otto posti letto forniti di sistemi antidecubito, atti a prevenire le piaghe da decubito e le complicanze polmonari. Vengono impiegati i più avanzati sistemi di monitoraggio sia invasivi (catetere di Swan-Ganz, PICCO, PICCO Cold, SPV, Ecocardiografia Transesofagea ecc) che non invasivi (SaO2, ETCO2 ecc.). L’Emofiltrazione continua viene comunemente utilizzata come parte del trattamento dell’insufficienza renale acuta, particolarmente nello shock settico.
Una nuova procedura tracheostomica viene utilizzata quando il paziente necessita una ventilazione meccanica prolungata.
Collaborazioni con le altre Divisioni
I medici anestesisti forniscono supporto medico e tecnico per le emergenze, per la nutrizione parenterale totale, per trattamenti particolari (cardioversione elettrica, pericardiocentesi ecc.), per procedure endoscopiche e di radiologia interventistica. Inoltre eseguono il posizionamento di cateteri venosi centrali per, tra l’altro, la chemioterapia e la plasmaferesi. In collaborazione con i cardiologi, si occupano della valutazione dei pazienti chirurgici dal punto di vista polmonare, respiratorio e matabolico, al fine di stabilire il rischio operatorio e pianificare il trattamento pre-, intra- e postoperatorio.
Istituto Europeo di Oncologia
Via Ripamonti, 435
20141 Milano (Italia)
Tel. +39 02-57489.1
Fax: +39 02-57489.208
IEO Centro
situato in Via San Luca, 8
20122 Milano (Italia)
Tel. +39 02-57489.1
Fax: +39 02-57489.208
www.ieo.it
L’Associazione
SIAARTI - Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva
Il motto ufficiale: "Pro vita contra dolorem semper", coniato nel 1982, è tutt’ora rispondente agli obiettivi resi dall’Art.2 dello Statuto SIAARTI:
- Promozione della ricerca scientifica
- Formazione ed aggiornamento continuo
- Miglioramento della qualità professionale nei campi disciplinari di pertinenza
- Anestesia generale e locoregionale
- Analgesia
- Rianimazione
- Terapia Intensiva
- Terapia Iperbarica
- Emergenze
Attualmente la SIAARTI, riconosciuta dagli organismi legislativi italiani quale punto di riferimento per lo sviluppo scientifico e tecnologico della disciplina, entra a pieno diritto con i propri Delegati nei direttivi di diverse Associazioni, sia Nazionali (FISM, FNOMCeO) che Internazionali (UemS, CENSA e WFSA).
http://www.siaarti.it
http://www.siared.it
http://www.aaroiemac.it
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