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Fukushima: un disastro nucleare

Cristina Mazzantini, N. 3 marzo 2012

A un anno dal disastro nucleare di Fukushima sono in molti a interrogarsi sulle conseguenze per l’economia, l’ambiente e la salute dei giapponesi. Forse è troppo presto per porsi domande. Non stupisce infatti che a tutt’oggi i danni subìti dal Giappone non siano calcolabili: dovranno passare decenni prima di avere una stima accettabile. Molto probabilmente non sapremo mai che cosa in realtà sia successo in quei terribili giorni tra sisma, tsunami e disastro nucleare. In più, le autorità non sono state molto propense a dare informazioni sull’incidente. Anzi, la tendenza del governo è stata di minimizzare la gravità della calamità e le sue dirette conseguenze sulla salute delle generazioni future, per evitare d’ingenerare, a parer loro, un allarmismo inutile. Un atteggiamento del genere, però, è difficilmente tollerabile, soprattutto a 25 anni di distanza dall’incidente di Cernobyl. La centrale nucleare ucraina con la massiccia fuoriuscita di materiale radioattivo rimarrà nella storia come un episodio emblematico da cui si potrebbe o, meglio, si dovrebbe imparare molto. Ancor oggi non tutto è stato detto su Cernobyl. Ma la situazione sulle informazioni riguardo all’incidente ucraino è migliorata di molto grazie anche a una task force di esperti internazionali che, solo recentemente, ha prodotto diversi studi esaustivi a proposito di rischi e danni della radioattività, provocati su ambiente e salute umana. Si è parlato di un aumento dalle 3 alle 8 volte delle leucemie dei tumori come quelli della tiroide, del polmone e delle ossa. Dati, questi, che potranno essere utilizzati per capire e intervenire al meglio su eventuali incidenti nucleari che potrebbero verificarsi in qualunque altro Paese nel mondo.

«È bene ricordare che la scelta del nucleare come una possibile forma d’energia non ci mette al riparo dal pericolo di un incidente. Nessuna centrale, anche quella d’ultima generazione ovvero tecnologicamente più avanzata, potrà mai essere sicura al 100%. Non esiste il rischio zero. Quindi è ormai accettato e accertato dagli esperti che gli incidenti nucleari fanno parte di una possibilità d’inquinamento ambientale», dichiara il professor Piernicola Garofalo, presidente dell’AME Onlus e responsabile dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’Età evolutiva presso l’Azienda Ospedaliera "Vincenzo Cervelli" di Palermo, intervistato da Prevenzione-Tumori.

Professor Garofalo ci sta dicendo che è sempre presente, anche se pur minimo, il rischio d’incidente?
Esiste, però, un modo per far sì che un’eventualità del genere si verifichi il meno possibile?
«Direi di sì. Perciò è necessario usare la massima attenzione per costruire impianti nucleari sicuri, servendosi delle tecnologie d’ultima generazione. Ma non solo. È indispensabile effettuare la migliore manutenzione con severi e regolari controlli di messa in sicurezza, come da "manuale". Nulla può o deve essere lasciato al caso o, peggio ancora, trascurato per un ipotetico risparmio. È bene quindi che tutto ciò sia fatto per evitare che si ripeta quanto già avvenuto a Cernobyl, dove il guasto di un reattore ha provocato la cosiddetta fall out (pioggia radioattiva), con la conseguente ricaduta degli isotopi radioattivi rilasciati nell’ambiente, sia quello circostante la Centrale sia quello a distanze notevoli e in tempi diversi».

Quali conseguenze può avere sulla salute umana l’esposizione agli isotopi radioattivi?
«Se si parla di un’esposizione acuta e istantanea, vediamo che nelle persone, che si trovano nelle immediate vicinanze (entro 50 Km) di materiale che emette radiazioni con elevata intensità, i danni maggiori e più precoci sono al midollo osseo e all’intestino, con conseguente suscettibilità alle infezioni, possibili emorragie e malassorbimento del cibo. Invece, nel caso di un’esposizione cronica e spesso successiva al disastro nucleare, vediamo come nella popolazione che vive nelle zone limitrofe alla Centrale, o che mangia alimenti contaminati provenienti dalle zone a rischio, il pericolo deriva dalla possibile ingestione con il cibo o dall’inalazione dall’aria di sostanze disperse in seguito all’incidente. Le sostanze rilasciate in seguito all’incidente di Fukushima sono, oltre allo Iodio-131, lo Stronzio-90, assorbito dall’osso, che può causare tumori ossei e leucemia; il Cesio-137 che si accumula con preferenza nei muscoli; il Plutonio che è tossico soprattutto se viene inalato e può causare tumori del polmone. Secondo i dati di Cernobyl, ci dovremmo attendere nei prossimi decenni (20-30 anni) un aumento esponenziale dei tumori sopraccitati e le neoplasie della tiroide su cui, se me lo permette, dato che vi sono specializzato, mi vorrei soffermare».

Perché, a parte le leucemie, sono proprio i tumori alla tiroide quelli più temuti dalle persone?
«Sappiamo che l’unica ghiandola endocrina che corre il rischio di ammalarsi in seguito alla contaminazione da sostanze radioattive è la tiroide. Prendiamo come esempio quanto accaduto lo scorso anno a Fukushima: tra le sostanze radioattive, disperse nell’ambiente in seguito al danno del reattore nipponico, c’era lo Iodio-131. Lo iodio si accumula nella tiroide e vi rimane per alcuni giorni. La tiroide, però, non è in grado di distinguere lo Iodio radioattivo (131I) dallo iodio normale, non radioattivo. In presenza di elevate concentrazioni di 131I nei liquidi o nei cibi, questo si accumula nella tiroide e irradia le cellule di questa ghiandola. L’irraggiamento della tiroide da parte dello 131I non necessariamente dà luogo a un danno clinicamente rilevante. Lo 131I viene impiegato normalmente in diagnostica per lo studio della funzione tiroidea e non provoca alcun danno a bassi dosi somministrate. Il nostro organismo, infatti, è dotato da sempre di sistemi per la riparazione dei danni indotti da basse dosi di radiazioni, a cui siamo costantemente esposti per la presenza di elementi radioattivi nel terreno e, attraverso l’atmosfera, con le radiazioni cosmiche».

Allora, quando le radiazioni diventano pericolose e soprattutto cancerogene?
«Quando i danni prodotti dalle radiazioni eccedono la capacità riparatrice dell’organismo e possono tradursi in un danno clinicamente rilevante. La possibilità che questo avvenga aumenta con la crescita della dose di radiazioni a cui è esposta la tiroide. Per livelli di radiazioni elevati (superiori a 100 mSv nell’adulto) la probabilità di ammalarsi di tumore della tiroide aumenta in modo significativo. L’esperienza di Chernobyl ci ha insegnato che i tumori della tiroide indotti dalle radiazioni compaiono dopo circa 10-20 anni. È necessaria, pertanto, anche se limitata alle sole zone esposte alla sorgente radioattiva, la sorveglianza medica per tutta la vita dei soggetti contaminati».

Esistono categorie a rischio?
«In caso di radiazioni, le categorie maggiormente a rischio sono le donne in gravidanza e i bambini di età inferiore ai 10 anni. Per quanto riguarda le donne in stato di gravidanza, il vero rischio è a carico del feto, particolarmente sensibile agli effetti nocivi delle radiazioni».

Quando accade un incidente nucleare è possibile evitare o ridurre i danni da esposizione?
«Direi di sì. Dovrebbero essere messe in atto tutte le misure anti-radiazioni. E per quanto riguarda il tumore alla tiroide dev’essere attivata immediatamente (preferibilmente entro le 24 ore e non oltre le 72 dall’esposizione) una profilassi chemioterapica. Ovvero bisogna dare le tavolette di ioduro di potassio a tutti coloro che vivono o lavorano entro la zona rossa, privilegiando i bambini e le donne gravide. Ed eventualmente fornire il medicinale anche a bambini e gravide che vivono oltre le 50 miglia ma entro le 100. Lo ioduro di potassio, se somministrato precocemente, è in grado di schermare la tiroide impedendo allo Iodio-131 di stazionare della ghiandola e quindi fare danni perché è espulso tramite le urine e le feci».

Guida anti-radiazioni

Ecco la guida anti-radiazioni che si basa su semplici regole:

  1. Le autorità competenti dovrebbero organizzare in maniera ordinata l’evacuazione delle popolazioni residenti nelle zone circostanti l’incidente nucleare (preferibilmente fino a 50 miglia). I cittadini interessati dallo sgombro dovrebbero portare con sé scorte d’acqua e cibo non contaminati, preparati in anticipo.
  2. Si consiglia, poi, di uscire il minimo indispensabile per evitare la pioggia radioattiva e di respirare aria contaminata.
  3. Per chi non fosse riuscito a conservare indumenti e cibarie in luoghi al riparo dall’aria, o si fosse egli stesso trovato all'aperto, com’è probabile in luogo colpito da calamità, non è mai superfluo ricordare di lavare più volte panni, vettovaglie e alimenti e fare numerose docce. In caso di lunghe esposizioni, sono necessari lavaggi più accurati, per ridurre la quantità di radiazioni sulla pelle. Occorre poi recarsi in un centro sanitario per un controllo.
  4. Se si ha la necessità di uscite impellenti, bisogna proteggersi il più possibile con indumenti spessi, mascherine sulla bocca e ombrelli anti-radiazioni.
  5. Bisogna mettere in atto la prevenzione del tumore alla tiroide, tra le patologie più frequenti in caso di incidente nucleare, con una chemioprofilassi. Perciò le autorità giapponesi hanno distribuito 230mila unità di ioduro di potassio ai centri d’evacuazione e soccorso attorno ai reattori nucleari di Fukushima, una forma di profilassi disposta dall’OMS dopo il disastro di Cernobyl.
  6. Il rischio più insidioso, per chi abita anche a migliaia di chilometri di distanza dal luogo del disastro nucleare, è rappresentato dagli alimenti freschi come carne, uova e latticini. Per insalate e vegetali, è meglio fare incetta di surgelati. Oppure comprare i semi e farli crescere: i germogli contengono molte proteine e sono ottimi disintossicanti. Riso non raffinato e, più in generale tutti i cereali integrali, aiutano a eliminare i veleni radioattivi, mentre il latte in bottiglia o tetrapak può essere sostituito con quello in polvere.

Pio d’Emilia, Tsunami nucleare, I 30 giorni che sconvolsero il Giappone
L’11 marzo 2011, un sisma di magnitudo 9.0, seguito da uno tsunami, ha sconvolto il Giappone causando oltre trentamila vittime. In un diario di trenta giorni trascorsi al "fronte", Pio d’Emilia, corrispondente da Tokyo per Sky Tg24 e storico collaboratore de "Il Manifesto", racconta gli eventi che hanno sconvolto il destino di una nazione e modificato l’assetto economico mondiale. La cronaca del giornalista, l’unico ad essere arrivato davanti ai cancelli della centrale nucleare di Fukushima, si alterna allo sguardo dell’uomo nel tentativo di delineare le prospettive di un Paese interamente da ricostruire e minacciato da un altro possibile "tsunami", quello nucleare, i cui danni sono tutt’ora imprevedibili. Completano il volume una serie di foto scattate subito dopo il terremoto, una dettagliata cronologia degli eventi e una nota critica su come la stampa internazionale ha coperto la catastrofe.

Ingegneri e matematici scendono in campo contro il cancro
La battaglia contro il cancro oggi si combatte sempre più con i computer e con i numeri. Sono proprio i matematici, gli informatici, gli ingegneri e i fisici le nuove "armi" contro i tumori, quando affiancano con il loro lavoro medici e biologi. Non è allora un caso se l’Airc ha organizzato un incontro con gli studenti del Politecnico di Milano, in occasione della Giornata per la ricerca sul cancro. «Sono proprio questi studenti che potranno rappresentare una risorsa futura per la ricerca contro i tumori», ha spiegato Marco Foiani, ricercatore dell’Istituto Firc di Oncologia Molecolare, «che sta diventando sempre più multidisciplinare. La ricerca è purtroppo un processo lento, ma negli ultimi 10 anni dopo il sequenziamento del genoma umano ci sono stati successi notevoli. Però dipendiamo da tecnologie sofisticate e costosissime; ciascuno di noi ha 25mila geni, e se prima ogni ricercatore lavorava con un gene alla volta, grazie a matematici e informatici possiamo ora analizzare tutta questa mole di dati contemporaneamente, e realizzare analisi prima impensabili». «Abbiamo centinaia di progetti di ricerca finanziati», ha aggiunto Piero Sierra, presidente Airc, «e i risultati contro il cancro sono molto buoni, grazie anche alla diagnosi precoce e al miglioramento della guaribilità che, in media, è raddoppiata negli ultimi dieci anni. Siamo nel mezzo di una grande battaglia», ha concluso, «ma la strada è questa e procede in modo molto serio. Evitando facili trionfalismi, dico che se non ci fosse l’Airc non ci sarebbe gran parte della ricerca oncologica».

Notizie contrastanti con le tesi ufficiali
Dispacci d’agenzia del 28 ottobre 2011, poi ripresi da diverse testate nazionali, hanno diffuso la notizia che esperti italiani e giapponesi si fossero riuniti in un seminario all’Istituto italiano di cultura di Tokyo, dal titolo "Radiation effects on human health", con l’obiettivo di fare il punto della situazione sui possibili effetti nei confronti della popolazione dell'incidente nucleare di Fukushima, a sette mesi di distanza. Al seminario hanno partecipato, tra gli altri, Shigenobu Nagataki dell’Università di Nagasaki, Aldo Pinchera, endocrinologo dell’Università di Pisa, Junji Konishi dell’Università di Kyoto e Keigo Endo, vicedirettore della Japan Radiological Society. La conclusione, in sintesi, è che l’incidente non avrà alcun impatto sulla salute pubblica: né la contaminazione ambientale né quella alimentare, nei livelli accertati dalle autorità giapponesi, possono infatti produrre effetti nocivi sulla salute. Questo anche perché le autorità giapponesi hanno gestito la crisi in maniera tempestiva ed efficace. Aldo Pinchera ha osservato: «A Fukushima c’è stata una reazione immediata, si è proceduto con l’evacuazione e ci si è mossi in un contesto avanzato. Il rischio derivante da iodio e cesio può considerarsi davvero minimo». Nessun allarme, quindi. Gli abitanti delle zone del Giappone colpite dall'incidente nucleare possono stare un po' più tranquilli.

Un farmaco intelligente accende la luce nei tumori
La luce accende la speranza nella lotta ai tumori: infatti è stata testata con successo (per ora su animali) una terapia farmacologica mirata, attivata dalla luce. Il farmaco, si legge sulla rivista Nature Medicine, è mirato e poco tossico perché s’attacca esclusivamente alla superficie delle cellule malate e poi viene attivato da un fascio di luce infrarossa sparata dall’esterno. In questo modo le cellule sane vengono risparmiate. Il risultato è dell’èquipe di Hisataka Kobayashi del National Cancer Institute di Bethesda (Usa).
Gli esperti hanno preso un anticorpo specifico del cancro in esame (carcinoma a cellule squamose), il quale s’appiccica solo sulle cellule malate lasciando indisturbate quelle sane limitrofe. All’anticorpo hanno attaccato il farmaco attivabile dalla luce, la molecola IR700. La terapia funziona così: si inietta la coppia "farmaco-anticorpo" che si dirige dritta al cancro; poi con la luce si attiva IR700. Negli studi preliminari su topi, su cui era stato impiantato un carcinoma, il farmaco acceso dalla luce ha ridotto considerevolmente il volume del tumore. Ma le sperimentazioni sono ancora agli inizi.
È presto per pensare a una loro applicazione clinica.

La lezione di Cernobyl
Come insegna l'esperienza di Cernobyl, tra gli effetti a lungo termine dell’esposizione alle radiazioni, i peggiori sono la leucemia e l’aplasia midollare, una malattia del midollo osseo molto simile alla leucemia, che si possono manifestare anche a distanza di tempo. Lo afferma Giorgio Dini, direttore del Dipartimento di Ematologia e Oncologia pediatrica dell’Istituto Gaslini di Genova, che ha curato diversi piccoli pazienti provenienti dall’area colpita dal disastro 25 anni fa. «Entrambe queste patologie richiedono un trapianto di midollo, anche se la leucemia oggi può essere trattata nel 90% con la chemioterapia», spiega l'esperto. «Queste malattie si possono manifestare subito, nelle persone esposte a grandi dosi di radiazioni, oppure dopo qualche anno nel caso in cui l’esposizione sia stata minore». L’Istituto genovese ha curato una decina di pazienti dall’area di Cernobyl, l’ultimo dei quali lo scorso anno: «Questo non sarà il caso del Giappone», prosegue il professor Dini, «dove l’assistenza medica è più che adeguata e dove saranno curati gli eventuali malati. Curiosamente, il primo trapianto di midollo in Europa è stato fatto proprio a causa di un incidente nucleare, avvenuto negli Anni 50 nella ex-Jugoslavia. In quel caso si tentò l’operazione su alcuni scienziati, ma non si conosceva ancora l'Hla, cioè l’impronta digitale che differenzia il midollo di diverse persone e che rende necessario trovare quelle compatibili per il trapianto. Furono quindi trapiantati a caso: purtroppo morirono tutti».

Se il padre è fumatore, aumenta nei figli il rischio di leucemia
Ecco l’ennesimo esempio di danni da fumo passivo sui bambini. In questo caso sui nascituri: se il papà è un fumatore, al momento del concepimento, suo figlio avrà più rischi di sviluppare la forma più comune di cancro infantile, la leucemia linfoblastica acuta. È il risultato di uno studio australiano, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Epidemiology, secondo cui il pericolo crescerebbe del 15% rispetto ai bambini il cui padre non fuma. I ricercatori hanno esaminato le famiglie di quasi 300 bambini affetti da leucemia linfoblastica acuta, informandosi sull’abitudine dei genitori al fumo; quindi hanno confrontato i dati con quelli raccolti tra 800 bambini sani e di età simile. Dallo studio risulta che il comportamento della madre non aumenta il fattore di rischio, al contrario di quello del padre; e i bambini i cui padri fumavano almeno 20 sigarette al giorno al momento del concepimento hanno un rischio che aumenta del 44%.

Indirizzi utili
AZIENDA OSPEDALIERA VINCENZO CERVELLO
Via Trabucco, 180 90146 Palermo
Prenotazioni/informazioni: 091.9802750 Centralino: 091.6802111
www.ospedalecervello.it

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