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Se il cancro non fa discriminazioni
Paola Sarno, N. 12 dicembre 2011
In Africa, soprattutto a partire dai primi anni Novanta, l’incidenza delle patologie oncologiche è aumentata moltissimo, tanto che l’Oms ha calcolato che entro il 2020 il continente nero dovrà far fronte a 13 milioni di nuovi casi e a circa 1 milione di decessi all’anno. Sempre secondo l’Oms, poi, se il 30% dei casi di tumore potrebbe essere prevenuto, ben il 29% di questa cifra riguarderebbe proprio l’Africa e, più in generale, anche gli altri i Paesi poveri, compresi quelli del Sudest asiatico. Ma chi opera direttamente e con spirito di solidarietà nel continente africano ritiene che queste stime possano essere corrette in senso peggiorativo, poiché le risorse a disposizione degli africani per il contrasto delle patologie neoplastiche non sono assolutamente paragonabili a quelle degli abitanti dei Paesi avanzati.
A spiegare meglio questa situazione di intollerabile disuguaglianza è Luigi Toma, dirigente medico infettivologo dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma che, insieme ad un gruppo di composto da specialisti ed esperti di grande professionalità attivi da tempo in Italia in ambito oncologico, opera dal maggio dello scorso anno in Uganda con l’Associazione Oncologia per l’Africa onlus, presieduta da Titti Andriani, una donna che dalla sua passione per l’Africa ha fatto nascere un’idea condivisa di partecipazione attiva per portare anche nei Paesi più poveri un aiuto concreto.
“Sostanzialmente è possibile dire che in Africa i dati sull’incidenza del tumore siano purtroppo quasi sovrapponibili a quelli della mortalità per cancro. Anche se, all’interno del continente africano, esistono forti differenze nella possibilità di accedere alla prevenzione e alle cure: non è possibile, infatti, paragonare la situazione dei Paesi del Maghreb, che possono contare su attività di tipo epidemiologico e terapeutico più efficaci con quella, drammatica, dell’Africa centrale ed orientale”, ha affermato Toma, spiegando che “le principali cause del fortissimo incremento della diffusione delle patologie oncologiche in Africa sono da ricercarsi soprattutto nelle infezioni da HIV e HPV , per le quali oggi esistono progetti vaccinali, nell’allungamento della vita media di queste popolazioni, nel mutamento delle condizioni ambientali ed atmosferiche, come nel cambiamento dello stile di vita delle popolazioni locali” Anche gli africani, infatti, sono andati nel corso del tempo assimilando le nostre brutte abitudini, come l’uso di tabacco e di alcol su una base di alimentazione scorretta se non insufficiente e priva dei basilari principi nutritivi e dei fattori protettivi che caratterizzano una dieta sana.
Tutti questi fattori contribuiscono a far sì che alcune tipi di malattie oncologiche siano rilevati con una maggiore frequenza nelle popolazioni africane. “Per gli uomini”, ha affermato Luigi Toma, “le neoplasie più diffuse sono il sarcoma di Kaposi - strettamente collegato alla diffusione di un altro virus, denominato HHV-8 - il cancro al fegato, correlato all’epatite B e C e all’abuso di alcol, e quello della prostata. Per quanto concerne la popolazione femminile, invece, i tumori più frequenti in Africa riguardano quello della cervice uterina e quello della mammella”. Gli strumenti di prevenzione ampiamente utilizzati e con successo nei Paesi ricchi per prevenire e diagnosticare un cancro nelle primissime fasi della malattia, infatti, in Africa sono quasi completamente assenti. E benché i medici, che spesso sono stati formati all’estero, siano molto preparati, si trovano ogni giorno a dover lottare contro sistemi sanitari fragili e una povertà tale che impedisce l’acquisto di farmaci e di tecnologie necessarie a programmi di prevenzione e di cura su larga scala. Tanto che su 52 Paesi del continente africano ben 32 non hanno accesso a radioterapia, né a programmi di prevenzione o screening.
Ma come si sta attivando Oncologia per l’Africa onlus? “L’associazione”, ha spiegato ancora l’infettivologo dell’IRE, “opera oggi essenzialmente nella capitale Kampala dove, insieme all’Associazione Italiana per la Solidarietà fra i Popoli (AISPO) e l’Associazione Patologi oltre Frontiera (APOF) di Venezia, ha già realizzato in questo primo anno di attività un intervento su circa mille donne, fra le meno abbienti della città, offrendo loro uno screening gratuito per il cancro della cervice uterina e per quello della mammella. Attività di prevenzione che vengono svolte prevalentemente presso il St. Raphael e S. Francis Hospital Nsambya coinvolgendo anche altre importanti istituzioni oncologiche locali. A Kampala poi, “ha aggiunto ancora Luigi Toma, “Oncologia per l’Africa onlus non si limita ad occuparsi di prevenzione , ma pensa anche al trattamento delle persone ammalate, offrendo gratuitamente servizi diagnostici per le lesioni precancerose e l’intera cura oncologica - dalla chirurgia, alla chemio e radioterapia – per quelle pazienti alle quali è stata riscontrata la presenza di un cancro. Gli ammalati vengono poi seguiti anche in tutta la fase di follow up. Il tutto cercando di garantire la sostenibilità degli interventi per non limitarsi a operazioni ‘spot’, ma piuttosto progettare ed operare nel medio- lungo termine”.
Anche per questo motivo, un ruolo decisivo è rivestito dalla formazione degli operatori medici volontari che intendono collaborare con l’associazione in Africa. E’ necessario, infatti, anche per gli specialisti del settore, imparare ad interagire con persone di culture diverse dalla nostra per poter mettere in campo azioni più incisive ed aumentare così la compliance delle donne alla prevenzione e alla cura delle neoplasie, che in Africa, anche per fattori culturali, sono malattie fortemente stigmatizzanti. “Lavorare in un contesto eteroculturale significa coinvolgere anche i medici del luogo in una discorso ad ampio spettro. Per esempio”, ha spiegato ancora l’esperto dell’IRE, “per relazionarsi con le donne africane e proporre test necessari alla prevenzione dei tumori femminili serve la presenza di un’altra donna del luogo che parli la loro lingua, avvicinandosi con molto rispetto alla loro cultura per far comprendere l’importanza di sottoporsi a screening da noi considerati di routine, come il Pap Test. Le stesse visite di prevenzione vengono, infatti, sempre effettuate con l’aiuto delle operatrici locali che svolgono di fatto un’opera preziosa di mediazione culturale”.
I medici volontari, quindi, superata la fase di formazione, si danno il turno nel Paese africano lavorando lì per un mese all’anno e proseguendo poi la loro attività professionale in Italia. I risultati finora ottenuti sono incoraggianti anche se moltissimo resta ancora da fare soprattutto a tutela della salute delle donne e dei bambini, nei quali in Africa è molto alta la frequenza dei linfomi. Per questo motivo l’Associazione è attiva anche in Italia, con attività di fund raising a sostegno degli interventi da portare avanti in Africa. “Un’iniziativa già messa in campo e che andrà avanti ancora per 2 anni riguarda la sensibilizzazione a questi problemi per coloro che vivono nella parte più fortunata del mondo”, ha detto ancora Toma. “In questo senso ognuno può fare qualcosa se si pensa che anche solo con 5 euro è possibile regalare un Pap Test a una donna africana”.
L’associazione Oncologia per l’Africa onlus ha un sito www.afron.org dove è possibile trovare tutte le informazioni necessarie per sostenere l’intervento in Africa dei volontari italiani o anche solo per saperne di più. “Perché”, ricorda Toma, “nessun luogo è lontano”.
Nei PVS cresce il tasso di mortalità per i tumori alla cervice e al seno
Crescono i casi di morte per cancro al seno o alla cervice nei Paesi in via di sviluppo. Lo dicono anche i risultati di una nuova analisi, promossa dall’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) della University of Washington (USA). Nel mondo, i casi di tumore alla mammella, in soli 30 anni, sono passati da 641mila nel 1980 a 1,6 milioni nel 2010. I decessi per neoplasia alla cervice sono saliti invece da 250mila a 425mila. Lo studio, apparso su The Lancet, ha riguardato 187 Stati. “Le donne nelle nazioni ad alto reddito come USA e Regno Unito”, ha spiegato il ricercatore Rafael Lozano, hanno potuto trarre beneficio da nuove tecniche di screening, ricerca, terapie farmacologiche e vaccini”. Possibilità per lo più ancora negate alle donne africane, mediorientali, latinoamericane e dell’ Europa Centrale, dove fino a pochi anni fa, anche i dati sull’impatto di queste patologie erano scarsi. Nel 1980, infatti, il 65% di casi di cancro alla mammella si registrava nei Paesi sviluppati. Nel 2010 questo valore si è più che dimezzato, mentre nelle località a forte crescita economica è cresciuto esponenzialmente. Alcuni di questi Stati hanno visto un aumento di casi di neoplasia al seno addirittura del 7,5% annuo, oltre il doppio del tasso medio mondiale.
Pap test e HPV-dna test: un doppio strumento di prevenzione per il collo dell’utero
L'Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma ha messo a disposizione un ulteriore strumento di prevenzione del tumore al collo dell'utero, il secondo cancro della donna per frequenza a livello mondiale, che in Italia rappresenta quasi il 2% di tutti i tumori maligni femminili. Si tratta del il co-test, vale a dire Pap-test e contemporaneo test virale per il rilevamento di papillomavirus umano (HPV). L'esecuzione di questo test è indirizzata alle donne sopra i 30 anni, al fine di non medicalizzare inutilmente la fascia di popolazione più giovane, che presenta altissima positività all'HPV, ma scarsissima patologia pre-tumorale clinicamente significativa. "L'originalità di questa strategia”, ha dichiarato Luciano Mariani, ginecologo oncologo dell'IRE, “sta nel riconoscere, come emerge dalla più recente letteratura internazionale, il ruolo fondamentale del test virale nel percorso di prevenzione. La combinazione dei risultati nei due test fornirà, unitamente agli elementi raccolti nella visita ginecologica, il livello di rischio della singola donna. L'adozione del sistema di co-test, grazie anche alla disponibilità del Servizio di Anatomia-Patologica e Citodiagnostica, apre inoltre ad ampie collaborazioni con le Istituzioni nazionali di maggior rilevanza in campo preventivo."
Un libro di cucina firmato dagli oncologi per il volontariato
Non ha niente a che vedere con i farmaci e le prescrizioni mediche. E’, al contrario, un ricettario innovativo, proprio di ricette di cucina scritto dagli oncologi italiani per sostenere il volontariato. Medici e pignatte: ricette per la vita, in vendita a 10 euro che saranno devoluti per intero a sostegno dei progetti dell'associazione, è nato da un’iniziativa promossa dall’Associazione “Giuliana Cerretti” onlus, che sostiene l’Oncologia Medica all’Ospedale di Sondrio e da altre 14 associazioni di volontariato attive sul territorio nazionale, con lo scopo di dar vita a progetti che favoriscano l'umanizzazione dei percorsi terapeutici in oncologia, dal sostegno alle famiglie alle attività in reparto. Nata dall'amicizia e dalla collaborazione di medici, familiari dei pazienti, utenti e professionisti di vari settori, l'associazione esordisce con questa proposta culinaria, dove i medici di diversi ospedali italiani, smesso il camice, indossano le vesti di chef e spiegano ricette originali, corredate da illustrazioni professionali, costituiscono l’insolito progetto editoriale. "Ciascuno degli autori del libro è un serio professionista, coinvolto dalla quotidianità del lavoro e dall’attenzione per i pazienti”, ha spiegato l’oncologo Alessandro Bertolini, presidente dell’associazione.”Nessuno degli chef improvvisati godrà di diritti d’autore, perché quanto sarà ricavato dalla promozione del libro andrà in beneficenza per recuperare risorse che daranno forza a progetti di aiuto."
Un superpomodoro tutto italiano contro invecchiamento e tumori
E’ arrivato sul mercato nazionale il primo superpomodoro naturale made in Italy con un contenuto di licopene tre volte superiore rispetto alle varietà vendute per il consumo fresco e più elevato del 58% rispetto a quello coltivato per la trasformazione. Secondo Coldiretti, che ha lanciato questo prodotto “da numerosi studi scientifici risulta essere un antiossidante efficace contro l’invecchiamento, nella prevenzione delle malattie cardio-vascolari e anche dei tumori alla prostata”. Anche Giorgio Calabrese docente di Alimentazione e Nutrizione Umana all’Università Cattolica lo ha confermato: “il superpomodoro è caratterizzato da un contenuto triplo di licopene, fattore del tipo alfa-carotene, che esercita un’azione preventiva nell’insorgenza del cancro della prostata nell’uomo e dei tumori femminili”, ha detto. Il superpomodoro italiano, che pesa circa 70 grammi, ha una forma rotondeggiante, una buccia liscia e più rossa rispetto a quelli tradizionali, è frutto di anni di sperimentazione con metodi naturali, che hanno permesso di individuare questa varietà adatta alla coltivazione nei terreni nazionali, senza ricorrere ad Ogm. “Ed è anche più gustoso”, ha garantito Coldiretti. E non solo quando lo si mangia crudo. Il superpomodoro, infatti, ha effetti benefici anche se trasformato in sughi e conserve, in quanto la cottura aumenta la disponibilità di licopene perché questa molecola, per attivarsi e combattere i radicali liberi, ha bisogno di essere spezzata e ciò avviene durante i processi di riscaldamento. Le coltivazioni del superpomodoro nostrano sono per ora localizzate in Emilia Romagna e in Lombardia, ma anche Veneto ed Piemonte si stanno orientando verso questa produzione adottando criteri ecologicamente, economicamente e socialmente sostenibili
In Toscana 1.258 casi di mesoteliomi negli ultimi 30 anni
Sono 1.258 i casi di mesoteliomi (i tumori che nascono nelle cellule del mesotelio in associazione soprattutto all'esposizione all'amianto) registrati in Toscana dagli anni Ottanta ad oggi prevalentemente nella popolazione maschile (981 casi, pari al 78%) e sono in aumento le denunce delle malattie professionali, fra cui le neoplasie. Per più del 90% dei casi (897) è stato possibile, infatti, raccogliere informazioni su una precedente esposizione ad amianto (759 in ambito lavorativo; 25 in ambito familiare, cioè di persone conviventi con lavoratori dell'amianto; 8 in attività extralavorative e 5 da ricondurre a fonti ambientali). Le aziende della provincia di Livorno sono quelle che hanno sinora espresso la percentuale più rilevante con il 24% dei casi. E, il settore maggiormente interessato e con il più elevato numero di evenienze (173 ) è quello edile, a causa della grande diffusione negli scorsi decenni di materiali contenenti amianto. A seguire il comparto del tessile (111 casi), il metalmeccanico (107 casi) e i cantieri navali (104 casi). I dati sono stati resi noti nel corso di un convegno che ha riunito tutti i Cor (Centri operativi regionali) della Toscana a discutere sul tema dei tumori professionali. Per questo motivo l’Assessorato regionale alla Sanità della Toscana ha predisposto nell’ambito dei Piano di Prevenzione investimenti in ricerca sulle malattie professionali, coinvolgendo nella rete di queste attività i medici di famiglia, le Asl e diversi centri di ricerca della Toscana fra cui le Università.
L’IFC-CNR studia i rischi dell’ esposizione radiologica
Ogni anno si effettuano circa 50 milioni di esami radiologici, quasi uno per ogni abitante, bambini compresi. E la stima è destinata a crescere. Questa forma diagnostica rappresenta una delle voci di spesa più rilevanti in ambito sanitario e si prevede che nel 2015 raggiungerà negli Usa il 16% del Pil. Secondo RadioRisk, un programma sviluppato nell'ambito del progetto ‘Suit-Heart' (Stop useless imaging testing in heart disease), finanziato dall'Istituto di fisiologia clinica (Ifc) del Cnr di Pisa e dall'Istituto toscano tumori (Itt) non sempre l’overdose radiologica è necessaria."Il progetto si propone di quantificare il rischio di malattie neoplastiche che ogni persona matura corre a seguito delle radiazioni ionizzanti cui è stata sottoposta nel corso della vita. Partendo dall'entità cumulativa dell'esposizione individuale", ha spiegato Clara Carpeggiani dell'Ifc-Cnr,Carpeggiani, "il programma evidenzia tre principali componenti dell'esposizione: naturale, diagnostica e lavorativa e permette di simulare l'incremento di rischio associato a uno specifico esame bilanciandolo così con i potenziali benefici diagnostici". Oltre a registrare l'entità delle dosi di esposizione (che può variare di dieci volte per ogni singolo esame), RadioRisk aiuta anche a valutare l'appropriatezza delle prescrizioni come oggi viene raccomandato dall’Fda (Usa) e in particolare dalla Commissione President's Cancer Panel, che nel maggio 2010 ha identificato le radiazioni mediche come una delle sei maggiori cause ambientali di cancro. "Il progresso delle tecnologie nel campo della diagnostica non ha avuto parallelamente una crescita in termini di qualità e razionalità di utilizzo e tanto meno una corrispondente sensibilità verso i rischi che ne possano derivare", ha aggiunto Eugenio Picano, direttore dell'Ifc-Cnr. "Radiorisk può diventare un utile strumento per il medico che deve prescrivere una radiografia, consentendogli di valutare caso per caso", conclude Picano. "Nel futuro la prescrizione della diagnostica per immagini dovrà essere sempre guidata dall'appropriatezza, dalla consapevolezza e dal controllo della dose dei raggi somministrati".
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