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Stress e vita
Cristina Mazzantini, N. 1/2 gennaio/febbraio 2012
A Orvieto si è tenuto il Congresso annuale della Società italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia su “Stress e Vita” a cui hanno partecipato oltre 300 medici di tutte le specialità, tra cui oncologi ma anche studiosi di neuroscienze, endocrinologi, immunologi, sociologi, psichiatri, psicologi, fisici, chimici e operatori della salute. Di loro circa il 15 per cento proveniva dal resto d’Europa e dagli Stati Uniti. Tra gli illustri relatori c’erano esperti come Fabrizio Benedetti, membro dell’Istituto Nazionale di Neuroscienze (INN), Hugo Besedovsky, docente emerito di Immunofisiologia all’Università di Marburg; George Chrousos, capo del Dipartimento di Endocrinologia e Metabolismo all’Università di Atene; Maurizio Cutolo, presidente dell’Associazione europea di Reumatologia; Claudio Franceschi, professore di Immunologia all’Università di Bologna; Tullio Giraldi, professore di Farmacologia all’Università di Trieste; Stan Maes, professore di Psicologia della salute alla Leiden University (Olanda); Rainer Straub, professore di Medicina sperimentale e Neuroendocrinoimmunologia all’Università di Regensburg (Germania), Mario Bertini, decano di Psicologia della Salute.

Durante l’incontro scientifico gli esperti hanno riconosciuto unanimemente nello stress uno dei fattori determinanti per le malattie gravi e, nel caso specifico, quelle neoplastiche. Riconoscendosi appieno nella tesi comune, il professor Tullio Giraldi ha tenuto una relazione molto interessante su stress, cancro e depressione. Noi di Prevenzione Tumori non ci siamo fatti scappare l’occasione per intervistarlo.
Professor Giraldi, che cosa s’intende per stress?
«Purtroppo è una parola banalizzata e intraducibile. Forse, operativamente, il modo più corretto d’immaginare lo stress è quello di una difficoltà individuale di adattamento agli eventi della vita positivi o negativi».
Può incidere sull’insorgenza del cancro o sulla sua progressione?
«La risposta non è semplice. Da una parte, è difficile studiare il rapporto tra insorgenza del tumore e lo stress, anche se non mancano ricerche in tal senso. Dall’altro lato, è ormai dimostrato che esiste uno stretto legame fra stress e progressione della malattia. Questa può essere peggiore e più veloce nei soggetti più ansiosi. Per intenderci: esistono alcune persone che risentono di più degli eventi stressanti, altre meno. Da ciò può dipendere la differenza della risposta immunitaria, quindi il rapporto ospite-tumore può cambiare in base alla sofferenza mentale. A tale risultato siamo giunti prendendo a modello il tumore della mammella in fase precoce».
Perché avete scelto proprio il cancro al seno?
«È un buono strumento d’indagine perché oggi esso è colto precocemente e curabile in oltre il 60 per cento dei casi. La questione, semmai, è un’altra. È bene domandarsi perché, in un tumore identico per istologia, stadio di malattia e genetica, non sia possibile prevedere in chi guarisca e in chi invece progredisca fino alla morte. A tal proposito ci si è chiesti se ciò non può, in parte, dipendere da fattori psico-sociali».
In che senso?
«È bene ricordare che una prognosi buona o infausta dipende da come un soggetto si adatta mentalmente a: una diagnosi di cancro, un intervento chirurgico al seno oggi rispettoso e poco mutilante, le terapie radianti e farmacologiche anch’esse stressanti».
Quindi la comunicazione tra medico e paziente è importante
«Direi essenziale. È importante che il medico, in maniera rispettosa, non celi nulla sulla malattia ma non dica più di quanto la persona non desideri o non possa sapere in quel momento specifico. Ricordiamo che tutto ciò serve per ottenere un buon consenso informato. Il paziente, infatti, deve conoscere i pro e i contro dei trattamenti chirurgici o farmacologici a cui scegliere di farsi sottoporre. È assolutamente sbagliata, ma non infrequente, una comunicazione brutale, frettolosa ed eccessiva che aggiunge sofferenza a sofferenza».
È importante, allora, affiancare uno psicologo a un oncologo?
«Certamente. Anche se sarebbe meglio una struttura specialistica. In Italia sono ancora poche. Ricordiamo che i bisogni sono tanti e le risorse poche. Posso dire che esistono dei test di laboratorio (e noi li facciamo) per permettere di selezionare persone con fattori di vulnerabilità, per cui è possibile identificare quei soggetti che necessitano di un supporto psicologico o psicosociale».
Tra cancro e depressione esiste quindi un legame?
Direi strettissimo. Anche se va sottolineato che chi ha il cancro vive un situazione difficile ma non è un malato di mente. C’è chi può avere delle manifestazioni depressive e di disperazione, e si sente impotente di fronte alla malattia; non progetta per il futuro; non prova piacere; accetta passivamente ogni cura propostagli, così che la prognosi sarà più infausta. C’è chi invece reagisce sviluppando uno spirito combattivo, dialoga con il proprio oncologo, va in cerca di altri pareri medici: tutto ciò rappresenta un fattore positivo perché rende la prognosi di cancro migliore».
Esiste una soluzione per chi si sente depresso, disperato e impotente?
«Direi di sì. Suggerirei dei programmi specifici, anche se in Italia sono ancora poco sviluppati, per la riduzione dello stress, dove si apprendono dei modi naturali che, in parte, si ricollegano alle antiche tecniche di meditazione mediorientale che aiutano a scacciare i pensieri intrusivi e disturbanti, e contemporaneamente servono a ridurre l’ansia e l’utilizzo degli psicofarmaci».
Le conclusioni del presidente della SPINEI, professor Francesco Bottaccioli
«Sappiamo che lo stress altera la psiche di una persona, ma ancora oggi ci chiediamo come questo malessere mentale a produrre effetti patogenetici sull’organismo». Ricorda il professore Bottaccioli: «La psiche ha precise vie di collegamento con i grandi sistemi biologici, con il sistema nervoso, l’endocrino e l’immunitario. Uno studio dello stress che si limiti all’esame delle relazioni tra i mediatori (neurotrasmettitori, citochine, ormoni) dei tre grandi sistemi biologici studia un artefatto, non l’organismo umano sotto stress. Occorre quindi inserire anche lo studio delle relazioni psicologiche perché la psiche retroagisce sul cervello e sugli altri sistemi biologici (il sistema immunitario in particolare), modificandoli». Al riguardo, uno studio coordinato dal presidente della SPINEI assieme all’Università di Ancona ha testato 125 partecipanti ai corsi di tecniche antistress e meditative, gestiti dallo stesso Bottaccioli e dalla dottoressa Antonia Carosella, maestra di tecniche meditative. I partecipanti sono stati studiati con un test di misurazione della depressione dell’ansia prima e dopo il corso e con la misurazione del cortisolo salivare, sempre prima e dopo. I risultati sono che stress, ansia e depressione sono abbattuti di tre volte e che il cortisolo salivare ha una riduzione statisticamente significativa. Questo studio sarà sottoposto a una rivista scientifica internazionale per la pubblicazione.
Lo stress rende più aggressivo il cancro al seno
Il tumore al seno tende a essere più aggressivo tra le minoranze a causa di un più elevato livello di stress. Nell’ambito della IV Conference on The Science of Cancer and Health Disparities, svoltasi a Washington, un team di ricercatori dell'Università dell'’llinois ha spiegato che lo stress può essere particolarmente importante nell'influenzare l’aggressività del tumore al seno tra le donne delle popolazioni di minoranza. Garth H. Rauscher, professore d’Epidemiologia presso il Dipartimento di Epidemiologia e Biostatistica della School of Public Health dell’University of Illinois a Chicago, ha dichiarato: «Abbiamo scoperto che dopo la diagnosi, le pazienti nere e ispaniche con carcinoma mammario riportano più elevati livelli di stress rispetto ai bianchi, e che lo stress è stato associato con l’aggressività del tumore». Rauscher e il suo team hanno valutato come i pazienti hanno riportato la loro percezione di isolamento, paura e ansia - fattori che nel loro insieme hanno indicato come stress psicologico - per verificare l’esistenza o meno di un link con l'aggressività del tumore al seno. Gli autori hanno sottolineato che queste domande sono state fatte alle pazienti due o tre mesi dopo che era stata diagnosticata la malattia. Delle 989 pazienti con carcinoma mammario nello studio, 397 erano bianche non ispaniche, 191 erano ispaniche e 411 erano non-ispaniche di colore. Dalle analisi è emerso che i punteggi più alti di stress mentale si sono concentrati tra le pazienti ispaniche e nere. «Coloro che hanno riportato elevati livelli di stress», ha spiegato Rauscher, «tendevano ad avere tumori più aggressivi. Non è ancora chiaro quel che determina questa associazione. Può darsi che i livelli di stress nella vita di questi pazienti influenzino l’aggressività del tumore, ma può anche darsi che la diagnosi di un tumore più aggressivo, con una diagnosi più preoccupante, influenzi a loro volta i fattori di stress».
Le noci proteggono dal cancro al seno
La prevenzione contro i tumori comincia a tavola. Il cancro al seno, ad esempio, prima causa di morte della popolazione femminile giovane e neoplasia tra le più temute, diffuse e aggressive, può essere "neutralizzato", nel senso proprio di impedire che si sviluppi anche quando vi sia una predisposizione genetica, mangiando noci tutti i giorni. I ricercatori dell’Università della Marshall University of Huntinghton (West Virginia, USA), infatti, hanno scoperto, grazie a un test effettuato su modello animale, che sono sufficienti 50 grammi di noci al giorno per agire significativamente a livello preventivo sull’insorgenza del tumore della mammella. Le sostanze che sono contenute in questo frutto - vitamina E, minerali e un aminoacido chiamato arginina - sarebbero in grado, assunte con regolarità, non solo di prevenire un eventuale cancro, ma anche di rallentare la proliferazione delle cellule cancerose in un tumore già formato.
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