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Infermieri? La professione del futuro
Monica Melotti, N. 6/7 giugno/luglio 2012
La professione dell'infermiere viene riscoperta dagli italiani: non solo è molto apprezzata da pazienti e familiari ma gode anche di un riconoscimento sempre maggiore nell’opinione pubblica per il suo alto valore sociale. È quanto risulta dall’indagine che la Federazione dei Collegi Ipasvi ha promosso con il Censis sul mondo infermieristico. I risultati dello studio sono stati presentati nel corso del XVI Congresso Nazionale della Federazione Ipasvi il marzo scorso. Dall’indagine risulta che il 76,5% degli italiani che ha avuto rapporti diretti o indiretti con gli infermieri valuta come ottima o buona l’attività da loro svolta. Sono giudicate migliori, in particolare, le competenze tecnico-professionali (il 55,5%), la capacità di relazionarsi con i pazienti e i familiari (48,8%), la cortesia e la gentilezza (41,6%). «Sono dati che non ci sorprendono – commenta la Presidente della Federazione Ipasvi Annalisa Silvestro – da sempre gli infermieri sono coloro che si trovano più vicini ai pazienti e alle loro famiglie. Quello che però ci dà ulteriore soddisfazione è che dall’indagine emerge anche la sempre maggior consapevolezza, nell’opinione pubblica, del ruolo che gli infermieri rivendicano nel contesto del sistema sanitario italiano».
Una professione anche per i giovani
Secondo l'indagine realizzata dal Censis, infatti, oltre l’ 87% degli italiani ritiene che l’infermiere sia una professione importante e il suo upgrading viene visto come strumento di miglioramento della sanità. D’altronde, quella di voler fare l’infermiere è una scelta da incoraggiare per l’ 82% degli italiani, soprattutto perché ha un alto valore sociale e si trova facilmente occupazione (il 93% entro un anno dalla laurea). La figura stereotipata dell’Infermiere come operatore sanitario di serie B è ormai lontana anni luce. Oggi l’infermiere è un professionista di livello europeo, scientificamente formato nell’università e autonomo professionalmente; è abilitato ad erogare una assistenza generale infermieristica, dalla prevenzione alla cura delle malattie, dalla riabilitazione di malati e disabili alle cure palliative. Egli pianifica e gestisce l’intervento assistenziale infermieristico valutandone gli effetti; garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni terapeutiche e diagnostiche; interagisce con la persona prima ancora che con il paziente, svolgendo compito delicato quanto determinante per il buon esito della cura; accompagna altresì verso una morte dignitosa quanti perdono la battaglia contro la malattia; lavora nel settore dell’Evidence based nursing. «La ricerca ha dimostrato che l'infermiere è una professione con un crescente appeal per i giovani e le famiglie, che sono pronte a incoraggiare i figli che scelgono di iscriversi ad Infermieristica – afferma Carla Collicelli, Vice Direttore del Censis – del resto gli immatricolati provengono sempre più dai licei, hanno ottenuto voti alti alla maturità e fanno del Corso di Laurea in Infermieristica la prima scelta. Un altro aspetto importante da ricordare è il buon giudizio della maggioranza degli italiani sull'attività degli infermieri con cui sono entrati in contatto».
L’evoluzione della professione
Oltre la metà degli italiani, inoltre, si dichiara d’accordo con la scelta di affidare i casi a bassa complessità nei Pronto Soccorso (i "codici bianchi") direttamente agli infermieri anziché ai medici, per abbreviare i tempi di attesa e di intervento. La professione infermieristica s’imbatte con frequenza in situazioni critiche, spesso molto differenti tra loro, che necessitano di scelte comportamentali, il più delle volte determinanti per l’utente. Le situazioni critiche sono identificabili come dilemmi etici, che implicano la presa di decisioni. Ma da parte di chi? Come tutti i professionisti della salute, oggi sicuramente più di ieri, l’infermiere è chiamato a servire il miglior bene possibile per la persona e a rispondere con competenza, pertinenza, responsabilità e tempestività. Il Codice deontologico degli infermieri all’art.3.4 recita: "L’infermiere si attiva per l’analisi dei dilemmi etici vissuti nell’operatività quotidiana e ricorre, se necessario, alla consulenza professionale e istituzionale contribuendo così al continuo divenire della riflessione etica". Nell’ambito dell’attività professionale ci s’imbatte quotidianamente in discussione di dilemmi etici di natura più ampia rispetto a quelli trattati dalla deontologia; tali dilemmi di rilevanza bioetica richiedono una riflessione più estesa e complessa ed esigono una conoscenza sicuramente più approfondita della metodologia, degli strumenti e delle linee guida necessarie per poter essere esaminati, discussi, affrontati e risolti. Oggi l’atteggiamento dei cittadini è mutato, il paternalismo medico fortemente ridimensionato, e l’infermiere ha assunto nell’équipe curante un ruolo di rilievo, per il più alto livello della sua formazione e cultura rispetto al passato, ma soprattutto in virtù della sua intima relazione con l’utente che gli permette di possedere numerosi elementi di analisi dei conflitti vissuti dal e con il paziente stesso. L’infer miere è colui che divide con l’assistito il lungo percorso della malattia, che pone frequentemente dei limiti di libertà, non solo di tipo fisico.
La buona sanità
Non è giusto dare risalto solo alla malasanità, ma occorre anche parlare di buona sanità. Durante il congresso Ipasvi è stato dato risalto a tante iniziative positive sul territorio italiano. Tra gli esempi, l'ospedale di Porretta (Bologna): il ricoverato viene sistemato in base al livello di impegno infermieristico, indipendentemente dalla tipologia clinica, riconoscendo all'infermiere la gestione dei posti letto e della continuità di cura. Poi, all'ospedale Borea di Sanremo, dal settembre 2010 un servizio per pazienti Hiv positivi è gestito con incontri individuali da un infermiere "counselor", e agli Ospedali Riuniti di Bergamo dal 2007 c'è un ambulatorio infermieristico per le lesioni cutanee frequenti negli anziani e nelle patologie diabetiche, cardiovascolari, oncologiche. Altri esempi sono in Campania, Piemonte, Sicilia, Toscana, Umbria.
Intervista ad Annalisa Silvestro presidente Ipasvi
Presidente Silvestro, perché afferma che saranno gli infermieri a dare forza alla sanità italiana?
«Per poter rispondere, bisogna prima definire il quadro generale, nel quale ci sono alcuni elementi che conosciamo ormai da anni: l’aumento della domanda di salute dei cittadini e l’incremento dei costi dell’innovazione a cui si contrappone la progressiva diminuzione delle risorse. Ultimamente s’è aggiunta una congiuntura economica, negativa quanto mai prima, alla quale l’attuale Governo, come il precedente, ha risposto con provvedimenti importanti di contenimento della spesa pubblica, compresa, ovviamente, quella sanitaria. L’insieme delle manovre messe a punto dal Governo Berlusconi, e confermate nelle sue disposizioni anche dal Governo Monti, incidono sulla sanità pubblica per circa 8 miliardi di euro da qui al 2014».
Come il sistema sanitario può uscire dalla congiuntura economica?
«Innanzitutto facendo giustizia di alcuni luoghi comuni. Per esempio, non è affatto vero che il nostro sistema sanitario dà "tutto a tutti" : la garanzia costituzionale di tutela della salute è assicurata dai LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza, all’interno dei quali non c’è affatto "tutto", ma, appunto, i servizi ritenuti indispensabili a quello scopo. Che li si dia a tutti, peraltro, appare doveroso, visto che a finanziare il Servizio Sanitario Nazionale sono proprio i cittadini italiani. Tutti o quasi tutti, per la verità. Perché ci sarebbe da riflettere su come e quanto coloro che evadono o eludono le tasse contribuiscano a renderlo oneroso, ma questo è un altro discorso. Un altro luogo comune è che il Servizio Sanitario Nazionale sia abbondantemente finanziato. Non è affatto così, anzi, è sottofinanziato, pur essendo tra i migliori al mondo in rapporto a quanto costa. E questo anche se è tuttora vero che i fondi vengono troppo spesso utilizzati male, per cattiva gestione, doppioni, mantenimento di strutture che non servono, inappropriatezza, arroganza organizzativa e così via».
Alla luce di quanto detto qual è il contributo che possono dare gli infermieri?
«Io credo che gli infermieri possano dare un grande contributo a curare i mali della sanità italiana e a darle forza. È ampiamente dimostrato, infatti, che laddove la professione infermieristica è stata valorizzata appieno, il sistema funziona meglio, ci sono maggiori sinergie tra i diversi professionisti e tra le équipe; è più armonico il rapporto tra struttura e cittadino e fluiscono meglio le molte dinamiche sottese all’erogazione dei servizi. Nonostante tutto ciò, il riconoscimento dell’infermiere come una delle figure di spicco nel servizio sanitario arranca, stenta ancora ad affermarsi, almeno nei luoghi di lavoro. E dove si afferma, sembra quasi che ciò avvenga non tanto come conseguenza di una rilevata potenzialità culturale e professionale, ma quasi come conseguenza di qualcosa di inarrestabile, inevitabile e a cui possono anche non seguire riconoscimenti di ruolo, di funzioni e di prerogative professionali».
A proposito: che ne è della cosiddetta "emergenza infermieristica" degli anni passati?
«In linea di massima direi che la crisi è stata superata. Ma questo non significa che i problemi siano tutti risolti. Anzi, il numero complessivo degli infermieri resta ancora insufficiente e soprattutto in alcune zone del Paese e in alcuni servizi, a cominciare dai Pronto soccorso, gli organici sono anche sotto il livello di guardia. Con tutte le conseguenze che questo comporta, dai disservizi per la cittadinanza al sovraccarico di lavoro per il personale; una situazione, quest’ultima che, a sua volta, non solo provoca danni alla salute degli operatori sottoposti a stress continuo ma, proprio per questo, può avere ulteriori ricadute negative sugli assistiti».
Tutti i numeri degli infermieri
Al 31 dicembre 2010 gli infermieri iscritti ai Collegi Ipasvi erano 398.494. Di questi, quasi un terzo (il 32,9% ) lavorano al Sud e nelle Isole, il 25,2% nel Nord-Ovest, il 21% nel Nord-Est e il 20,9% al Centro. A marzo 2012, tuttavia, il numero degli iscritti ha raggiunto e superato i 400.000. Aumentano i maschi. Le donne sono più dei tre quarti (oltre il 77% ), ma in alcune Regioni la presenza maschile è decisamente più alta: in Sicilia, per esempio, gli infermieri maschi sono più del 41%. L’età. La maggior parte degli infermieri si colloca nella fascia di età compresa tra 35 e 49 anni, mentre quelli tra i 60 e i 64 anni sono il 2,9%. Gli over 65 sono il 2%. I giovani (sotto i 30 anni) non arrivano al 10%. Una professione sempre più "colta" e di qualità. Cresce sensibilmente il numero degli immatricolati provenienti dai licei, passati da meno del 29% nel 2003-2004 al 46% circa nel 2009-2010. Tenendo conto degli esiti dell’esame di maturità, si registra una maggior presenza di diplomati che hanno preso i voti più alti e una diminuzione dei voti bassi. Tra l’anno accademico 2003-2004 e il 2009-2010 si registra un incremento degli immatricolati che hanno intrapreso come prima scelta le professioni sanitarie, infermieristiche e ostetriche: erano infatti il 46,3% del totale e sono diventati quasi il 60%. D’altronde, quella di voler fare l’infermiere è una scelta da incoraggiare per l’ 82% degli italiani, soprattutto perché ha un alto valore sociale e si trova facilmente occupazione (il 93% entro un anno dalla laurea). Dopo le "emergenze" degli anni Novanta, nell’ultimo decennio il numero di infermieri è cresciuto sia in valore assoluto sia come incidenza sulla popolazione: dal 2000 al 2010 sono aumentati di 80 mila unità, facendo crescere di un punto percentuale l’incidenza fino al 6,6 per 1.000 abitanti. Tuttavia, la dinamica incrementale continua a essere insufficiente, soprattutto in alcune aree del Paese. In generale, se si volesse portare l’Italia al rapporto infermieri/popolazione dell’Olanda (10,5 per 1.000 abitanti), bisognerebbe aumentare di oltre 266.000 unità il numero di infermieri al 2020, portandolo a circa 659.000. Ciò vuol dire che ogni anno il numero di infermieri in attività (come saldo tra chi cessa di svolgere la professione e i nuovi avviati al lavoro) dovrebbe crescere di oltre 26.000 unità, sino al 2020 incluso. Se invece si ponesse come benchmark la Francia (che ha 8,9 infermieri per 1.000 abitanti), bisognerebbe portare a oltre 482.000 il numero complessivo di infermieri entro il 2020, con un incremento di quasi 91.000 unità, pari a oltre 9.000 in più ogni anno. Crescono gli stranieri.Oltre il 10% degli infermieri sono stranieri con una punta del 16% nel Lazio. Nel periodo 2007-2010 sono aumentati di quasi 8.000 unità ( +25% ).
Indirizzi utili
FEDERAZIONE IPASVI
Via Agostino Depretis, 70 00184 Roma
Tel. 06.46200101
www.ipasvi.it
federazione@ipasvi.legalmail.it
"Al di là delle cure. Interventi complementari e di supporto in oncologia"
I malati di tumore si affidano nella quasi totalità alla bio medicina, ma nelle diverse fasi del percorso della malattia, che li sottopone a una notevole carica di stress fisico e psicologico, ricorrono frequentemente alle cure complementari. Spesso le conoscenze relative a queste cure vengono acquisite attraverso i media o la rete amicale, con il rischio di conseguire informazioni incomplete o errate che possono confondere e allontanare dagli obiettivi della cura. È importante quindi che i malati, i loro familiari, ma anche gli operatori sanitari, abbiano una corretta informazione in modo da chiarire l'efficacia di tali cure e da sviluppare aspettative adeguate. Questo è l'obiettivo del volume, scritto da un infermiere in oncologia, che ha lavorato per molti anni presso l’Istituto Nazionale dei Tumori, che descrive accuratamente le diverse forme di cure complementari specificando che esse non sono alternative alle cure tradizionali ma sono una parte di quella medicina integrata multidisciplinare che potrebbe e dovrebbe accompagnare il malato durante tutto il percorso di cura. Scopo di questo testo è anche stimolare l'interesse dei professionisti, con la finalità di costruire interventi di supporto, non sostitutivi, alle terapie oncologiche. L'uso appropriato di queste forme di cura, opportunamente integrate e utilizzate da operatori esperti, può infatti apportare grandi vantaggi sulla qualità della vita dei malati.
A cura di Piero Pantaleo, Edizioni Franco Angeli
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