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Il Congresso SIGO
Cristina Mazzantini, N. 12 dicembre 2011
A Palermo in occasione dell’87 Congresso nazionale dei ginecologi, presenti oltre 2000 esperti, sono state affrontate diverse tematiche tra cui quella di vaccinare anche gli uomini contro il virus HPV.
Infatti, come è sostenuto da diverse ricerche scientifiche, il virus HPV non fa distinzione fra i sessi, ama i giovani e può pregiudicarne la fertilità: in particolare quella dei maschi, che oggi però hanno a disposizione un’arma in più per difendersi. Il vaccino quadrivalente, finora raccomandato alle sole ragazze, si è dimostrato efficace anche nell’uomo tanto che la Commissione Europea ne ha approvato l’utilizzo fino a 26 anni d’età. «Finalmente si avranno pari opportunità nella prevenzione» ha affermato il professor. Antonino Perino, Direttore della Clinica Ostetrica e Ginecologica dell’Università di Palermo e presidente del Congresso. «Implementare la vaccinazione è una misura necessaria e il ginecologo può avere un’importanza chiave perché ricopre un ruolo di riferimento per la salute ed il benessere della donna e della coppia. L’obiettivo è raggiungere una copertura del 95 per cento entro il 2013. Oggi siamo a una media del 65 per cento: manca un 30 per cento che può fare la differenza nella protezione dei nostri giovani. Su questo lavoriamo fianco a fianco con gli igienisti». Per quanto riguarda la prevenzione, il Lazio si attesta appena sotto la media italiana: È vaccinato il 62,8 per cento delle under 14. Le cinque regioni più virtuose sono invece Basilicata (80,7 per cento), Puglia (80,1%), Toscana (79,5 per cento), Umbria (75,5 per cento) e Veneto (75,1 per cento)». Oltre ai risultati nei maschi che mostrano un’efficacia superiore al 90 per cento nella prevenzione delle lesioni genitali esterne, nuovi dati confermano la validità della vaccinazione HPV non solo nelle preadolescenti, ma anche nelle adulte. Protegge inoltre nel 100 per cento dei casi dalla reinfezione e può ridurre di oltre la metà le recidive in donne precedentemente sottoposte a conizzazione. «Sono evidenze che vanno al di là della campagna di offerta attiva e gratuita rivolta agli adolescenti» ha aggiunto il professor Nicola Surico, presidente SIGO. «Siamo abituati a collegare l’HPV al cancro della cervice uterina, ma questa neoplasia è solo una di quelle causate dall’HPV che può provocare anche cancro dell’ano, della vulva, della vagina, dell’oro-faringe e che causa inoltre condilomi, la cui incidenza è in aumento esponenziale. Estremamente fastidiosi, si manifestano con dolore, bruciore, prurito, sanguinamento, possono provocare forte stress e conseguenze psicologiche negative personali e nel rapporto col partner. Fortunatamente la maggior parte delle infezioni da HPV è transitoria, perché il virus. È eliminato dal sistema immunitario, ma spesso è asintomatico e può quindi continuare a creare danni indisturbato». Potrebbero essere molto significative anche le ripercussioni sulla fertilità: uno studio tutto italiano, coordinato dal professor Perino, ha dimostrato per la prima volta che quando il liquido seminale è positivo all’infezione, la capacità riproduttiva è a rischio. «Le conseguenze si fanno sentire sia sulla qualità e la motilità del liquido seminale che sull'embrione» ha spiegato Perino. Nella nostra ricerca abbiamo osservato 200 coppie che si erano sottoposte a fecondazione assistita: gli insuccessi erano correlati con l'età del maschio e con la positività per HPV nello sperma. L’HPV potrebbe arrivare all'embrione tramite lo spermatozoo. Ecco perché la vaccinazione è un’arma così importante, anche per l’uomo».
I progressi ottenuti in campo clinico/epidemiologico mostrano in maniera sempre più evidente come l’HPV non possa essere considerato unicamente un nemico delle donne, ma anche degli uomini. «È il momento di giocare un ruolo attivo nella prevenzione dell'HPV» ha dichiarato Perino, «grazie agli strumenti oggi disponibili di prevenzione secondaria e primaria, attraverso il vaccino. Come già avvenuto per il Pap Test che viene proposto ormai in maniera automatica alla paziente, è auspicabile che la stessa cosa avvenga per la vaccinazione HPV, in modo da salvaguardare la salute e la qualità della vita riproduttiva». Il Ministero della Salute ha avviato dal 2007 una campagna di immunizzazione gratuita per le ragazze nel dodicesimo anno di vita . Alcune regioni l’hanno estesa ad altre fasce d’età, come la Basilicata che la prevede anche per quelle di 15, 18 e 25 anni. «Si tratta di una delle realtà più virtuose d’Italia e una delle poche ad aver messo in campo l'offerta attiva a più coorti di nascita» hanno commentano i presidenti del Congresso, professor Luigi Alio, Direttore U.O. Ginecologia ed Ostetricia del Civico di Palermo e professor Massimo Petronio, Direttore del Dipartimento salute della Donna e del Bambino dell’ Azienda Sanitaria Territoriale 6 di Palermo «qui la copertura vaccinale è pari a oltre l’80 per cento. Ma la situazione varia enormemente sul territorio e persino tra ASL della stessa Regione».
Un altro argomento, che ha suscitato un grande interesse degli esperti riuniti a Palermo, è stato quello della procreazione medicalmente assistita dopo terapie chirurgiche e farmacologiche per tumori. A proporre la tematica è stata la dottoressa Elleonora Porcu, responsabile del Centro di cura della steriltà all’ospedale Sant’Orsola-Malpighi di Bologna che ha riportato il caso di una donna, Alberta, ora di 37 anni, che vive in provincia di Bologna e che alla fine del 2008 scoprì di essere malata di tumore al seno. Il suo oncologo le consigliò – proprio in vista di una possibile gravidanza – di rivolgersi al Centro del Sant’Orsola, coordinato da Stefano Venturoli, che vanta un’esperienza forse unica al mondo in tema di congelamento degli ovociti. Una tecnica che, avviata in Australia negli anni Ottanta, era stata però lasciata in disparte in favore del congelamento degli embrioni. Proprio il Centro di Bologna, sin dagli anni Novanta, aveva intensificato gli studi in materia, ottenendo la nascita di una bambina nel 1997. «Prima di iniziare la chemio» ha raccontato dottoressa Porcu,«voleva sottoporsi alla crioconservazione degli ovociti. Qualche mese fa è tornata. La terapia aveva avuto successo e secondo gli oncologi poteva provare ad avere un figlio».
Iniziava quindi la seconda fase della terapia, perché dopo la chemio può diventare molto difficile concepire naturalmente: «Scongelammo quattro ovociti», ha proseguito la Porcu, «e ottenemmo tre embrioni che trasferimmo nel grembo della mamma. Dopo 12 giorni gli esami rivelarono che uno di questi stava crescendo. La gravidanza era in corso. Mamma e papà sono felici». Ora è al terzo mese e sta procedendo regolarmente.
«Ogni anno», ha aggiunto la nostra esperta, «sono centinaia di migliaia le donne che hanno problemi di fertilità a causa del cancro». In Italia si stima che il problema riguardi dal 40 al 70 per cento delle donne sottoposte a chemioterapia: secondo Porcu, per il solo tumore al seno tra le 15mila e le 26mile donne l’anno. A differenza del congelamento degli embrioni, spiega la ricercatrice, il congelamento degli ovociti è consentito dalla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita e ha il vantaggio di poter essere praticato preventivamente, anche in assenza di un candidato papà, in attesa del momento e della persona giusti. «Purché siano disponibili almeno due settimane prima dell’inizio della chemioterapia», ha commentato la Porcu, «la crioconservazione degli ovuli può essere considerata un modo ideale per preservare la fertilità nelle pazienti con cancro al seno».
Il vaccino HPV sostituisce il Pap Test
Al centro dell’attenzione dei 2.000 esperti riuniti al Congresso di Palermo anche le misure da adottare per lo screening oncologico poiché oggi nel mondo scientifico vi è un intenso dibattito su quali siano i criteri da seguire. Infatti, una commissione promossa dal Ministero ha recentemente proposto di abolire il Pap Test ogni 3 anni per le donne dai 25 ai 64, come attualmente previsto, e di sostituirlo con il solo HPV test ogni 5 anni.«Non si può modificare di punto in bianco la strategia» ha spiegato il professor Surico, che riporta le conclusioni del documento prodotto dal gruppo di lavoro SIGO – va previsto un periodo di transizione in cui associare al Pap Test l’HPV test. Questo permetterebbe la riorganizzazione del sistema, l’informazione alle donne e la formazione dei ginecologi alla gestione della nuova modalità. L’utilizzo del co-testing, comunque, permetterebbe nel breve periodo la diminuzione del numero di screening, allungando l’intervallo a 3-5 anni”.
L’HPV e maschi
È ormai assodato che l’HPV è un virus che colpisce sia gli uomini che le donne.
I dati disponibili non consentono una stima definitiva della frequenza di infezione nell’uomo: considerando, nella letteratura mondiale, i dati ottenuti sulle popolazioni di studenti universitari, militari di leva, popolazione maschile sana sessualmente attiva è possibile stimare una frequenza media del 30 per cento di maschi affetti da un’infezione da parte di uno o più tipi di HPV, oncogeni e non.
La prevalenza di HPV genitale maschile ha un andamento non sovrapponibile a quella femminile (in cui è massima prima dei 25 anni d’età per poi avere un secondo picco in corrispondenza della menopausa).
La sintomatologia HPV-correlata nel maschio si può manifestare con lesioni delle mucose e/o cutanee rilevate all’esame clinico accurato oppure con patologie più complesse ma, nella maggior parte dei casi, l’infezione da HPV e asintomatica e si esprime sotto forma di infezioni cosiddette “latenti” o “subcliniche”.
In accordo con le raccomandazioni delle Linee Guida sulle Malattie a Trasmissione Sessuale statunitensi (CDC, 2006), ogni partner sessuale maschio di una donna affetta da infezione da HPV dovrebbe essere esaminato allo scopo di evidenziare, e all’occorrenza trattare eventuali lesioni
Vaccino HPV potrebbero bastare 2 dosi
Dagli Usa arriva uno studio che potrebbe imporre una svolta nelle strategie vaccinali: la terza dose di vaccino, infatti, potrebbe non essere necessaria.
La ricerca è stata pubblicata Journal of the National Cancer Institute e riguarda soltanto uno dei vaccini disponibili (Cervarix).
Il team del National Cancer Institute americano ha analizzato i dati del Costa Rica Vaccine Trial che ha arruolato quasi 7.500 donne, delle quali, circa il 20 per cento ha ricevuto meno di tre dosi di vaccino per circostanze contingenti.
A quattro anni dalla vaccinazione i ricercatori hanno verificato i tassi di infezioni persistenti da Hpv (i soli ceppi 16 e 18) riscontrando livelli simili di protezione qualunque fosse il numero di dosi ricevute. I ricercatori non si sono detti sorpresi dai risultati, anche se hanno ammesso «il follow up a quattro anni potrebbe essere troppo breve per quantificare la durata della protezione di un numero inferiori di dosi».
In ogni caso, «i nostri dati sull’efficacia clinica del vaccino suggeriscono che programmi che forniscono un numero inferiore di dosi a un numero più ampio di donne possono essere più efficaci nel ridurre l’incidenza del cancro del collo dell’utero rispetto a programmi che offrono il numero standard di tre dosi a un numero più basso di donne», hanno commentato sempre gli autori americani, sottolineando tuttavia la necessità di ulteriori studi. «Se altri trial randomizzati e analisi di costo-efficacia confermeranno i benefici della somministrazione di un numero inferiore di dosi (e anche una durata sufficiente della protezione), allora [sarà più semplice] rendere una realtà la prevenzione primaria del cancro della cervice uterina».
Il nobel della medicina
Il Nobel per la Medicina 2011 è andato agli ''esploratori'' del sistema immunitario: l'americano Bruce Beutler, 54 anni, il lussemburghese Jules Hoffmann, 70 anni, e il canadese Ralph Steinman, 68 anni, sono stati premiati per il contributo rivoluzionario che hanno dato alla comprensione delle difese dell'organismo.
Le loro ricerche hanno permesso di chiarire come funziona ''a tutto tondo'' il sistema immunitario, dalle prime linee di difesa che entrano in gioco non appena si presenta una minaccia esterna, alle cellule che entrano in azione successivamente per cacciare gli intrusi e che aiutano il sistema immunitario a ''ricordare'' quali sono i suoi nemici.
In questo modo è stato possibile comprendere non solo i meccanismi con i quali l'organismo si difende dalle aggressioni esterne, come quelle di virus e batteri, ma anche da quelle interne, come accade nelle cosiddette malattie autoimmuni, come l'artrite reumatoide. Gli studi condotti dai tre Nobel hanno anche aperto la strada allo sviluppo di nuove strategie di prevenzione, la più recente delle quali punta a vaccini capaci di spingere il sistema immunitario ad aggredire le cellule tumorali. Importante anche il contributo delle loro ricerche nel favorire nuove strategie di cura contro le malattie infiammatorie..
L’aceto per diagnosticare il cancro dell’utero
Diagnosticare il cancro al collo dell'utero? Basta un po' d'aceto fatto in casa. È questa la soluzione low-cost messa a punto dai medici della John Hopkins medical School per i paesi in via di sviluppo dove è difficile fare il pap test. Il metodo, inventato negli anni '90, ha ricevuto solo l'anno scorso l'approvazione dall'Oms, e ora verrà testato nei paesi poveri, come racconta il New York Times.
Ogni anno infatti questo tumore uccide migliaia di donne, di cui l'85% vive in paesi a basso e medio reddito, dove mancano laboratori di analisi di buona qualità e i risultati possono arrivare dopo settimane. Il pregio di questo nuovo test, economico ed efficace, è che può essere fatto direttamente dall'infermiera e funziona in modo molto semplice: si passa l'aceto sul collo dell'utero, e dove diventa bianco vuol dire che c'è una lesione precancerosa. Queste aree possono essere subito congelate con la crioterapia, con un sondino metallico raffreddato tramite serbatoi di anidride carbonica, disponibili in ogni stabilimento di imbottigliamento della Coca-Cola. In questo modo le donne, che spesso vivono in aree rurali e lontane, difficili da raggiungere, hanno subito con una sola visita il risultato e la soluzione
L’accesso ai farmaci non è uguale in tutte le Regioni
Non tutti i cittadini nel nostro Paese hanno eguale accesso ai farmaci per la cura del tumore. Ci sono Regioni, come Molise, Basilicata e Valle D'Aosta, che non includono alcuni farmaci antitumorali nei prontuari regionali, rendendoli di fatto inaccessibili ai cittadini; mentre ce ne sono altre, in primo luogo Umbria, Veneto, Molise ed Emilia Romagna, che pongono delle limitazioni all'uso di alcuni farmaci rispetto a quanto indicato dall'Aifa; e altre ancora, prevalentemente Puglia ed Emilia Romagna, dove alcuni farmaci sono erogati solo su richiesta motivata personalizzata.
E' questo lo scenario a macchia di leopardo che emerge dall'indagine dell'Osservatorio civico sul federalismo in sanità realizzata dal Tribunale per i diritti del malato-Cittadinanzattiva e presentata oggi a Roma.
In sostanza, quello che emerge dalla ricerca e' che quando si parla di rete oncologica non tutti i cittadini hanno eguali diritti. Questo non vale solo per l'accesso ai farmaci ma anche per la prevenzione e la lotta al dolore, aree in cui si registrano le maggiori differenze nelle cure oncologiche garantite dalle Regioni, con livelli di offerta molto deboli soprattutto in alcune zone del Sud. Sul tema della prevenzione, ad esempio, Liguria, Lazio, Campania, Calabria, Sicilia e Sardegna riescono a coinvolgere nei programmi di screening contro il cancro alla cervice uterina, mammella e colon retto una fetta di popolazione residente inferiore rispetto allo standard definito dal ministero della Salute. Mentre si distinguono positivamente Toscana, Veneto, Emilia Romagna ed Umbria.
Novità sul glioblastoma
Il glioblastoma, tumore del cervello fino a pochi anni fa giudicato inguaribile, molto presto potra' essere curato grazie alle nuove scoperte sui meccanismi con cui si forma e in particolare sulle cellule progenitrici.
Lo ha dimostrato a Venezia, nel corso della conferenza 'The Future of Science' William Weiss, professore di neurologia all'universita' della California, invitato a parlare dall'Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc).
Weiss ha mostrato i risultati delle sue ricerche che hanno identificato nelle cellule progenitrici, una tipologia di cellule intermedie tra le staminali e i neuroni comuni, l'origine dei tumori cerebrali. Queste cellule, presenti fin dalle prime fasi dello sviluppo embrionale, diventano, a causa dell'accumulo di mutazioni genetiche, capaci di replicarsi rapidamente e di invadere i tessuti circostanti.
Nel laboratorio di Weiss sono in corso esperimenti di depotenziamento delle cellule tumorali al fine di bloccarne l'attività. «Le cellule staminali cancerose umane, reimpiantate nei topi» , ha spiegato Weiss «si sono rivelate un modello prezioso per testare nuove tecniche di cura, che si spera possano essere molto presto disponibili anche per l'uomo».
Illuminare il tumore ovario così si elimina meglio
Sembra quasi banale, eppure non lo è poi tanto: se si riesce a vedere meglio l'obiettivo, è più facile colpirlo. E sicuramente lo si vede meglio se è ben illuminato , magari di un colore fluorescente. È proprio quello che ha provato a fare un gruppo di studiosi per il carcinoma dell'ovaio, la cui prognosi, se è in stato avanzato, è tuttora alquanto infausta.
Un aiuto a rendere meno fosche le prospettive della malattia potrebbe venire ora da una nuova tecnica sperimentata appunto da un gruppo di ricercatori tedeschi (di Monaco), olandesi (di Groningen) e statunitensi (della Purdue University nell'Indiana) e pubblicata su Nature Medicine.
In sintesi, gli studiosi hanno aggiunto un agente fluorescente al recettore alfa dei folati che viene prodotto in eccesso nella quasi totalità (90-95per cento) dei tumori epiteliali dell'ovaio (ma anche in quelli del seno, del polmone, del rene, del colon-retto) e ha un'alta affinità per l'acido folico, vitamina che aiuta a "nutrire" le cellule tumorali che se ne servono per crescere.
L'agente, iniettato nella paziente prima dell'intervento chirurgico, raggiunge il tumore e conferisce una fluorescenza verde alle cellule neoplastiche, comprese quelle più piccole di un decimo di millimetro che ora possono sfuggire alle metodiche oggi impiegate.
«Questa tecnica », ha precisato Philip S. Low, del Dipartimento di chimica della Purdue University, « ha permesso ai chirurghi di individuare tumori trenta volte più piccoli del più piccolo tumore che ora si riesce a rilevare con le odierne tecniche, migliorando notevolmente il rilevamento della neoplasia».
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