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Ultime novità dall’ASCO
Cristina Mazzantini, N. 10 ottobre 2011
A giugno scorso, come ogni anno, trentamila esperti di cancro provenienti da tutto il mondo si sono dati appuntamento a Chicago per il meeting annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), quarantasettesima edizione. Si tratta, infatti, del più importante evento dell’oncologia mondiale dove ci si riunisce per discutere sulle ultime novità sulla diagnosi e la cura dei tumori.
Ecco riassunte alcune delle novità terapeutiche presentate durante dell’incontro scientifico:
Cancro del polmone EGFR positivo: efficace erlotinib
La terapia di prima linea con erlotinib consente quasi di raddoppiare il periodo di sopravvivenza libera da progressione della malattia dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule (positivo per le mutazioni del recettore del fattore di crescita epidermico) in fase avanzata rispetto ai pazienti trattati con chemioterapia (9,7 mesi VS 5,2 mesi).
È quanto emerso dallo studio di fase III Eurtac. La forma di tumore ai polmoni studiato nello studio Eurtac si riscontra nel 10 per cento circa dei pazienti caucasici affetti da carcinoma polmonare e nel 30 per cento circa di quelli asiatici. Risultati analoghi sono stati osservati in un altro studio di fase III (OPTIMAL) condotto su pazienti asiatici con questa forma tumorale.
Alla luce di questi risultati l’azienda ha chiesto all’Agenzia Europea per i Medicinali di ampliare le attuali indicazioni europee per erlotinib indicandolo anche come terapia di prima linea nei soggetti affetti da NSCLC positivo per le mutazioni EGFR in fase avanzata. Sono inoltre in corso colloqui con l’Fda relativamente alla richiesta di utilizzare un test diagnostico correlato che consenta di identificare i pazienti con mutazioni Egfr positive, uno strumento che riuscirebbe a identificare i candidati ideali all’impiego di erlotinib.
Tumore del polmone: tre promesse dall’Italia
Si chiama NGR-hTNF il farmaco sperimentale dell’azienda milanese MolMed che ha dimostrato già la sua efficacia in tre diversi tipi di neoplasie polmonari: il carcinoma polmonare non microcitico, il microcitoma e il mesotelioma.
Nel corso del meeting sono stati presentati tre studi. Il primo, ha valutato l’impatto di NGR-hTNF in combinazione con il trattamento chemioterapico a base di cisplatino in 80 pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule. Il farmaco ha prodotto miglioramento dell’attività clinica in termini di controllo della malattia e durata della sopravvivenza senza progressione sia nei pazienti con tumore a istologia squamosa sia nei pazienti con adenocarcinoma che hanno proseguito il trattamento con NGR-hTNF da solo come terapia di mantenimento dopo il completamento della chemioterapia, confermando l’effetto di NGR-hTNF nel controllo della malattia a lungo termine.
Il secondo studio ha valutato il composto in combinazione con doxorubicina nel trattamento del carcinoma polmonare a piccole cellule recidivante. In più della metà dei 28 pazienti arruolati è stato ottenuto il controllo della malattia, con un’attività antitumorale simile in termini di regressione delle lesioni sia nei pazienti sensibili alla chemioterapia, sia in quelli refrattari. Un terzo dei pazienti risulta libero da progressione di malattia a sei mesi. Infine, nel terzo studio, è stata messa alla prova la capacità di NGR-hTNF nel mesotelioma pleurico maligno come trattamento di seconda linea in 57 pazienti pre-trattati con chemioterapia. Il trial prevedeva la somministrazione una volta ogni tre settimane oppure una volta alla settimana. L’analisi della sopravvivenza a lungo termine conferma un marcato vantaggio della somministrazione settimanale rispetto a quella tri-settimanale; il tasso di sopravvivenza a due anni risulta triplicato considerando tutti i pazienti, risultando quintuplicato se si considerano i pazienti che hanno ottenuto il controllo della malattia alla prima rivalutazione.
Cetuximab: ancora una conferma
Un’analisi retrospettiva dello studio clinico CRYSTAL ha dimostrato come cetuximab migliori in modo significativo i risultati nel trattamento dei pazienti colpiti da tumore metastatico del colon retto con tumore KRAS wild-type anche in presenza di patologia metastatica avanzata che si è diffusa oltre il fegato. L’analisi ha valutato i benefici del trattamento di prima linea con cetuximab in associazione alla chemioterapia standard (FOLFIRI) nei pazienti con KRAS wild-type, a seconda del sito metastatico. Per i pazienti colpiti da una patologia non limitata al fegato - che costituiscono la maggior parte di quelli colpiti da tumore metastatico del colon retto - il trattamento con cetuximab in associazione a FOLFIRI ha consentito un aumento della sopravvivenza complessiva superiore di 5 mesi rispetto ai pazienti trattati con la sola chemioterapia (22,5 vs. 17,4 mesi).
Melanoma: funzionano vemurafenib e ipilimumab
Vemurafenib, una piccola molecola sperimentale a somministrazione orale, progettata per inibire selettivamente una forma mutata cancerogena della proteina BRAF che si trova in circa la metà di tutti i casi di melanoma, aumenta in modo significativo, rispetto alla chemioterapia, la sopravvivenza globale nei pazienti affetti da melanoma metastatico positivo alla mutazione del gene BRAF V600, precedentemente non trattati. È emerso dallo studio di fase III BRIM3. Il farmaco ha ridotto del 63% il rischio di decesso e del 74 quello di peggioramento della malattia.
I dati sono stati inoltre pubblicati ieri nell'edizione on-line del New England Journal of Medicine.
Risultati positivi anche per l’anticorpo monoclonale ipilimumab. Associato al trattamento chemioterapico tradizionale, la dacarbazina, ha dimostrato di migliorare in maniera significativa la sopravvivenza dei pazienti colpiti da questo tumore nella forma metastatica.
Lo studio pubblicato anche sul New England Journal of Medicine ha analizzato la prima volta la sopravvivenza a tre anni di 500 pazienti colpiti da melanoma metastatico e non trattate prima con altre terapie. A un anno sopravvive il 47,3% dei pazienti trattati con la combinazione costituita da ipilimumab associato alla dacarbazina rispetto al 36,3% di quelli trattati con il chemioterapico tradizionale; a 24 mesi il 28,5% contro il 17,9%, a tre anni il 20,8% contro il 12,2%.
Tumore dell’ovaio: bocciato abagovomab
Abagovomab non funziona nel prevenire la recidiva del tumore ovarico. Il farmaco è un anticorpo che mima un antigene tumorale espresso in quantità elevata dal tumore ovarico (l’antigene CA 125). Pertanto ci si attendeva che fosse in grado di prevenire o comunque ritardare la comparsa di recidive nelle pazienti che hanno risposto a una prima linea di chemioterapia attivando una risposta immunitaria specifica verso delle cellule tumorali.
Così non è stato. Benché il trattamento sia stato molto ben tollerato, la vaccinazione con abagovomab non ha confermato l’ipotesi. Lo studio, della durata di quattro anni, ha coinvolto circa 900 pazienti in 150 centri specialistici in Europa e USA.
Tromboembolismo venoso: semuloparina dimezza il rischio
Nei pazienti oncologici che hanno iniziato un regime chemioterapico, la semuloparina riduce significativamente il rischio cumulato di trombosi venosa profonda sintomatica, embolia polmonare non fatale e morte correlata a tromboembolismo venoso. Semuloparina è un’eparina a basso peso molecolare con peso molecolare ultra-basso che è il risultato di ingegneria selettiva. È arricchita con siti di legame per l’anti-trombina, che determinano un’attività anticoagulante principalmente rivolta verso il fattore Xa, con effetti minimi sul fattore IIa. Nel tromboembolismo venoso, i coaguli di sangue generalmente si formano nelle vene profonde e possono migrare e potenzialmente bloccare il flusso del sangue nei vasi polmonari. Questo può causare una morte improvvisa. Anche se spesso è clinicamente silente, il tromboembolismo venoso è una complicanza che mette in pericolo la vita di un paziente oncologico su cinque. E l’inizio della chemioterapia aumenta ulteriormente il rischio di più del 60%.
Un vaccino per sconfiggere il tumore del cervello
All'ASCO di Chicago è stato reso pubblico uno studio che cambierà la battaglia contro il tumore al cervello.
L'University Hospitals Case Medical Center di San Francisco e la Columbia University hanno condotto la ricerca su pazienti affetti da glioblastoma, una delle forme più gravi e aggressive di cancro al cervello, somministrando loro dei vaccini altamente personalizzati. Il farmaco utilizzato, l'HSPPC-96, isola una proteina da shock termico che da parte del sistema immunitario del soggetto; successivamente la proteina tumorale addizionata di un coadiuvante o di un farmaco che ne potenzi l'azione, viene reintrodotta nel paziente stesso attraverso la pelle.
La terapia deve iniziare all'incirca cinque settimane dopo l'intervento chirurgico e consiste in quattro iniezioni settimanali, seguite da iniezioni bi-settimanali per un massimo di 52 settimane.
Il dottor Andrew Sloan autore dello studio e direttore del Centro tumore cerebrale e neuro-oncologia della University Hospitals Case Medical Center, ha spiegato: «Il vaccino, sviluppato dal ricercatore principale della Brain Tumor Research Center alla University of California Andrew Parsa, è costituito da cellule tumorali dello stesso paziente, in modo che sia specifico e unico per il particolare tumore di quel paziente: per ora è la massima applicazione della medicina personalizzata. I risultati ottenuti sono molto positivi per i pazienti affetti da questa forma mortale di tumore». Infatti, il farmaco HSPPC-96 è in grado di aumentare la sopravvivenza di malati da 3/5 a 11 mesi.
Nuovo farmaco che riduce del 65% il rischio di sviluppare tumore al seno
Lo studio Map 3 condotto dal Massachusetts General Hospital di Boston su circa quattromila donne provenienti da Francia, Canada, Spagna e Stati Uniti ha evidenziato che somministrare in modo preventivo l'Exemestane, riduce del 65% il rischio di comparsa di tumore al seno nelle donne in post-menopausa.
Paul Goss ha puntualizzato: «Il potenziale impatto della scoperta è molto alto, visti i 1,3 milioni di nuovi casi di tumore al seno ogni anno e le cinquecentomila morti l'anno. Questa nuova molecola, appartenente alla classe degli inibitori della aromatasi, potrà essere un'importante arma contro lo sviluppo del tumore alla mammella nelle donne in menopausa».
La ricerca è stata presentata durante l'ASCO di Chicago e i dati sono stati pubblicati sulla rivista New England Journal Of Medicine.
Test del Psa ai quarantenni
Il test del Psa per la prevenzione del tumore alla prostata, ovvero l'esame del sangue che misura la presenza dell'antigene prostatico, se effettuato negli uomini della fascia di età 44-50 anni può “accuratamente predire il rischio che un uomo muoia di cancro alla prostata o sviluppi forme metastatiche di tale tumore nell'arco dei successivi 30 anni''. Lo rivela uno studio condotto dal Memorial Sloan-Kattering Cancer Center di New York, presentato all’ASCO di Chicago
Secondo gli autori dello studio (effettuato esaminando i livelli di Psa nei campioni di sangue di 12.090 uomini svedesi tra il 1974 e il 1986, più altri 4.999 campioni ripetuti sei anni dopo) sulla base del risultato del test del Psa iniziale negli uomini in tale fascia di età, sarebbe successivamente sufficiente per il 50% degli uomini eseguire un totale di soli tre test del Psa nell'arco della vita.
Lo studio ha infatti dimostrato che il 44% dei decessi per cancro alla prostata è avvenuto in uomini che all'età di 44-50 anni presentavano il livello massimo del 10% di Psa. Dunque, affermano i ricercatori, ''circa la metà delle morti per questo tipo di cancro potrebbe essere prevenuta attraverso la sorveglianza stretta di questo gruppo di uomini a più alto rischio''. Gli uomini che, invece, nella stessa fascia di età presentavano bassi livelli di Psa, precisano gli esperti Usa, sono a basso rischio di sviluppare cancro alla prostata negli anni successivi, e per loro potrebbero essere sufficienti tre soli test nell'arco della vita.
Questi risultati potrebbero dunque avere implicazioni importanti nella scelta di quali pazienti indirizzare verso controlli più frequenti: «Un simile scenario - hanno commentano i ricercatori - permetterebbe infatti di evitare un eccesso di prescrizioni di test di Psa per una larga quota di uomini che risultano essere, in realtà, a basso rischio»
Rischio tumore del 60% delle fumatrici
Sempre dal Congresso ASCO di Chicago è arriva la notizia di un nuovo studio condotto dall'Università di Pittsburgh da cui è emerso che il rischio di contrarre un tumore al seno aumenta con l'accrescere degli anni di fumo.
La ricerca coordinata da Stephanie Land ha preso in esame circa tredicimila donne sane con un storia familiare di tumori alla mammella ed è emerso che per questi soggetti, già a rischio di sviluppare la neoplasia, il fumo è un grande fattore di rischio.
La Dottoressa Land ha precisato: «Rispetto a donne che non hanno mia fumato in vita loro, il rischio di tumore al seno è superiore del 60% nei soggetti che hanno fatto uso di sigarette almeno per trentacinque anni, e superiore del 34% in quelle che hanno fumato dai 15 ai 35 anni. Per fortuna, le donne che hanno fumato per meno di 15 anni non presentano alcun rischio aggiunto».
«Inoltre, i nostri dati dimostrano che fumare per lunghi periodi causa nelle donne la comparsa di altri tipi di tumore, come quello del colon con un rischio quattro volte più alto rispetto alle non fumatrici; per quanto riguarda il tumore al polmone, le donne fumatrici hanno una probabilità di svilupparlo trenta volte superiore alle altre donne. Smettere di fumare rimane uno dei metodi più efficaci per abbassare il pericolo di sviluppare un cancro» ha concluso poi l'autrice dell’interessante studio.
In aumento il tumore della prostata
Ogni anno, in Italia, si registrano quasi 50.000 nuovi casi di cancro alla prostata, di cui il 20% già allo stadio di metastasi. Il dato, considerato allarmante, anche in riferimento all'aumento della malattia tra gli under 60, è emerso nel corso del XXI Congresso Nazionale della Società italiana di urologia Oncologica (Siuro), che si è tenuto recentemente a Napoli. E dagli esperti riuniti nella città partenopea è arrivato il consiglio rivolto agli uomini a partire dai 45-50 anni: quello di sottoporsi ad un check up, magari facendo l'esame del cosiddetto “marcatore Psa", una semplice analisi del sangue che può dare immediata evidenza dell'insorgere della patologia e guidare il percorso medico. «L'impressionante aumento dell'incidenza è legato non solo ai fattori di rischio probabilmente in crescita ha sottolineato il dottor Giario Conti, Incoming President Siuro - ma soprattutto alla diffusione del Psa nella popolazione maschile». Non meno importanti però rimangono i fattori di rischio legati allo stile di vita: dieta ricca di grassi saturi, obesità e mancanza e di esercizio fisico. Tutte cattive abitudini che possono favorire lo sviluppo e la crescita del tumore della prostata.
Scoperto il modo di regolarsi nell’angiogenesi
Alcuni ricercatori del Cincinnati Children's Hospital Medical Center hanno scoperto che è possibile invertire il processo molecolare che intraprendono i mielociti del sistema immunitario per regolare l'angiogenesi.
Lo studio, condotto dal Visual Systems Group della Divisione di oftalmologia, è stato condotto su colture cellulari e topi: le retine dei topi in via di sviluppo, nel periodo post-natale, utilizzano la rete di segnalazione del Wnt, proteina fondamentale nello sviluppo embrionale e nella formazione di masse tumorali.
La rete di segnali emessi dal Wnt coinvolge a sua volta il gene Flt1, che sintetizza per la proteina VEGFR1 (recettore 1 del fattore di crescita dell'endotelio vascolare) capace di bloccare lo sviluppo vascolare dopo essersi legato con il fattore di crescita VEGF. In questo modo l'espressione del Flt1 può essere diminuita per aumentare la concentrazione di VEGF e quindi incrementare l'angiogenesi, oppure aumentando l'espressione del gene si inibisce VEGF e quindi si blocca l'angiogenesi.
Richard Lang direttore del Visual System Group ha chiarito «Per ora siamo stati in grado di dimostrare come questo cammino molecolare venga sfruttato dai mielociti per regolare l'angiogenesi; in futuro la modulazione di questa via, potrà permettere lo sviluppo di nuove terapie per la riparazione di tessuti danneggiati, e per il decorso delle patologie della retina».
I dati della ricerca sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Nature.
IRE un nuovo database per il cancro mammario
Sarà il più grande database europeo sugli interventi di patologia mammaria effettuati con il metodo di diagnosi molecolare intra-operatoria del linfonodo sentinella denominato Osna, One step nucleic acid amplification. I rappresentanti dei principali Centri europei che applicano questa metodica hanno discusso oggi all'Istituto Regina Elena di Roma le opportunità che un campione di molte migliaia di interventi può offrire per estrapolare informazioni utili a valutare e migliorare le tecniche e procedure di intervento. L’Ire è stato primo, in Italia, e tra i primi in Europa a utilizzare il metodo che consente in 30-40 minuti di determinare la presenza di cellule tumorali all’interno del linfonodo sentinella in fase intraoperatoria. Ciò permette di procedere, in caso di esito positivo, direttamente alla rimozione dei linfonodi dell’ascella, senza che la paziente sia costretta a subire un nuovo intervento. In aggiunta la radioterapia effettuata durante l’intervento di quadrantectomia evita alle pazienti le numerose sedute post operatorie.
Con gli esperti riuniti recentemente a Roma, ha puntualizzato il professor Franco Di Filippo, direttore della Chirurgia mammaria dell’Ire, «abbiamo dato vita a un database unico e condiviso in cui verranno inseriti i dati relativi agli interventi effettuati in tutti i centri coinvolti dal progetto per un totale di circa 20.000 pazienti. Sarà così possibile estrapolare evidenze estremamente significative».
Una chiave genetica alla base del tumore al seno
Un gruppo di ricercatori del Dana-Farber Cancer Institute ha condotto una ricerca su un particolare tipo di tumore al seno, il "triplo negativo".
Da questo studio è emerso che alla base della comparsa di questa forma di cancro ci sarebbero 15 geni in grado di suscitare nelle cellule la formazione di segnali di crescita e sviluppo della neoplasia.
Il sorprendente risultato americano, in futuro, potrà permettere lo sviluppo di nuove tipologie di diagnosi e di terapie per la forma più aggressiva dei tumori al seno: infatti, attualmente il "triplo negativo" non risponde ad alcuna terapia tradizionale, confermandosi la forma più letale.
Inoltre, gli autori della ricerca hanno scoperto che alcuni di questi geni sono implicati anche in alcune tipologie di tumore al sangue.
La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Clinical Investigation.
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