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Come si pone la società per risolvere il problema cancro?

Minnie Luongo, N. 6/7 giugno/luglio 2012

Un incontro positivamente anomalo (perché prezioso spunto di molte riflessioni), quello svoltosi nello scorso mese di marzo a Bruxelles, sotto l’egida di Bayer e di "EuropaColon", che ha visto assieme clinici, associazioni di pazienti, economisti e ricercatori – a testimonianza dei tanti aspetti coinvolti – e ha riunito numerosi giornalisti di tutta Europa per cercare di dare una risposta al quesito "Can Society afford innovative cancertreatments?".

I numeri
Come ha ricordato il professor Eric van Cutsem dell’Università di Leuven (Belgio) e importante referente dell’European Society for Medical Oncology (ESMO): «Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, il cancro rappresenta una delle maggiori cause di morte, con 7,6 milioni di decessi nel 2008, e una stima di ben 13,1 milioni per il 2030. Il tumore continua a rappresentare una patologia molto complessa, ma con la sempre maggiore comprensione dei suoi meccanismi aumenta anche la nostra capacità di sviluppare terapie innovative e mirate per combatterlo». L’industria farmaceutica investe ingenti somme nella ricerca e nello sviluppo di farmaci attraverso un lungo, costosissimo e rischioso processo. Parliamo di uno sviluppo di un farmaco innovativo che può durare fino a dodici anni, con investimenti di oltre un miliardo di euro, prima di arrivare alla sua commercializzazione. «Di conseguenza – ha concordato il professor van Cutsem con tutti gli altri relatori che hanno partecipato all’incontro di Bruxelles – tali innovazioni hanno un costo, e ciò implica che la società debba di volta in volta chiedersi se può permettersi di pagare per fornire ai pazienti i più moderni trattamenti. Da qui deriva la necessità di operare in un ambiente che faciliti l’accesso alle cure, tenga conto dei bilanci degli stati e riconosca la remunerazione dell’innovazione».

E per il futuro?
Storicamente i costi della terapia del tumore in Europa sono stati a carico dei sistemi sanitari dei singoli Paesi, ma non sappiamo se potrà essere sempre così. Questa, in sintesi, la domanda importante sottolineata nel corso della conferenza di Bruxelles. Per la risposta al quesito dal quale ha preso il via la discussione, decisivo è stato l’apporto di EuropaColon (che, assieme a Bayer, ha reso possibile l’incontro a più voci), ancora troppo poco conosciuta, anche fra gli addetti ai lavori. Fondata nel 2004, essa è la prima organizzazione europea dedicata al tumore del colon retto (CRC), si pone per primo ed ambizioso obiettivo quello di unire pazienti, assistenti, operatori sanitari, politici, media ed opinione pubblica nella lotta contro questa forma di tumore. Negli ultimi anni, grazie anche all’affiliazione ad EuropaColon di gruppi associati, enormi progressi sono stati compiuti in queste direzioni: diffondere informazioni corrette sul CRC; sensibilizzare sull’importanza della prevenzione e del controllo di tale patologia; soprattutto, esercitare forti e proficue pressioni per ottenere un accesso più semplice ed efficace ai migliori trattamenti e alle cure più innovative. In Europa più di 450.000 persone, ogni anno, ricevono una diagnosi di tumore del colon retto ogni anno e, complessivamente, si stima che in tutto 230.000 soggetti moriranno per questa malattia. Inoltre, com’è stato evidenziato a Bruxelles, si stima che il numero di nuovi casi di tumore del colon-retto continueranno ad aumentare (solo in parte per via della crescita demografica, prevista per i Paesi europei).

Un’Associazione contro il tumore colonrettale
A Bruxelles era presente anche Jola Gore-Booth, fondatrice e copresidente dell’ente non profit EuropaColon. È proprio lei che ci ricorda come «questo cancro è altamente curabile se diagnosticato precocemente. Una delle cause principali è una dieta ricca di grassi, carboidrati raffinati e proteine animali, combinata con una scarsa ed insufficiente attività fisica». «Un rapporto di recente pubblicato sul Global Burden of Cancer – sottolinea ancora Jola Gore-Booth – indica che entro il 2020 questa forma di tumore diventerà il terzo tumore di più alta incidenza, subito dopo quello al polmone e alla mammella. E, stando alle previsioni, colpirà soprattutto nel Kuwait, Bahrain, Arabia Saudita, Singapore. Le ragioni di tale crescita variano da zona a zona, ma i fattori di rischio principali sono:

  • uso di tabacco;
  • dieta malsana;
  • inattività fisica;
  • infezioni da virus come l’epatite B o il virus del papilloma;
  • invecchiamento della popolazione;
  • mancanza di risorse non solo per il trattamento, ma anche per la prevenzione primaria e secondaria».

Infine, per quanto riguarda la predisposizione familiare, gli specialisti sembrano concordare che esiste una "suscettibilità genetica", ma solo in meno del cinque percento dei casi. Un rischio che può essere ridotto diminuendo il consumo di carne, e aumentando invece quello di frutta e verdura. «Con Global Alliance – invita Gore-Booth, CEO dell’Associazione – possiamo lottare tutti assieme per reagire e, magari, smentire le più catastrofiche previsioni circa il diffondersi del tumore colon rettale».

La stadiazione
Stadiare il tumore, una volta accertata la sua presenza, è importantissimo perché permette di formulare un adeguato trattamento ed anche una prognosi (sopravvivenza). Ciò si può fare mediante la colonscopia, durante la quale si può vedere direttamente il tumore ed asportarne una piccola porzione per poi analizzarla al microscopio (esame istologico) e mediante l'esecuzione di una Tac addominopelvica per valutare l'estensione dello stesso tumore, i suoi rapporti con gli organi vicini, il coinvolgimento dei linfonodi regionali o a distanza e la presenza di metastasi ad altri organi. La classificazione oggi più usata per la stadiazione è quella di Dukes:

  • Stadio A: il tumore è limitato alla mucosa.
  • Stadio B1: il tumore si estende fino alla muscolare ma non ho interessamento dei linfonodi.
  • Stadio B2: il tumore si estende fino alla sierosa sempre senza interessamento dei linfonodi.
  • Stadio C: ho l'interessamento dei linfonodi regionali, criterio che riduce di molto le possibilità di sopravvivenza.
  • Stadio D: ho metastasi a distanza e il tumore al colon è inoperabile.

Nuove linee guida
È recentissima la raccomandazione (pubblicata sul numero del 6 marzo degli americani Annals of Internal Medicine), rivolta a tutti gli adulti di sottoporsi ad un accurato screening per il tumore del colon rettale a partire dai 50 anni d’età. Ciò, anche, in considerazione del fatto che – nonostante negli Usa il CRC (cancro colon rettale) sia la seconda causa di decessi per tumore sia per gli uomini sia per le donne – attualmente solo il 60% scarso delle persone over 50 lo effettua. Eppure, l’efficacia dello screening, quanto a riduzione della mortalità, è supportata dall’evidenza dei risultati dei più recenti studi clinici. Le nuove linee guida americane mirano ad educare, congiuntamente, medici e pazienti per quanto riguarda i benefici e i rischi dello screening CRC, sulla base di una revisione delle attuali linee guida di altre organizzazioni professionali.

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