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Percorsi mirati per il tumore ovarico con SIGO e AIOM

Minnie Luongo, N. 1/2 gennaio/febbraio 2012

Nei mesi scorsi è stato promosso un sondaggio nazionale che ha coinvolto 556 soci SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) e 548 membri dell’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica), permettendo di ricavare uno spaccato fedele dell’attuale situazione nella pratica clinica. Abbiamo voluto registrare i commenti dei risultati di questo sondaggio, presentati a Milano, dal professor Nicola Surico, presidente SIGO.

I numeri del carcinoma ovarico
Ogni anno 4.500 italiane vengono colpite dal tumore dell’ovaio, e purtroppo 3.000 muoiono. Troppe. Gran parte di questi decessi sono evitabili. Oggi 8 volte su 10 la diagnosi giunge infatti quando il cancro è già in fase avanzata e la sopravvivenza è appena del 30 percento. In questi casi, anche se si interviene, il tumore si ripresenta nell’80 percento dei casi. Anticipa Surico: “Per definire la migliore strategia possibile per la gestione del tumore dell’ovaio abbiamo ritenuto fondamentale capire quale fosse la percezione della patologia fra i ginecologi e gli oncologi, le due figure professionali che, a vario titolo e in momenti diversi, sono chiamate a trattare questa malattia. Fra le due categorie vi sono molti punti di contatto: le domande relative all’epidemiologia hanno dimostrato una conoscenza medio/alta delle caratteristiche del tumore (incidenza, mortalità fattori rischio) con una certa sottopercezione del fattore familiare/ereditario (solo il 37 percento dei ginecologi e il 29 percento degli oncologi ha indicato la risposta corretta). È abbastanza ampio fra i ginecologi il ventaglio di comportamenti in caso di donne a rischio, con un 20 percento che si limita ad una visita di controllo periodica ogni sei mesi”.
Il tumore dell’ovaio insorge soprattutto dopo la menopausa, è il sesto cancro femminile più diffuso al mondo, ma rappresenta la più comune causa di morte per neoplasie ginecologiche. “Purtroppo non esiste per questa neoplasia l’analogo della mammografia – afferma il professor Marco Venturini, presidente AIOM -: per questo dobbiamo spiegare alle donne quali siano i sintomi.  Ma identificarli non è facile, poiché sono spesso sfumati e generali, molto simili ai ben più frequenti disturbi gastrointestinali: stitichezza, sensazione di gonfiore addominale, diarrea, difficoltà digestive, nausea”.Come comportarsi allora in caso di dolori sospetti?  Gli esperti consigliano di effettuare subito una visita ginecologica, un’ecografia e il dosaggio del marcatore tumorale CA 125, per stabilire se ci troviamo in presenza di un carcinoma ovarico. In base allo stadio tumorale, si decide immediatamente per un intervento chirurgico, con l’obiettivo di eliminare la totalità della neoplasia visibile. Pertanto, è necessario puntare allo “zero residuo”, cioè non vedere più ad occhio nudo nessun segno di malattia. Segue poi un trattamento chemioterapico, per migliorare per quanto possibile la prognosi della paziente e l’eventuale trattamento con i farmaci biologici.

Il progetto AIOM-SIGO
Il progetto AIOM-SIGO, dopo aver preso il via con la presentazione dei risultati del sondaggio, rappresenterà una priorità per le due Società scientifiche per tutto il 2012. “Fra i nostri obiettivi vi è la costituzione di una rete di Centri con una completa integrazione tra le figure professionali coinvolte - spiega Surico -. Ginecologi e oncologi, in primo luogo, ma anche anatomo-patologi, radiologi, psicologi, determinanti per un approccio globale ad una malattia che colpisce la donna in maniera pesante nella sfera più intima e nella sua femminilità”. Continua il presidente SIGO: “Si ricava un importante indicatore di miglioramento: per le donne che presentano una familiarità alla mutazione dei geni BRCA 1 e 2 andrebbero attivati percorsi di monitoraggio privilegiati, così come andrebbero sorvegliate con attenzione le pazienti che hanno una parente di primo grado (madre, sorella o figlia) affetta da carcinoma ovarico”.
Particolarmente interessanti sono state le risposte in tema di gestione della patologia, fase in cui più direttamente si valuta l’eventuale collaborazione interdisciplinare. La stragrande maggioranza dei ginecologi viene in contatto con la paziente al momento del sospetto diagnostico (88 percento) oppure della stadiazione strumentale (65 percento) mentre l’oncologo subentra generalmente nel momento della terapia medica (successiva – 61 percento - o di front-line – 57 percento ). La presa in carico avviene quando il tumore è in stadio avanzato (III o IV) : nessuno ha risposto I o II. La scelta prevalente da parte di entrambe le categorie, una volta individuato il tumore, è indirizzare la paziente in un centro specializzato.

La collaborazione ginecologi-oncologi
Illustra Surico: “Una prima marcata differenza si riscontra nel giudizio sulla collaborazione interdisciplinare: un terzo (32 percento) dei ginecologi la ritiene insufficiente e ben l’87 percento è convinto che questa potrebbe invece essere determinante per definire percorsi guidati, ridurre il tasso di recidive (34 percento) e intervenire precocemente (31 percento). Fra gli oncologi, la percentuale di chi ritiene inadeguata la collaborazione sale invece a ben il 63 percento (praticamente il doppio) e l’86 percento la riterrebbe indispensabile per definire percorsi guidati, ma anche per riferire all’oncologo in stadi meno avanzati (21 percento) e ridurre il tasso di recidive (15 percento). Questo delta è un chiaro segnale che negli oncologi vi è una più marcata esigenza di confronto e una più urgente necessità di definire percorsi comuni, con l’obiettivo dichiarato di anticipare i tempi di presa in carico, così da riuscire ad intervenire quando le chance di sopravvivenza per la paziente sono maggiori”.
Un altro dato molto chiaro e interessante è rappresentato dalla necessità di una maggiore informazione sulle opzioni farmacologiche: 3 ginecologi su 4 (75 percento) non sono al corrente di nuove terapie attualmente in fase di approvazione per questo tumore e anche fra gli oncologi il dato è comunque alto, pari al 68 percento.
Questa la prima conclusione che si ricava: la strada per migliorare la lotta a questa malattia passa inevitabilmente da un più stretto dialogo fra gli specialisti. Conferma Surico: “proprio da qui siamo quindi partiti, come SIGO e AIOM, per definire un percorso congiunto che vedrà la costituzione di un tavolo di lavoro per confrontarsi nei prossimi mesi su come implementare nella pratica clinica, nella quotidianità del reparto, una reale gestione multidisciplinare, a partire dalle linee guida. Sul fronte dell’informazione alla donna, presenteremo invece presto un opuscolo informativo, a firma di entrambe le Società, per creare maggiore consapevolezza sul carcinoma ovarico. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, è indispensabile lavorare in sinergia con le Istituzioni, le associazioni dei pazienti ed i media: solo con una diagnosi più tempestiva e con un’individuazione precoce delle donne a rischio potremo infatti infliggere una vera sconfitta a questa malattia”.

Indicazioni pratiche
“Non esistono purtroppo screening efficaci – spiega il professor Nicola Surico – ma possiamo insistere sui fattori di rischio evitabili, come il fumo e il sovrappeso e spiegare alle nostre pazienti chi deve prestare particolare attenzione. Allerta anche per chi non ha figli, chi ha avuto un menarca precoce e una menopausa tardiva. Si sottovaluta, inoltre, il peso della familiarità: chi ha una madre, una sorella o una figlia affetta da carcinoma ovarico va sottoposta ad un attento monitoraggio”. C’è anche da considerare che il tempo è un fattore cruciale- per questa neoplasia più che per altre- sia per quanto riguarda la diagnosi sia per il corretto trattamento farmacologico. “Le pazienti non possono aspettare troppo – conclude la professoressa Nicoletta Colombo, Direttore dell’Unità di Ginecologia Oncologica, Istituto Europeo di Oncologia (IEO) -. Negli ultimi anni si è posta grande attenzione in particolare nel cercare di identificare farmaci che potessero ritardare le recidive. Su questo fronte vi sono, fortunatamente, buone notizie dalla ricerca dopo oltre 15 anni di assenza di novità terapeutiche. In particolare, in Italia, siamo in attesa di poter utilizzare liberamente un nuovo e promettente anticorpo monoclonale che agisce inibendo l’angiogenesi”.

SIGO
La Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) si può definire una pioniera, essendo nata nel lontanissimo 1892. Presieduta dal professor Nicola Surico, attualmente conta circa 6.000 soci, 2 società affiliate (l’AOGOI, Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani e l’AUGUI, Associazione Ginecologi Universitari Italiani) e 31 affiliate, tra Società scientifiche, Associazioni e Fondazioni.varie.inoltre, SIGO collabora stabilmente in partnership con una decina di Onlus (Associazione Italiana Endometriosi, Unicef, ecc.), società scientifiche (Società Italiana di Psichiatria), enti (quali la LUISS Business School) ed aderisce all’ EBCOG (European Board and College of Obstetrics and Gynaecology), nonché alla FIGO, l’International Federation of Gynecology and Obstetrics, che in questo 2012 terrà proprio in Italia il suo XX Congresso mondiale. Il sito internet www.sigo.it, è un vero portale a servizio del professionista e del cittadino. La rivista scientifica della società, “Italian Journal of Gynæcology and Obstetrics”, è una pubblicazione trimestrale di aggiornamento interamente consultabile in PDF dal sito. Ogni settimana, inoltre, viene inoltre garantita la comunicazione e l’informazione ai soci tramite la newsletter elettronica SIGOnews.

AIOM
L’Associazione Italiana di Oncologia Medica (www.aiom.it) è la Società clinico-scientifica degli oncologi medici italiani. Fondata nel novembre 1973, conta oggi circa 2.000 iscritti, è amministrata da un Consiglio Direttivo costituito da 12 membri e ha come presidente eletto il professor Marco Venturini. Raggruppa tutte le componenti dell’Oncologia Medica italiana: dalle strutture di ricovero e cura del Servizio Sanitario Nazionale alle facoltà di Medicina, agli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS), daimedici specialisti a tutto il personale assistenziale operante nell’area oncologica pubblica e privata.

Scopi principali:

  • riunire i cultori dell’Oncologia Medica, cioè quella branca dell’Oncologia Clinica la cui attività principale consiste nello studio degli aspetti medici delle neoplasie e della terapia dei tumori mediante trattamenti medici, in particolare chimici, endocrini, immunologici e riabilitativi;
  • facilitare i rapporti tra gli oncologi medici e i cultori di altre branche specialistiche;
  • stabilire relazioni scientifiche con analoghe Associazioni italiane ed estere;
  • sensibilizzare la popolazione sulle patologie oncologiche, anche con materiali informativi e campagne educazionali.

AIOM si propone, inoltre, di promuovere la ricerca clinica e sperimentale, la prevenzione primaria e quella secondaria (screening e diagnosi precoce e tempestiva), la riabilitazione, le terapie palliative, le cure domiciliari, e di incentivare a tutti i livelli le campagne di educazione alla prevenzione.

Il carcinoma ovarico
Se rilevato ad uno stadio iniziale, questo tumore è normalmente asportabile; tuttavia, spesso non esistono sintomi iniziali e può quindi diffondersi anche in altre parti del corpo (metastatizzato) prima di venire diagnosticato.

Fattori di rischio e protettivi

  • Età: la maggior parte dei casi di carcinoma ovarico viene diagnosticata in fase di post-menopausa.
  • Storia personale o familiare di tumore della mammella o ovarico: chi ha avuto un tumore della mammella ha una probabilità doppia di sviluppare carcinoma ovarico. Circa il 5 percento dei casi ha come fattore di rischio principale la familiarità: le donne che hanno una parente di primo grado affetta da carcinoma ovarico hanno un rischio più elevato di sviluppare questa neoplasia. Alcuni carcinomi sono causati da mutazioni genetiche ereditarie. Oggi sono disponibili dei test per accertare queste mutazioni.
  • La tarda menopausa e l’uso della terapia ormonale sostitutiva (TOS) durante la menopausa sono associati a un rischio moderatamente maggiore di sviluppo del carcinoma ovarico.
  • Lo stile di vita, fra cui una dieta inadeguata, il sovrappeso e il fumo.
  • La multiparità, l’allattamento al seno e un prolungato utilizzo di contraccettivi orali riducono il rischio di tumore ovarico. In particolare, le donne con figli presentano una riduzione del rischio di circa il 30 percento rispetto a quelle che non hanno partorito.

Epidemiologia

Prevalenza nel mondo

  • Il carcinoma ovarico maligno è diffuso in tutto il mondo con una maggiore incidenza in Europa e in Nord America: negli Stati africani e nel Sud-Est asiatico sono diagnosticati 2 casi nuovi ogni 100.000 donne; in Europa e in USA più di 15 casi/100.000 donne l’anno.
  • L’incidenza aumenta dopo i 40 anni, con un picco tra i 50 e i 70.
  •  È il sesto tumore più diffuso fra le donne; ogni anno si verificano circa 230.000 nuovi casi.
  •  Circa 140.000 donne muoiono ogni anno di questa malattia (ottava causa di morte per tumore nel sesso femminile).

I numeri in Italia
Ogni anno, circa 4.500 nuove pazienti si ammalano di tumore ovarico in Italia; La mortalità in Italia è pari a circa tremila decessi l’anno. Nella maggior parte dei casi (80%) il tumore ovarico è di tipo epiteliale. L’incidenza dei tumori epiteliali dell’ovaio, considerando la fascia di età che va dai 35 ai 65 anni, è di 15 casi ogni centomila donne.

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