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La mente e il cancro

Lara Bettinzoli, N. 11 novembre 2011

Nel 1402, un medico di nome Lorenzo Sassuoli, scriveva a un suo paziente malato di tumore:
“Lasciatemi dire alcune cose su ciò da cui dovete guardarvi. A me non dispiace se talvolta andate in collera e schiamazzate, purché manteniate alto il vostro fervore e voglia di vivere. Ciò che mi dispiace è che vi rattristiate e prendiate eccessivamente a cuore le cose. Perché questo, come insegna tutta la Fisica, può distruggere il vostro corpo più di qualunque altra causa”.
Nel 1701 l’inglese Gondron introduce il concetto secondo cui uno “stress emozionale intenso” concorre in modo determinante allo sviluppo di una neoplasia “Le emozioni morali producono una innervazione difettosa, e questa perversione della nutrizione a sua volta causa la formazione del tumore”.
Alcuni studi riportati sulla rivista Lancet confermano che l’atteggiamento mentale può influire sensibilmente sul decorso della malattia tumorale (le pazienti stoiche e disperate presentano il più basso indice di sopravvivenza: solo 7 su 42 mentre nei gruppi la cui reazione era stata ispirata allo spirito combattivo o alla negazione totale la sopravvivenza era invece del 45%: più del doppio!).
Sembra confermato il grande legame tra personalità, emozioni e cancro. Ma la mente può avere un ruolo attivo nello sviluppo di patologie? Lo abbiamo chiesto al Prof. Mariano Bizzarri, medico oncologo che lavora presso il Laboratorio di Ricerca sperimentale dell’Istituto di Clinica Chirurgica dell’Università La sapienza di Roma.

Nel suo libro “La mente e il cancro” riporta la più ampia documentazione degli esperimenti scientifici realizzati riguardanti il rapporto mente-cancro. Cosa si evince da questi esperimenti?
L’evidenza scientifica ci ricorda semplicemente come l’essere umano sia un organismo complesso dove diversi livelli di organizzazione interagiscono tra loro, producendo effetti significativi. La mente e il cervello non sono e non possono essere considerati separati dal corpo: e su quest’ultimo possono esercitare azioni biologiche di grande rilevanza. In particolare, in determinate condizioni e per talune patologie, è stato dimostrato come alcuni stati mentali riescano ad attivare processi biochimici e fisiologici che favoriscono la guarigione dalla malattia.

La mente può avere un ruolo attivo nello sviluppo di patologie?
Certamente. È ben noto da tempo immemorabile per alcune di quelle che ricadono nella purtroppo abusata definizione di “patologie psicosomatiche”. Ma un ruolo importante dei processi mentali è altresì parte della patogenesi di altre malattie, tra cui il cancro.

Un trauma, fisico o psicologico, può essere la causa scatenante di un tumore?
L’importanza dei traumi fisici o psicologici come punto di partenza (il termine evento “scatenante” non è appropriato) viene attualmente rivalutato nello studio della etiologia tumorale.

Come agisce lo stress sulla biologia dei tumori?
La letteratura sulle connessioni tra stress negativo (distress) e tumori è estremamente ampia. Nasce con le osservazioni animali anche se tale relazione è stata anche corroborata da alcuni studi sull’uomo. Essenzialmente lo stress agisce deprimendo la funzione immunitaria, ma anche favorendo la cronicizzazione di alcune risposte infiammatorie a livello tissutale che possono promuovere l’evoluzione tumorale o indurre l’innesco di patologie pre-tumorali.

Quali sono le evidenze scientifiche che provano il rapporto mente-cancro?
Gli studi interessano numerosi ambiti: dalla psicologia sperimentale all’epidemiologia, dalla biologia molecolare alla immunologia. In particolare, lo studio delle cosiddette guarigioni “straordinarie” (conseguite in pazienti non sottoposti ad alcuna terapia convenzionale) – studio attivamente perseguito dall’Istituto Sperimentale dell’Università della California – ha documentato come un numero piccolo ma significativo di pazienti (alcune migliaia) vadano ogni anno incontro a guarigione spontanea: è probabile che in tali situazioni eventi emozionali e correlati alla sfera della vita mentale del paziente possano innescare la risposta di quel “guaritore interno” di cui per primo ha parlato il grande neurofisiologo Norman Cousin sin dagli Anni 80.

Una credenza, una fede, un forte convincimento, un fatto mentale possono indurre trasformazioni tali nella mente e nel corpo da attivare potenti difese contro una malattia considerata inguaribile?
Esistono casi ben documentati che attestano proprio questo. Ma è bene evitare facili generalizzazioni per non alimentare l’erronea convinzione veicolata da una moda superficiale per la quale “pensare positivo” possa costituire una sorta di panacea.

Può lo stato mentale influenzare di per sé  la reattività alle malattie?
Questo è un dato sicuramente ben documentato e studiato sperimentalmente. È per esempio certo che lo stato mentale influenzi prepotentemente la reattività del sistema immunitario, quantomeno nei riguardi delle malattie infettive.

Quali sono i meccanismi che vengono attivati?
Sicuramente un ruolo importante è sostenuto dal sistema immune. Ma l’adozione di un dato “stato mentale” implica un rewiring dell’attivazione del sistema ipotalamico-ipofisi-surrenalico e profonde modificazioni del metabolismo a livello di tessuto e di organo.

Quali sono i trattamenti psicologici dai quali si hanno avuto maggiori benefici?
Probabilmente la tecnica che ha dimostrato di avere il più significativo impatto su un ampio spettro di parametri fisiologici (pressione arteriosa, metabolismo, livelli circolanti di lipidi, reattività delle cellule immunitarie etc.) è la meditazione.

Nel suo libro parla del “Guaritore interno”. Di cosa si tratta?
Come ricordavo prima, il termine, coniato da Cousin, fa riferimento ad un insieme di risposte integrate (ormonali, immunologiche, metaboliche), promosse nel contesto di uno stato mentale “diverso” dal consueto (ed attestato dagli studi di elettrofisiologia e di RMN dinamica), capaci di contrastare la malattia.

Quali sono gli “ingredienti “ delle guarigioni straordinarie?
Questo è appunto quanto dobbiamo scoprire!

Quali saranno le linee di indagine prossime e future? Si scoprirà in un prossimo futuro come “addestrare la mente” perché questa stimoli il sistema di difesa nella direzione voluta?
Rispetto allo straordinario sviluppo degli studi di base (systems biology, biologia molecolare ecc.) occorre oggi saper leggere i dati della sperimentazione clinica con occhio diverso e riappropriarsi di molte utili informazioni che il paziente nella sua interezza può offrire alla ricerca scientifica. Rimettiamo al centro dell’indagine del paziente. E cerchiamo di svelale alcuni segreti che stanno dietro a quelle guarigioni inspiegate: è probabile che lì si celi qualcosa di tremendamente importante per tutti noi.

Prof. Mariano Bizzarri
D ocente di Biochimica, Dipartimento di Medicina
Sperimentale, Università La Sapienza. Direttore del Cancer System
Biology Lab  (www.sbglab.org/sbglab).
Membro del Consiglio Scientifico
dell'Agenzia Spaziale Italiana.

La mente e il cancro di Mariano Bizzarri
Edito da Frontiera, 1999, Pagine 240
Il nostro modo di vivere certi eventi, assegnando loro un significato positivo o negativo, è determinante per la difesa della salute: nell'organismo s’innesca una cascata di reazioni che influenzano in un senso o nell'altro la facoltà di reazione alle malattie, anche tumorali. Il libro ripercorre con rigore la storia del rapporto mente-cancro, riunendo la più ampia documentazione degli esperimenti scientifici. Riferisce i faticosi passi in avanti compiuti e le linee di indagine future o futuribili, concludendo con la tesi che solo un rapporto integrato, che coinvolga corpo, mente e spirito del paziente affiancando le terapie di sostegno psicologico ai trattamenti farmacologici-chirurgici, può offrire la soluzione al male del secolo.

Lo studio Ader
In un esperimento Robert Ader, dopo aver somministrato acqua dolcificata con saccarina, iniettò a dei conigli da esperimento una dose di ciclofosfammide, un potente immunosoppressore. Gli animali accusarono nausea per il cibo e presentarono, come era lecito attendersi, una significativa riduzione nei livelli di leucociti circolanti. A distanza di alcune settimane l'autore somministrò di nuovo ai conigli l'acqua dolcificata, ma senza farla seguire dalla ciclofosfammide. Cionostante gli animali presentarono lo stesso una marcata deplezione dei leucociti circolanti e, a distanza di tempo, un’accentuata predisposizione a contrarre infezioni e una minore suscettibilità ad ammalarsi di affezioni autoimmuni. Ader predispose immediatamente una verifica come controprova e ripetè l'identico esperimento su animali affetti da Lupus sistemico, una ben nota malattia autoimmunitaria; come conseguenza dell’immunosoppressione indotta, gli animali presentarono una riduzione significativa di numerosi parametri legati all'infiammazione e mostrarono di vivere più a lungo dei controlli non sottoposti all'esperimento. Lo studio di Ader, che documenta come un apprendimento associativo possa influenzare direttamente e sensibilmente la reattività di un apparato organico, dimostrò per la prima volta l'esistenza di una connessione diretta tra sistema nervoso centrale (SNC) e sistema immunitario (SI), capace il primo di influenzare l'altro. I risultati di quella ricerca non destano più, oggi, la sorpresa che suscitarono allora, consapevoli, come siamo, delle numerose e complesse interconnessioni che esistono tra SNC e SI: il SNC innerva gli organi linfoidi e da questi riceve efferenze; il SNC partecipa inoltre alla regolazione ed alla modulazione delle funzioni immune sia indirettamente, tramite il controllo che esplica sui fattori endocrini (particolarmente quelli di origine ipofisaria), sia direttamente, per tramite dei propri neuromodulatori (melatonina, acetilcolina, serotonina, noradrenalina ecc.) che interagiscono sia a livello di organo linfatico sia sui singoli effettori (linfociti, monociti ecc.) provvisti di specifici recettori. A loro volta le cellule specializzate del SI concorrono – tramite la secrezione di citochine - a modulare retroattivamente la funzionalità del SNC.

Caso dell’amabile signor Wright
Nel suo libro la “Mente e il cancro” il Prof. Mariano Bizzarri racconta l’esempio più classico di placebo meglio documentato e convincente della letteratura e cioè quello molto noto come il “Caso dell’amabile signor Wright”; documentato dallo psicoimmunologo Bruno Kopfler, nel 1952, costituisce una testimonianza esemplare di “guarigione inspiegabile”. Il signor Wright era affetto da linfoma, una neoplasia maligna che interessa i linfociti T, cellule specializzate del sistema immunitario e che tende a localizzarsi a livello delle stazioni linfonodali dando luogo a sviluppo di masse spesso imponenti.
Dopo avere sperimentato con risultati scarsi o nulli le terapie convenzionali, i medici si erano resi conto che al paziente restava ben poco da vivere. Le masse a livello dei linfonodi superficiali avevano raggiunto le dimensioni di un’arancia, le metastasi avevano attaccato numerosi organi vitali, in particolare il polmone. Le cure dei sanitari si limitavano ormai al minimo, in attesa della inevitabile fine. Ma il signor Wright di morire non aveva affatto voglia. Aveva letto di un nuovo farmaco sperimentale, il Krebiozen, ed era fermamente intenzionato a provarlo. Il Krebiozen risultò ben presto privo di qualsiasi efficacia, ma nel frattempo si era diffusa la voce che potesse assicurare guarigioni miracolose. Wright tanto fece che riuscì a convincere il medico di reparto a includere il suo nome nella lista degli ammalati sottoposti a sperimentazione con il nuovo preparato. Il sanitario gli iniettò il farmaco un venerdì sera e se ne andò a casa. Di ritorno il lunedì mattina, si aspettava di trovare il paziente già morto, date le precarie condizioni in cui lo aveva lasciato. Quale non fu la sorpresa nel vederlo a spasso nel corridoio conversando amabilmente con infermieri e portantini. Le masse superficiali si erano ridotte del cinquanta per cento e la respirazione non era più affannosa. Dopo 10 giorni dalla prima somministrazione del preparato “miracoloso” il paziente non presentava più alcun segno visibile di malattia e poté essere dimesso con la diagnosi di “remissione completa”. Il placebo aveva funzionato! Purtroppo di lì a poco cominciarono a comparire sulla stampa i servizi sull’inefficacia del Krebiozen e Wright fu tra i primi a leggerli. Dopo due mesi si ripresentò in ospedale con i classici segni della ricaduta. Il medico pensò di sfruttare a quel punto l’effetto placebo, convinto com’era che nel caso della spettacolare remissione fosse in gioco un qualche fattore che avesse poca attinenza con la biochimica e molta invece con la testa del paziente (la fede nel farmaco). Informò quindi il signor Wright che sarebbe stato sottoposto a una nuova sperimentazione con un nuovo derivato del Krebiozen, rinforzato e più potente. Il signor Wright acconsentì. 
Dopo avere messo in atto un elaborato cerimoniale,  facendo aspettare il paziente per lunghi giorni in ansiosa attesa, il medico gli somministrò un sostituto inattivo del Krebiozen, cioè un placebo. Entro pochi giorni dall’iniezione le masse linfonodali cominciarono a regredire e il versamento pleurico a scomparire. Wright era stato restituito di nuovo alla vita. Lasciò l’ospedale e per i mesi successivi godette di ottima salute. Questa nuova tregua si interruppe drammaticamente quando l’American Cancer Association diede l’annuncio ufficiale: il Krebiozen era del tutto privo di efficacia nel trattamento del cancro. A distanza di pochissimi giorni dalla lettura di quel comunicato il signor Wright ricomparve in ospedale con il corpo disseminato di tumefazioni. Come ebbe a dire il medico curante “la sua fede era perduta, l’ultima speranza svanita”. Il paziente morì due giorni dopo
Di fatto la fede e la speranza, due parole chiave nella biologia delle guarigioni straordinarie e inspiegabili, crollarono all’annuncio dell’American Cancer Association e il signor Wright non aveva più trovato nulla, né fuori, né dentro di sé cui aggrapparsi. Quel suo stato mentale, così speciale, che lo aveva portato ad attivare, non si sa bene quali energie e quali segrete risorse, era stato innescato e mantenuto in attività da una suggestione effimera (la fede nel farmaco!) ed era perciò destinato a dissolversi con il dissolversi della suggestione stessa. Tuttavia l’esempio  molto noto è indicativo di come una credenza, una fede, un forte convincimento, un fatto mentale, induca trasformazioni tali nella mente e nel corpo da attivare potenti ed efficaci difese contro una malattia considerata inguaribile.

Personalità e incidenza cancro
Numerosi studi, sia retrospettivi che prospettici, spiega il Prof. Bizzarri,  hanno sottolineato l’esistenza di una connessione significativa tra l’esistenza di determinati tratti di personalità, depressione e maggiore incidenza di cancro. Per altro verso, l’atteggiamento mentale assunto nei confronti della propria malattia neoplastica, influenza in modo considerevole l’evoluzione della malattia di base. In uno studio, i differenti stili di coping adottati dalle pazienti affette da carcinoma del seno condizionavano in modo significativo la probabilità di sopravvivenza: a fronte di un tasso di guarigione dell’85% a 13 anni nel gruppo di malate definite come “combattive”, il gruppo di pazienti caratterizzate da un atteggiamento di sfiducia e di depressione presentava un tasso di “lungoviventi” non superiore al 20%. Parimenti due studi randomizzati su tre hanno verificato l’utilità di un trattamento di sostegno psicoterapeutico nel migliorare non solo la qualità di vita dei pazienti neoplastici, ma altresì nel prolungarne significativamente la durata.

Suggestione con l’effetto placebo
La pietra miliare nell’indagine scientifica dell’effetto placebo è sicuramente quella riportata dalla rivista The Lancet (D.Levine et al. 2-23,654,1978): per la prima volta gli effetti sorprendenti del placebo sono stati ricollegati ad uno specifico assetto dei neurotrasmettitori cerebrali, le molecole deputate alla trasmissione delle informazioni dentro e fuori il cervello. In quello studio venivano presi in considerazione due gruppi di pazienti affetti da forte mal di denti.
Al primo gruppo fu somministrato un placebo e, come atteso, si verificò una riduzione significativa del dolore. Anche il secondo gruppo ricevette il placebo, ma mischiato al naxolone, un antagonista recettoriale delle endorfine, cioè in grado di bloccare la liberazione di endorfine, che sono neurotrasmettitori deputati in particolar modo a innalzare la soglia del dolore e indurre quindi uno stato di analgesia (assenza del dolore). In questo gruppo di malati l’effetto placebo risultò sorprendentemente ridotto a dimostrazione di come il placebo agisse, almeno in parte attraverso la liberazione di endorfine. La contemporanea somministrazione di un antagonista specifico, il naxolone, ne aveva bloccato la liberazione.

Nella storia….
Fin dai tempi remoti l'uomo ha sempre correlato la malattia ad un determinato atteggiamento della persona. Galeno (II sec. d.C.) aveva suggerito come le "donne malinconiche" fossero maggiormente esposte a rischio di sviluppare un carcinoma alla mammella. Un medico del 1400, Lorenzo Sassuoli, invitava a non rattristarsi e a non prendere eccessivamente "a cuore" le cose, perché "questo può distruggere il vostro corpo più di qualsiasialtra causa". Nel 1701 l'inglese Gendron introdusse il concetto secondo cui "uno stress emozionale intenso" concorre in modo determinante allo sviluppo di una neoplasia. Nel XX secolo i ricercatori orientano sempre più i loro studi verso gli eventi traumatici (morte di un congiunto, stress…) la cui frequenza ed intensità sembrano contraddistinguere nettamente il passato dei pazienti affetti da cancro rispetto ad altri ammalati.

La mente condiziona il nostro corpo?
L’esistenza di regressioni spontanee è ampiamente documentata nella letteratura medica e oggi si ritiene che essa sia mediata da meccanismi di carattere immunitario. Deve ovviamente esistere una qualche capacità “cerebrale”, un particolare stato mentale in grado di influenzare il funzionamento di quel complesso e prodigioso apparato risanatore rappresentato dal sistema immunitario e di indirizzarlo verso la guarigione.
Sir James Paget, uno dei padri della chirurgia, scriveva così nel suo Surgical Pathology: “Sono così frequenti i casi in cui profonda ansietà, sfiducia e smarrimento sono prontamente seguiti dalla crescita e dall’incremento di un cancro, che possiamo difficilmente dubitare che la depressione mentale concorra in modo pesante, con altre influenze, nel favorire lo sviluppo di una costituzione predisposta al cancro”. Herbert Snow, che lavorava al London Cancer Hospital, fu così impressionato dalle osservazioni di Paget da cimentarsi in un’approfondita ricerca epidemiologica: in una serie di 250 pazienti egli fu in grado di individuare, in 156, la perdita di una relazione affettiva importante nei mesi/anni immediatamente precedenti la comparsa della malattia; in 33, la presenza di uno stato di depressione cronica e, in 42, eventi traumatici sul piano fisico con evidenti ripercussioni sul benessere psicofisico. Solo in 19 pazienti non trovò alcun antecedente psicologico. Lo studio di Snow costituisce una pietra miliare nell’ambito delle ricerche inerenti la relazione tra mente e cancro. La perdita di una relazione affettiva, in particolare quella del coniuge, è ritenuta un evento traumatico di grande importanza e un fattore di rischio per l’insorgenza e/o la progressione di un tumore. In uno studio che rimane fondamentale nella ricerca psicosomatica, L. LeShan ha sottoposto più di 200 pazienti oncologici a ripetute analisi psicologiche che, nella maggior parte dei casi, documentano l’esistenza di relazioni affettive particolarmente strette verso cui i malati avevano fatto confluire tutte le loro energie e aspettative; la perdita di una tale relazione avrebbe provocato la rottura di un equilibrio psicologico precario, precedendo dai 6 ai 12 mesi l’insorgenza della neoplasia infantile/adolescenziale carenze e/o perdite affettive da cui sono “ affrancati” ricostruendo, a fatica, un nuovo equilibrio psico-affettivo, hanno quindi sperimentato, nella vita adulta, la perdita della relazione affettiva di riferimento (scomparsa del coniuge, del genitore, dell’amico del cuore). Il secondo evento stressante distrugge, in questi casi, i meccanismi di “compenso” e di “adattamento” realizzati e si associa a un rischio maggiore di cancro negli anni immediatamente seguenti la perdita.
Lo studio di Schleifer portava la prima chiara dimostrazione di come la perdita di una relazione affettiva importante, vissuta con intensa e straziante partecipazione emotiva, induceva nel coniuge sopravvissuto una consistente inibizione di importanti aspetti della funzione immunitaria. Nel 1817 Cutter sottolineava come la depressione è troppo spesso presente nei malati di cancro per non essere evidenziata. Non c’è nulla più delle preoccupazioni e della disperazione che possa influenzare il modo in cui gli individui si ammalino.

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