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Italiani e fumo: consapevolezza dei rischi e libertà di scelta
Paola Sarno, N. 1/2 gennaio/febbraio 2012
Gli Italiani sono consapevoli dei rischi derivanti dal fumo, ma liberi di scegliere. Questo, in sintesi, il risultato di un’indagine realizzata dal Censis su incarico di British American Tobacco Italia e presentata a Roma nell’ambito del convegno “Tabacco, regole e mercato”. Il 51% dei cittadini del nostro Paese (il 57% tra i fumatori, il 50% tra gli ex fumatori, il 46,5% tra i non fumatori) ritiene, infatti, che fumare sia una scelta individuale che si compie essendo pienamente informati delle possibili conseguenze per al salute. Quasi la metà del campione (49%) pensa, invece, che i danni del fumo non vengano adeguatamente considerati e che fuma rischi molto di più di quanto crede. Ma gli Italiani risultano, invece, avere una coscienza forte dei rischi che derivano dal fumo. Circa due terzi li giudicano molto gravi e un altro 30% li considera abbastanza seri. La quota di coloro che li reputano poco rilevanti è inferiore al 4% e non supera il 6% neanche tra gli stessi fumatori. Lo studio del Censis ha registrato come sui comportamenti, però, l’opinione pubblica sia divisa: per il 35% degli intervistati un cittadino adulto e informato deve essere libero di scegliere, il 18% sposa una linea ‘proibizionista’, per cui la vendita delle sigarette dovrebbe essere limitata e progressivamente vietata, ma l’opzione prevalente (46%) è quella ‘pragmatica’, per cui a fronte dei rischi è meglio che il commercio sia legale, controllato e tassato.
Scetticismo sulle ipotesi di inasprimento della regolazione
Il 44,5% degli Italiani ritiene adeguate le avvertenze riportate oggi sui pacchetti di sigarette, il 10% considera gli avvisi addirittura eccessivi, mentre per il 45,5% sono insufficienti. Ma l’introduzione di fotografie o immagini più forti per scoraggiarne l’acquisto è giudicata per nulla efficace dal 18%, poco efficace da un altro 54%, mentre solo il 28% è convinto che potrebbe ridurre molto il numero dei fumatori. Il Censis ha evidenziato anche un certo scetticismo degli italiani riguardo l’efficacia di altri interventi studiati dalla Ue. L’ipotesi di eliminare marchi e colori dai pacchetti viene giudicata inutile (59%) o sbagliata (28%) dai più. Anche il divieto di esposizione dei prodotti nelle tabaccherie viene considerato inutile dal 60% del campione e sbagliato da un ulteriore 20%.
Necessario tutelare di più i minori
Le norme sulle limitazioni del fumo nei luoghi pubblici chiusi (secondo quanto stabilito dalla legge 16 gennaio 2003, n. 3 in materia di “Tutela della salute dei non fumatori”, dell’ex ministro Girolamo Sirchia) sono considerate giuste dall’80% del campione. Solo il 14% vorrebbe un ampliamento diffuso dei divieti, mentre il 6% considera eccessive le attuali restrizioni. In particolare, gli strumenti ritenuti più efficaci per ridurre il fumo tra i minori sono la repressione del commercio illegale (54%) e l’introduzione di maggiori controlli e sanzioni per i rivenditori che non verificano l’età degli acquirenti (51%). Molti (49,5%) sono i favorevoli all’innalzamento a 18 anni dell’età minima per l’acquisto.
14 mld di euro all’anno per lo stato dal commercio del tabacco
Il commercio legale di tabacchi lavorati contribuisce alle finanze pubbliche con circa 14 mld di euro all’anno (più di 10,5 mld di accise e oltre 3 mld di Iva), impiegando complessivamente nell’intera filiera (dalla produzione agricola al commercio al dettaglio) oltre 200 mila persone. Il gettito fiscale corrisponde a quasi il 2% delle entrate delle amministrazioni pubbliche, percentuale che sale al 3,3% se si considerano le sole entrate tributarie erariali. Grazie all’attenzione delle politiche fiscali e dei prezzi nell’ultimo ventennio il gettito è aumentato costantemente, raddoppiando il valore in termini reali (da 1,34 euro a pacchetto a 2,86 euro) anche a fronte di una progressiva diminuzione dei consumi effettivi (la quota dei fumatori in Italia si colloca a livelli medio-bassi nella graduatoria Ue: fuma il 23% della popolazione di 14 anni e più, con 13,4 sigarette fumate in media al giorno) e al contrasto ai traffici illeciti, sviluppatosi a cavallo degli anni 2000, che ha portato a una forte riduzione del contrabbando. Lo stesso non è avvenuto in altri Paesi Ue che hanno seguito altre strategie: le misure fiscali aggressive adottate in Francia e in Irlanda non hanno prodotto rilevanti riduzioni dei consumi, ma hanno invece incentivato il ricorso a canali di approvvigionamento alternativi (acquisti transfrontalieri, contrabbando), provocando il crollo della distribuzione legale e l’indebolimento del gettito fiscale.
La strategia antifumo più gettonata: aumento graduale dei prezzi
Secondo il Censis l’opinione pubblica non ha una corretta percezione del carico fiscale sul prezzo finale delle sigarette e il 30% degli italiani non è in grado di dare un’indicazione. E, tra quelli che rispondono, più di due terzi lo sottostimano, collocandolo al di sotto del 60% del prezzo di vendita. Molto articolati i pareri sull’aumento dei prezzi: il 31% (il 18% tra i fumatori) è favorevole a un incremento drastico per scoraggiare l’acquisto di sigarette, il 28% (il 25% tra i fumatori) preferisce piccoli aumenti scaglionati nel tempo per non favorire il contrabbando, il 27% (il 33% tra i fumatori) è invece contrario perché ritiene che le tasse siano già adeguate. Infine il 14% (il 24% tra i fumatori) pensa che la tassazione odierna andrebbe ridotta.
OMS: 2 milioni di persone all'anno muoiono “d’aria”
Più di 2 milioni di persone muoiono ogni anno a causa della presenza di particolato nell’aria delle città in cui vivono. Si tratta di una stima dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), condotta sugli abitanti di 1100 città in 91 Paesi del mondo, che analizza i danni causati sull'organismo umano da queste sostanze. Le particelle chiamate Pm10 e le Pm 2,5 in virtù del loro diametro (minore di 10 o 2,5 micron) e con le quali si rappresenta la qualità dell’aria sono, infatti, in grado di penetrare nei polmoni ed entrare nella circolazione sanguigna, causando l'insorgenza di malattie cardiache, cancro ai polmoni, asma e infezioni acute delle vie respiratorie inferiori. L'allarme è stato rilanciato dal sito Epicentro, il portale dell'epidemiologia per la sanità pubblica dell’ISS. I dati dell'Oms sono ottenuti principalmente da stazioni di monitoraggio dislocate in varie zone urbane e sono stati inseriti all'interno di un apposito database sulla qualità dell'aria, che copre il periodo dal 2003 al 2010, registrando dalle stazioni di monitoraggio presenti nelle aree urbane, in zone trafficate, residenziali e “miste” valori più elevati negli anni 2008 e 2009. Da queste rilevazioni è emerso che le quantità medie di Pm10 variano da 21 a 142 ug/m3 con una media mondiale di 71ug/m3. Troppo elevate, secondo l’Oms, per la tutela della salute umana.
Fumare compromette le cellule del pancreas
Le sigarette compromettono la funzione delle cellule del dotto pancreatico, anche in coloro che hanno smesso di fumare, mettendo tutti i fumatori a rischio di invalidare la funzione digestiva, indipendentemente da età, sesso e abuso di alcol. Il risultato arriva da uno studio del Centro per la Malattia Pancreatica del Brigham and Women's Hospital di Boston presentato a Washington. I ricercatori statunitensi hanno valutato la funzione delle cellule del dotto pancreatico nei fumatori e nei non fumatori (attuali e passati). Centotrentuno soggetti adulti, 74 fumatori e 57 persone che non avevano mai fumato, sono stati sottoposti al test di funzionalità del pancreas. Il rischio di disfunzione delle cellule del dotto pancreatico è stato 56,78 per cento nei fumatori o ex e 26,32 per cento nei non fumatori. Inoltre, i dati evidenziano come smettere di fumare precocemente apporti numerosi vantaggi alla salute delle persone con pancreatite cronica, sottolineando l'importanza per i medici di consigliare ai pazienti di smettere di fumare il prima possibile.
L'analisi ha incluso anche un ampio focus sul rischio di neoplasia avanzata al colon-retto che ha riguardato 2.428 pazienti maschi e femmine di età superiore ai 45 anni che hanno smesso di fumare. Risultato? Il rischio di neoplasia avanzata è significativamente più elevato per le donne rispetto agli uomini. Il dato suggerisce come l'impatto delle sigarette abbia un effetto più lungo e duraturo sulla salute della popolazione femminile
Per gli urologi fumo e sedentarietà prime cause del cancro alla vescica e al rene
Il fumo è, fra l’altro, la prima causa di insorgenza per il cancro alla vescica e per quello al rene. A dirlo l’Associazione degli Urologi Italiani (AURO) sulla base di dati schiaccianti che ne avvalorano l'incidenza sulla comparsa del carcinoma vescicale in circa il 50% dei casi (la stessa percentuale è peraltro riscontrabile anche per il carcinoma renale). Secondo fattore di rischio è la sedentarietà, strettamente legata al tipo di occupazione ( e causa del 20% di tutti i cancri vescicali). "Questo tumore”, ha spiegato Giario Conti, presidente dell’ AURO e primario della Divisione di Urologia presso l'Ospedale Sant'Anna di Como, “è al secondo posto come causa di decesso in Italia dopo la Spagna, con i più alti tassi di incidenza: 29,8/100.000 uomini e 4,7/100.000 donne. Il tasso di mortalità nel nostro Paese è in costante diminuzione, ma ci dobbiamo aspettare un aumento dei casi di tumore alla vescica nei prossimi anni, tenuto conto sia del nostro alto tasso di incidenza sia del progressivo invecchiamento della popolazione". Nei paesi occidentali questa neoplasia è al quarto posto fra i tumori maligni più diffusi fra gli uomini, 3-4 volte più frequente che nelle donne che però hanno meno probabilità di sopravvivenza se colpite. I tassi di mortalità infatti stanno diminuendo in modo significativo di quasi l'1% annuo tra gli uomini, più moderatamente tra le donne.
Sigarette più nocive perché radioattive
Sarebbero circa 50 le sostanze radioattive aspirate in una sigaretta insieme alla nicotina. A denunciarlo i ricercatori dell'Università' di Los Angeles con un articolo pubblicato su Nicotine and Tobacco Research. Di queste la più nociva sembra essere il Polonio 210, che si fissa sulle foglie di tabacco e determina la possibilità di futuri tumori ai polmoni. La ricerca degli studiosi californiani parla chiaro: il rischio a lungo termine è che ogni 1.000 fumatori abituali siano almeno 120 i morti in più ogni anno per tumore del polmone, uno dei quattro big killer, da attribuire direttamente all'emissione radioattiva. La ricerca Usa inoltre sostiene che una tecnica di trattamento del tabacco in grado di rimuovere il polonio era già stata messa a punto nel 1980, ma che non è stata mai applicata poiché avrebbe modificato le caratteristiche chimiche della nicotina, impedendo totalmente l’instaurarsi a livello cerebrale della dipendenza dalle bionde. Sconcertante ragione per la quale la grande industria del tabacco non ha mai impiegato questo sistema di “disintossicazione” del tabacco proprio per scongiurare il crollo delle vendite. Purtroppo il dato è allarmante: secondo i ricercatori americani 20 sigarette al giorno equivarrebbero a 25 radiografie toraciche in quanto a emissioni radioattive.
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