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Una cellula “doppiogiochista” tradisce il tumore della prostata

Vera Lanza, N. 12 dicembre 2011

Allergia e tumore della prostata sono accomunati da una stessa cellula “traditrice”, il mastocita, questa è una cellula di forma tondeggiante, ovoidale o fusata, presente nel tessuto connettivo, che tende a concentrarsi in particolar modo lungo i vasi sanguigni. Sono stati i ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano a dimostrare che la stessa cellula, protagonista delle reazioni allergiche, favorisce anche la crescita del tumore della prostata ma al tempo stesso gli impedisce di assumere la forma più aggressiva, quella neuroendocrina. E ciò che è interessante è che un solo farmaco, tra l’altro già noto, potrebbe combattere entrambi gli effetti negativi.  Lo studio si è aggiudicato un servizio nonché la copertina del numero di settembre della rivista scientifica internazionale Cancer Research, edita dall’American Association for Cancer Research. Gli esperti hanno dimostrato che il mastocita, la cellula, che normalmente ha il compito di scatenare le reazioni allergiche, in una fase precoce aiuta il tumore a crescere ma contemporaneamente gli rende più difficile assumere la forma più aggressiva, quella del tumore neuroendocrino. I ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori a questo punto, ipotizzano, sulla base di questi risultati, un’inaspettata terapia per il tumore della prostata: utilizzare un farmaco molecolare già largamente impiegato nella cura delle leucemie e dei tumori stromali gastrointestinali, imatinib, per attaccare sia i mastociti sia le cellule tumorali, proteggendo così l’organismo sia dalla crescita del tumore sia dall’insorgenza della forma neuroendocrina. Ma veniamo ai dettagli dello studio firmato dai ricercatori italiani. I mastociti all’interno del nostro sistema immunitario hanno il compito, attivati da particolari anticorpi, le immunoglobuline E, di reagire agli allergeni. Tuttavia, i ricercatori dell’Istituto Nazionale dei Tumori hanno scoperto che queste cellule non eseguono esclusivamente gli ordini delle immunoglobuline E ma anche quelli delle cellule del tumore della prostata. Infatti, nelle sue prime fasi di sviluppo, il tumore non è in grado da solo di “farsi spazio” nei tessuti del corpo per crescere. Questa funzione è delegata ai mastociti, i quali producono una proteina, la MMP9, capace di “digerire” collagene e tessuti circostanti al tumore, facendo così spazio alla sua crescita e allo sviluppo dei vasi sanguigni che serviranno per alimentarlo. Una volta sviluppato, invece, il tumore acquisisce la capacità di produrre la proteina MMP9 autonomamente e quindi non ha più bisogno dei mastociti. Gli autori della ricerca, Paola Pittoni e collaboratori sotto la guida di Mario Colombo, hanno quindi studiato se eliminando i mastociti fosse possibile inibire l’insorgenza del tumore prostatico nella sua forma più comune, l’adenocarcinoma. Sorprendentemente hanno però scoperto che senza i mastociti si sviluppano dalle cellule staminali prostatiche un numero maggiore di tumori di tipo neuroendocrino, che ne è una delle forme più aggressive. Non è ancora noto il meccanismo con cui i mastociti contrastino l’insorgenza di questi tumori. L’ipotesi più accreditata è che sia i mastociti sia le cellule tumorali per crescere abbiano bisogno dello stesso fattore di crescita, un ormone in grado, come un “fertilizzante”, di stimolarne la replicazione. In questa competizione i mastociti avrebbero il sopravvento, privando di conseguenza le cellule del tumore neuroendocrino della prostata della “benzina” necessaria per crescere. “Una delle prospettive più interessanti della nostra scoperta – spiega Mario Colombo, responsabile dell’Unità di Immunologia Molecolare dell’Istituto Nazionale dei Tumori e coordinatore dello studio – è che sia i mastociti sia le cellule del tumore della prostata di tipo neuroendocrino possono essere distrutte con un farmaco molecolare già molto usato nella cura di alcune forme di leucemia e dei tumori stromali gastrointestinali, imatinib. Questa terapia ci permetterebbe di colpire con un unico farmaco il tumore nelle sue fasi iniziali di crescita, sia indirettamente tagliando i rifornimenti forniti dai mastociti alle cellule di adenocarcinoma sia direttamente bersagliando le cellule di tipo neuroendocrino”. “E’ importante precisare – sottolinea Colombo - che si tratta ancora di un lavoro svolto in laboratorio e che quindi prima di arrivare all’uso terapeutico saranno necessari una sperimentazione clinica e almeno cinque anni”. La ricerca si colloca all’interno del più ampio ambito dello studio dell’immunologia al servizio della lotta ai tumori, cioè di tutte quelle terapie, da anticorpi monoclonali, a vaccini antitumorali, a terapia cellulare, che sfruttano la conoscenza del sistema immunitario per insegnargli ad attaccare le cellule tumorali.

I mastociti
Si tratta di una tipologia di cellule molto diffuse nel tessuto connettivo. Quando particolari anticorpi del nostro organismo, le immunoglobuline E, si trovano di fronte alle sostanze a cui una persona è allergica le riconoscono come “nemici” e ordinano ai mastociti di “fare fuoco”, scatenando contro di loro le sostanze tipiche della reazione allergica. Tra queste la più nota è l’istamina, responsabile di sintomi come il prurito o la costrizione dei bronchi, cioè la mancanza di respiro caratteristica
dell’asma.

Il tumore della prostata
Secondo i dati dell’Associazione Italiani Registri Tumori, il tumore della prostata è la neoplasia più frequente nel sesso maschile dopo i tumori non melanomatosi della cute, con il 14,4% del totale delle diagnosi tumorali. Rappresenta la seconda causa dei decessi neoplastici con l’8,1% del totale. Le stime per l’Italia indicano un totale di oltre 23.500 nuovi casi diagnosticati ogni anno, mentre per quanto riguarda la mortalità si verificano oltre 7.100 decessi per tumore della prostata. Il rischio di avere una diagnosi di tumore della prostata nel corso della vita (fra 0 e 74 anni) è di 62,0‰ (1 caso ogni 16 uomini) mentre il rischio di morire è di 8,2‰..Lo studio è stato reso possibile da finanziamenti della Fondazione Italo Monzino, del Ministero della Salute italiano e dell’Associazione Italiana Ricerca sul Cancro (AIRC).

In crescita la diagnosi negli anziani, ma aumenta la sopravvivenza
In futuro, possiamo aspettarci un aumento significativo del numero di anziani con diagnosi di cancro o che hanno una storia di cancro alle spalle. Questa convinzione, diffusa presso il National Cancer Institute (NCI) si basa anche su quanto emerso dal ‘Rapporto Rowland’ (dal nome di una ricercatrice americana) che fa parte del focus pubblicato nel numero di ottobre di Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, una rivista della American Association for Cancer Research. Come osservano gli studiosi il cancro e' in gran parte una malattia dell'invecchiamento, in un certo senso stiamo ora assistendo a un nuovo effetto della generazione del baby boom e dobbiamo prepararci a contrastarlo. Nel realizzare il rapporto, Rowland e il suo team hanno analizzato i dati del NCI in modo da monitorare su base annua le statistiche relative alle speranze di sopravvivenza dei pazienti tumorali. Questi studi hanno evidenziato che dal 1971, l'anno in cui e' stato varato il National Cancer Act, la popolazione superstite e' stata di circa 3 milioni, aumentando di quasi 12 milioni nel 2008. Nel 2008, il 60 per cento dei sopravvissuti al cancro aveva in media 65 anni. Secondo le previsioni del NSC questo tasso salirà al 63 per cento entro il 2020. Le diagnosi più comuni tra i sopravvissuti al cancro include il cancro al seno femminile (22 per cento), il cancro della prostata (20 per cento) e il cancro del colon-retto (9 per cento). I ricercatori attribuiscono questi alti tassi di sopravvivenza a screening più efficaci. Il cancro al polmone, che è di gran lunga il tumore più diagnosticato in uomini e donne, è molto più bassa nella popolazione sopravvissuta (3 per cento). Rowland ha detto che il mondo della sanità deve prepararsi per la prossima ondata di sopravvissuti al cancro, che presenterà alcune sfide uniche. La prima cosa da tener presente, per esempio, è che il numero di oncologi e di specialisti geriatri è in diminuzione, mentre il loro bisogno è in aumento. La convinzione è che grazie alle nuove tecnologie, più efficaci sia in fase di screening sia in fase terapeutica, potremmo essere fortunati e assistere all'invecchiamento di una popolazione più sana di quelle precedenti.

Bassi livelli di vitamina D nella maggior parte dei malati
Circa il 75 per cento dei malati di cancro mostra livelli insufficienti di vitamina D e quelli con i livelli più bassi soffrono della malattia nello stadio più avanzato. Thomas Churilla, del Commonwealth Medical College di Scranton, in Pennsylvania, ha condotto lo studio che ha coinvolto 160 pazienti con un'età media di 64 anni, metà donne e metà uomini. I cinque tumori diagnosticati maggiormente nel gruppo considerato erano della mammella, della prostata, del polmone, della tiroide e tumori del colon-retto. Lo studio ha rilevato che il 77 per cento dei pazienti aveva concentrazioni di vitamina D molto basse, meno di 20 nanogrammi per millilitro, o inferiori comunque a quelle ottimali, quindi fra i 20 e i 30 ng / mL. Il valore medio riportato era di circa 23,5 ng / mL, ma a prescindere dall'età o dal sesso del paziente, i livelli di vitamina D si presentavano sempre sotto la media prevista per quei pazienti che erano in uno stadio avanzato della malattia. Per i pazienti che risultavano avere poca vitamina D è stata avviata una terapia sostitutiva, che ha aumentato i livelli di una media di 14,9 ng / ml. I benefici della vitamina D, oltre al miglioramento della salute delle ossa, sono tuttora piuttosto misteriosi e controversi. Ci sono diversi studi, tuttavia, che inducono a pensare che la vitamina D abbia un ruolo sia nella prevenzione che nella previsione della comparsa del cancro. I risultati della ricerca sono stati presentati durante il 53mo meeting annuale della American Society for Radiation Oncology che si è tenuto a Miami. (AGI)

Tornare a una normale sessualità dopo l’ intervento alla prostata
Basta viaggi della speranza verso il nord del paese per avere cure migliori. Almeno questo è quanto continuano a ripetere gli specialisti, assicurando che oggi, è possibile curarsi nella propria città o regione grazie alla presenza di reparti di eccellenza di molti ospedali del Mezzogiorno. Se fino a qualche anno fa, in Campania e al Sud Italia, per curare una malattia si pensava a viaggi verso grandi centri del nord Italia, adesso ci sono alcune ‘eccellenze’ anche al sud. Tra queste l'unità di urologia dell'ospedale Cardarelli di Napoli diretta dal professor Alberto Masala, all'avanguardia nel trattamento dell'impotenza con l'impianto di protesi di nuova generazione che consentono ai pazienti un ritorno a una normale sessualità dopo l'intervento alla prostata per tumore. Secondo recenti dati, dopo il cancro è crisi di coppia per circa 3 milioni di italiani che a seguito dell'asportazione radicale della prostata (prostatectomia) vogliono tornare ad amare e non si rassegnano all'impotenza. Ora gli ultimi progressi terapeutici indicano, quando i farmaci stimolatori dell'erezione sono inefficaci, le protesi ‘peniene’ come valida soluzione per il ritorno all'amore. L'asportazione chirurgica completa della prostata è l'unico intervento chirurgico in grado di curare e guarire il tumore. Ma nonostante le attuali tecniche laparoscopiche e robotiche e la nerve sparing che 'risparmia' i nervi dell'erezione, causa impotenza in oltre il 70% dei pazienti operati. Questa conseguenza si verifica perchè i nervi dell'erezione possono essere danneggiati durante l'intervento chirurgico. Le protesi peniene idrauliche di ultima generazione consentono un'erezione simile a quella fisiologica e prevedono l'inserimento all'interno dei cilindri naturali del pene, i corpi cavernosi, di due cilindri artificiali collegati ad una pompa di controllo, a livello dello scroto, e ad un serbatoio contenente del liquido. L'uomo può così ottenere un’erezione quando vuole con la stessa sensibilità e capacità di orgasmo presenti prima dell'intervento premendo un attivatore a pressione posto sotto la cute, tra i due testicoli. Un altro spiacevole effetto collaterale dell'asportazione della prostata e' la riduzione delle dimensioni del pene che si accorcia a 15 giorni dall'intervento di 1 cm e mezzo fino superare in alcuni casi i 2 cm dopo un anno. Questo problema e' stato superato grazie alle ultime protesi AMS 700 che, rispetto a quelle del passato in grado solo di ingrossare il pene, consentono oggi una perfetta erezione con un ingrossamento e allungamento del pene garantendo all'uomo il ritorno alla sua normale vita sessuale. Sebbene la protesi risolva definitivamente l'impotenza post prostatectomia molti uomini non ne conoscono l'esistenza perchè spesso non vengono informati dai medici. Stessa mancanza di informazione anche per i 400.000 italiani affetti da grave impotenza non legata a interventi alla prostata e che non risponde ai farmaci. Gli interventi di chirurgia protesica lo scorso anno sono stati 1.200: solo lo 0.4% degli italiani con gravi problemi erettili ha ricevuto un trattamento risolutivo, nonostante molti studi scientifici dimostrano l'efficacia delle protesi con un elevato grado di soddisfazione per il paziente e per la partner. E proprio per favorire la diffusione delle tecniche chirurgiche per l'impianto delle protesi peniene che l'urologia del Cardarelli organizza alcune giornate, nell’arco dell’anno, di alta chirurgia protesica dove vengono effettuati alcuni interventi chirurgici. Il reparto di urologia dell'Ospedale Cardarelli di Napoli effettua circa 500 visite andrologiche e 2500 interventi di chirurgia urologica l'anno di cui circa 300 di chirurgia andrologica tra questi. Grazie a un budget particolare messo a disposizione dai vertici aziendali vengono effettuati almeno 15 impianti protesici idraulici senza alcuna costo economico per il paziente. Un dato molto importante se si considera che in Italia alcuni ospedali hanno problemi ad acquistare le protesi proprio per via dei loro budget e spesso il paziente è costretto a ricorrere presso strutture private a suo totale carico economico.

La ricerca: successo dei test radiazioni alpha contro il cancro alla prostata
Un team di ricercatori britannici ha sviluppato una nuovo trattamento apparentemente estremamente efficace contro il cancro alla prostata utilizzando' radiazioni alpha'. Le radiazioni sono usate da tempo immemore contro i tumori ma non le particelle alpha. I test su 922 volontari si sono rivelati un tale successo che gli onocolgi del Royal Marsden Hospital di Londra hanno deciso di interromperli e di offrire immediatamente la cura anche a quanti ricevevano un placebo per verificare l'attendibilita' del metodo.
La scoperta è stata giudicata "un passo avanti significativo", dal capo della ricerca, il dott. Chris Parker, ma anche "una scoperta molto rilevante e promettente", dalla fondazione Cancer Research UK, la più importante del settore. Le radiazioni vengono usate da più di un secolo, per combattere il cancro, poiché danneggiano il codice genetico all'interno delle cellule cancerose. Finora, però, non erano state mai usate le radiazioni Alfa, che sono le più grandi, ma anche le meno pervasive tra tutte le varie radiazioni sperimentate, e in particolare quelle di tipo Beta. Il dott. Parker ha detto che, per uccidere una cellula cancerogena, bastano uno, due, massimo tre "colpi" di radiazioni, mentre con le particelle Beta ce ne vogliono migliaia. Inoltre, le particelle Alfa danneggiano meno i tessuti circostanti, dal momento che hanno un raggio d'azione molto limitato, dell'ordine di pochi milionesimi di metro. L'esperimento londinese è stato fatto su pazienti con cancro alla prostata allo stadio avanzato, una condizione per la quale finora non si conoscevano cure di una qualche efficacia sulla sopravvivenza. Il gruppo di pazienti che ha ricevuto le particelle Alfa, invece, ha fatto registrare un tasso di mortalità inferiore del 30 per cento, rispetto all'altro gruppo, ed una sopravvivenza di 14 mesi, anziché 11.

L’alimentazione come prevenzione
La prevenzione non significa solo fare attenzione ad alcuni sintomi. Questa, inizia dall'alimentazione. Il consiglio a chi soffre di prostata, è di mangiare con moderazione il peperoncino, gli insaccati e le aragoste e limitarsi con birra, spezie, pepe, superalcolici e caffè. Nella dieta sono da preferire i cibi antiossidanti e ricchi di fibre, per esempio le carote, gli spinaci e i pomodori. È importante anche fare un po' di movimento ogni giorno e avere un’attività sessuale regolare.
Il check-up: l’importanza dei controlli periodici   
Esami del sangue per tenere sotto controllo glicemia e colesterolo, analisi delle urine e delle feci e misurazione puntuale della pressione arteriosa. Questi sono controlli non specialistici che, se ripetuti periodicamente, consentono la prevenzione di alcune malattie e aiutano a migliorare il proprio stile di vita. Il cosiddetto check-up, con gli esami di routine, non previene infarti o forme tumorali, ma aiuta i pazienti a prendersi cura di sé stessi, e a fare il punto della situazione con il medico di fiducia.

Premio per under 40
Per la prima volta, in occasione dell'84° Congresso nazionale, la Società Italiana di Urologia ha deciso di istituire un prestigioso premio, il Matula Italian Award, destinato ad un giovane e promettente Urologo under 40.

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