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Linfoma Hodgkin, dopo 36 anni cura italiana al top
Vera Lanza, N. 11 novembre 2011
Di nuove ricerche ne sono state fatte e di cure ne sono state sperimentate, eppure la vecchia chemioterapia contro il linfoma di Hodgkin, messa a punto nel 1975 dal gruppo di ricerca dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (Int), guidato da Gianni Bonadonna, è ancora oggi validissima. Addirittura preferibile al programma sostenuto dai ricercatori tedeschi come nuovo standard terapeutico di questo linfoma, perché efficace, meglio tollerato e con minori rischi e complicanze. Lo ha dimostrato un nuovo studio dei ricercatori milanesi che è stato pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine a fine luglio. All’argomento la stessa rivista scientifica dedica un ampio editoriale. Dopo aver seguito i pazienti per 7 anni, i ricercatori hanno verificato che la combinazione dei farmaci previsti nella chemioterapia ''italiana'' Abvd (con somministrazione di doxorubicina, bleomicina, vinblastina e dacarbazina) messa a punto 36 anni fa all'Int, è più vantaggiosa della terapia Beacopp progettata dal “German Hodgkin Study Group” perché promette le stesse probabilità di guarigione ma è meglio tollerata dal paziente e ha minori rischi e complicanze.
La ricerca, svolta in collaborazione con l'Università di Milano e supportata dalla Fondazione Michelangelo, ha riguardato 331 pazienti sofferenti di linfoma di Hodgkin, che sono stati suddivisi in due gruppi e rispettivamente curati con ABVD e BEACOPP. A sette anni dalla diagnosi non avevano manifestato recrudescenze della malattia l’85% di pazienti trattati in prima linea con BEACOPP e il 73% dei casi curati con ABVD.
I ricercatori hanno concentrato quindi la loro attenzione sui pazienti che hanno manifestato ricadute e che, per contrastare la recrudescenza della malattia, sono stati sottoposti a chemioterapia ad alte dosi e trapianto di cellule staminali ematopoietiche. In questi casi si è emersa la differenza tra le due terapie: il 33% dei pazienti curati con ABVD sono riusciti a riprendersi mentre tra chi è stato tratto con BEACOPP la percentuale è del 15%.
Nel complesso, al termine del periodo di osservazione complessivo di 7 anni, la sopravvivenza dei pazienti trattati con il metodo tedesco era dell’88% a fronte dell’82% con il metodo ABVD.
Spiega Alessandro M. Gianni, responsabile della struttura di Medicina oncologica 3 dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e coordinatore dello studio: «A sette anni dall'inizio della terapia, non esistono differenze significative tra i due gruppi. I motivi di questo risultato sono l'efficacia e l'ottima tollerabilità dei trattamenti così detti di seconda linea o di salvataggio, che oggi ci consentono di guarire molti dei pazienti che ricadono dopo un trattamento iniziale. Su questa base è quindi ovvio scegliere il trattamento, l’ABVD, che offre al paziente la migliore qualità di vita perché meno tossico e con minore rischio di complicanze. L’aspetto innovativo del nostro studio – prosegue Gianni - risiede nell’aver valutato il risultato non subito (alla fine del primo tempo, si potrebbe dire), ma a fine partita, cioè dopo aver trattato i pazienti non guariti con il miglior trattamento “di salvataggio” oggi disponibile».
Come sottolineato dall’editoriale della rivista dedicato allo studio, un’importante ricaduta di questa ricerca è l’aver mostrato che, nei casi in cui esistono trattamenti di salvataggio efficaci e ben tollerati, il nuovo paradigma terapeutico nella cura dei tumori non può essere un semplice confronto tra terapie iniziali (come in questo caso, ABVD e BEACOPP), ma tra strategie comprensive sia del trattamento iniziale che del salvataggio e che tengano conto sia dell’efficacia sia della tossicità delle strategie a confronto.
Le due terapie
ABVD è un regime terapeutico elaborato dal gruppo del professor Gianni Bonadonna nel 1975 presso l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e consiste in un programma che prevede la somministrazione di doxorubicina, bleomicina, vinblastina e dacarbazina. BEACOPP prevede invece la somministrazione bleomicina, etoposside, doxorubicina, ciclofosfammide, vincristina, procarbazina, prednisone ed è stato messo a punto dal German Hodgkin Study Group. Lo studio è stato reso possibile da finanziamenti della Fondazione Michelangelo.
Secondo uno studio inglese le persone alte hanno maggiori probabilità di ammalarsi di tumore
Notizie sorprendenti e non proprio buone per le persone di statura elevata. Secondo uno studio dei ricercatori dell'Università di Oxford (GB), infatti, un’altezza notevole è collegata al maggior rischio di ammalarsi di 10 tipi diversi di tumore. Ogni 10 centimentri sopra il metro e 52, il pericolo aumenta del 16 per cento. Lo studio ha coinvolto più di un milione di donne, ed è pubblicato su “Lancet Oncology”. A questo risultato i ricercatori sono arrivati dopo aver esaminato più di un milione di donne. Ma il sesso non farebbe la differenza: le stesse conclusioni, secondo gli autori, sarebbero valide anche per gli uomini. Tuttavia, stando agli esperti britannici di Cancer Research la ricerca non dovrebbero allarmare troppo le persone alte: si tratta di un legame ancora da chiarire. Lo studio ha seguito 1,3 milioni di donne di mezza età nel Regno Unito tra il 1996 e il 2001. Collegando così 10 tipi di tumore - del colon, del retto, il melanoma maligno, della mammella, dell'endometrio (utero), alle ovaie, ai reni, il linfoma, il linfoma non-Hodgkin e la leucemia - all'altezza. Secondo lo studio le donne del gruppo più alto erano il 37% più a rischio di ammalarsi di tumore rispetto alle coetanee più basse (sotto il metro e 52 centimetri). Come dicevamo, benché l'indagine abbia esaminato soltanto le donne, i ricercatori spiegano che il “legame malattia-statura” è presente anche negli uomini, come emergerebbe dalla combinazione dei dati ottenuti da altri studi. Come ha chiarito un ricercatore dell'Università di Oxford, l'altezza in sé non può influenzare il cancro, ma potrebbe essere un marker per qualcosa di diverso.
Nuovo reparto di terapia metabolica all’istituto tumori di Milano
L'Unità di terapia radiometabolica dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, si allarga, si rifà il look e conquista nuovi spazi. Sei i posti letto disponibili, in 4 stanze di degenza, che si aggiungono ai 53 già presenti in Lombardia. L’inaugurazione del nuovo reparto è avvenuta prima dell’estate alla presenza del ministro della Salute, Ferruccio Fazio, e dell'assessore alla Sanità della Regione Lombardia, Luciano Bresciani. Sono 500 i pazienti che potranno essere accolti ogni anno, tutti per periodi brevi, compresi tra uno e 5 giorni: emettendo radiazioni a causa delle terapie mediche in corso, infatti, avranno bisogno di un soggiorno protetto all'interno della struttura. La terapia radiometabolica è realizzata attraverso radiazioni, che, invece di essere prodotte sotto forma di fasci esterni all'organismo convogliati sul tumore, sono emesse all'interno del corpo del paziente da speciali farmaci costituiti da molecole rese radioattive. Le principali patologie che vengono trattate attraverso l'utilizzo di queste particolari molecole “programmate” per distruggere solo le cellule tumorali, con ridotti danni per quelle sane, sono: tumori della tiroide, neuroblastoma pediatrico e altri tumori dell'infanzia, linfomi non-Hodgkin, tumori del fegato e alcuni tipi di metastasi ossee. Secondo un censimento della Società italiana di medicina nucleare, ogni anno in Italia vengono effettuati circa 30mila trattamenti di terapia radiometabolica di cui il 40% per il trattamento dell'ipertiroidismo, il 40% per il trattamento del carcinoma della tiroide, il 15% per il trattamento di tumori neuroendocrini, linfomi e carcinomi epatici, il 5% per altre patologie.
Ematologia, raddoppiata l’incidenza dei tumori negli ultimi 25 anni
Oltre 250 ematologi in sala, più di 50 relazioni sui progressi della ricerca che stanno cambiando lo scenario delle malattie ematologiche: sono i numeri del quarto Meeting Educazionale Post-Ash 2011, che si è svolto a Verona, al Palazzo della Gran Guardia. Il convegno ha offerto agli ematologi italiani un aggiornamento sui risultati emersi nel corso del Congresso annuale dell'ASH (American Society of Hematology), il più importante appuntamento a livello mondiale nel campo dell'Ematologia, che si è svolto a Orlando, in Florida, lo scorso dicembre, con la partecipazione di circa 20mila ematologi provenienti da ogni Paese del mondo. Le malattie ematologiche rappresentano una delle sfide più impegnative per la ricerca scientifica. Nei Paesi sviluppati l'incidenza dei tumori del sangue, come linfomi e leucemie è pressoché raddoppiata negli ultimi 25 anni, causando circa 200mila decessi l'anno. I target terapeutici sono in costante aggiornamento, grazie alla ricerca scientifica in campo ematologico che continua a spostare in avanti le frontiere, affinando strumenti conoscitivi, ma soprattutto sperimentando le nuove molecole "intelligenti" riuscendo così ad ampliare il range delle forme tumorali che possono essere trattate con soddisfazione. Oggi, la sopravvivenza ha raggiunto valori superiori dell'80% per la leucemia linfatica acuta del bambino e per talune forme di leucemia acuta dell'adulto e del 60% per i linfomi non Hodgkin, riferita soprattutto alle forme aggressive. Anche in forme difficilmente guaribili come il mieloma multiplo, la qualità di vita è decisamente migliorata e il tempo di sopravvivenza è quasi raddoppiato in pochi anni.
Ogni anno 1.500 casi tra i bambini, nasce il registro nazionale
Ogni anno, in Italia, circa 1.500 bambini si ammalano di tumore, con un aumento costante dell'1,7%. Per capire le cause di questo fenomeno e scattare una fotografia delle neoplasie infantili nasce il primo registro per queste forme di cancro. L'iniziativa è dell'Associazione italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica (AIEOP) e dell'AIRTUM (Associazione Italiana dei Registri Tumori). Oggi si hanno a disposizione analisi di laboratorio che permettono di capire, quando la cura è in corso, se la chemioterapia convenzionale funziona o se si deve ricorrere a un trapianto di cellule staminali. Grazie alle tecnologie molecolari, studiando frammenti del DNA delle cellule malate, i medici si possono muovere in anticipo, senza dover attendere, come accadeva in passato, il risultato finale del trattamento. Purtroppo, però, non si conoscono le ragioni del continuo aumento dei casi di cancro infantile. Obiettivo del registro è anche poter tracciare una mappa che fotografi l'evoluzione di questa patologia nel tempo e nelle diverse Regioni. I ricercatori ci tengono a sottolineare che l'Italia è l'unico Paese europeo in grado di applicare protocolli di cura uniformi su tutto il territorio nazionale. Questo significa che a un bambino colpito, per esempio, da leucemia linfoblastica acuta verranno applicati gli stessi criteri diagnostici e terapeutici in un ospedale di Bolzano o di Siracusa (l’Aieop riunisce oltre 50 strutture di oncoematologia pediatrica che adottano gli stessi protocolli). Dai dati a disposizione emerge che la forma di cancro più frequente è la leucemia linfoblastica acuta (rappresenta il 30% di tutti i tumori dei bambini e l'80% delle leucemie), ma i piccoli possono essere colpiti anche da neoplasie del sistema nervoso centrale, dai linfomi, dal neuroblastoma e da altre forme più rare.
News dal mondo scientifico: con la modulazione di una proteina si può ridurre la crescita dei tumori
I ricercatori del San Raffaele di Milano, in collaborazione con IFOM-IEO di Milano e l'Università del Piemonte Orientale "Amedeo Avogadro", hanno scoperto che la modulazione di eIF6, proteina fondamentale per la crescita delle cellule tumorali, determina la riduzione della crescita tumorale. I risultati della ricerca, pubblicati all’inizio dell’estate, sulla rivista scientifica Cancer Cell, potranno contribuire a creare nuovi farmaci per bloccare l'attività di eIF6 e alla riduzione dell'oncogenesi. eIF6 è una proteina molto antica, presente già nei lieviti e conservata evolutivamente fino all'uomo, necessaria per la vita di tutte le cellule, poiché regola due fenomeni: la produzione di ribosomi - cioè gli apparati che sintetizzano le proteine - e il loro uso efficiente. In passato gli scienziati avevano già dimostrato che eIF6 era molto abbondante nei tumori e avevano scoperto che era necessaria per la trasformazione da cellula normale a cellula neoplastica. Per capire se la modulazione della quantità di eIF6 fosse importante nei processi di crescita tumorale e potesse rappresentare un eventuale bersaglio farmacologico, è stata valutata in questo studio la conseguenza della manipolazione di eIF6 in alcuni modelli sperimentali. In particolare è stata studiata una neoplasia del tessuto linfoide, che nell'uomo costituisce la quinta causa di morte per cancro. Gli scienziati hanno prima verificato che i livelli di eIF6 raddoppiavano durante il processo di trasformazione tumorale di cellule precursori dei linfociti B in cellule di linfoma. Poi hanno dimostrato che la riduzione del 50% dei livelli di eIF6 in modelli murini di linfomi, raddoppiava la sopravvivenza degli animali, senza generare effetti negativi collaterali. Ma non si sono fermati qui: hanno cercato di capire quale fosse il meccanismo molecolare attraverso cui l'attivazione di eIF6 potesse influire sul processo di trasformazione cellulare dei linfociti B in cellule tumorali. I ricercatori hanno visto che l'attivazione della proteina eIF6 avviene attraverso la modificazione di una parte specifica di eIF6 conosciuta come Serina 235 che viene modificata attraverso un processo detto fosforilazione, da parte di un enzima detto PKCbeta, che è presente nelle cellule di linfoma. Inibendo la modificazione di Serina 235, viene ridotta l'attività della proteina, con la conseguente inibizione del processo di crescita cellulare e dell'oncogenesi. In conclusione lo studio ha dimostrato che la riduzione dei livelli di proteina eIF6 e della attività di Serina 235 della stessa proteina possono generare una riduzione della oncogenesi e della crescita tumorale. Il prossimo passo sarà cercare composti farmacologici che possano bloccare completamente l'attività di eIF6.
News dal mondo: dall'ecstasy una possibile svolta nella terapia
L'ecstasy modificato potrebbe svolgere un importante ruolo nella lotta ai tumori del sangue. L'ecstasy è da tempo nota per la sua capacità di uccidere alcune cellule tumorali, ma gli scienziati ne hanno ora aumentato l'efficacia di 100 volte. È quanto emerge da uno studio condotto da un team di scienziati inglesi e australiani e appena pubblicato sul New Drugs Journal. Già nel 2006 un gruppo di ricerca dell'Università di Birmingham aveva dimostrato che l'ecstasy e gli antidepressivi come il Prozac presentano il potenziale per fermare i tumori in crescita. Il problema allora emerso stava nel fatto che le dosi necessarie erano eccessivamente alte e quindi letali per i pazienti. Con questo nuovo lavoro, i ricercatori di Birmingham, in collaborazione con l'University of Western Australia, hanno chimicamente re-ingegnerizzato l'ecstasy eliminando alcuni atomi e sostituendoli con altri nuovi. In questo modo si è ottenuta una sostanza 100 volte più efficace. Per rendere l’idea, le proporzioni sono queste: se 100 grammi di ecstasy non modificato erano necessari per ottenere l'effetto desiderato, adesso basta solo un grammo di ecstasy modificato per sortire lo stesso effetto. Gli scienziati ritengono che questo riduca anche l'effetto tossico sul cervello. Secondo quanto affermato da alcuni ricercatori dell'Università di Birmingham, contro il cancro, in particolare contro la leucemia, i linfomi e il mieloma, questi nuovi composti potrebbero arrivare a cancellare il 100 per cento delle cellule tumorali. E spiegano che in certi test sono state eliminate tutte le cellule tumorali. Ma attenzione ai facili ottimismi. Bisogna tuttavia rimanere coi i piedi per terra perché si tratta di test in provetta, il che è molto diverso dai test sui pazienti. Resta che per adesso i risultati sono comunque molto interessanti. Intanto chimici inglesi e australiani stanno cercando di modificare ulteriormente la composizione molecolare dell'ecstasy per renderlo ancora più potente nella lotta contro gli agenti tumorali.
Mandelli (Ail), in 10 anni quelli del sangue saranno curabili all'80%
Massimo entro dieci anni l'80% dei tumori del sangue sarà curabile. Lo pensa Franco Mandelli, oncologo e presidente dell'Ail (Associazione italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma), che ha ribadito questa convinzione-speranza in occasione della presentazione della Giornata nazionale per la lotta contro leucemie, linfomi e mieloma (che si tiene ogni anno a fine giugno). L’auspicio del professore è che i tumori del sangue, che ci saranno sempre, diventino un giorno malattie qualunque, curabili e spesso guaribili come la tonsillite o la polmonite. Secondo l’esperto, di queste malattie non si parla mai abbastanza, soprattutto a coloro che non sono mai entrati in contatto con esse. E soprattutto, occorrono fondi e spenderli bene. Di fronte agli straordinari progressi della ricerca è importante non perdere l'occasione che le nuove terapie offrono ai pazienti. In Italia, le carenze del Servizio sanitario nazionale fanno si che in alcuni casi non venga data ai malati la possibilità di accedere a questi farmaci avanzati.
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