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Rete Oncologica del Lazio: per ridurre del 30% le liste di attesa
Paola Sarno, N. 6/7 giugno/luglio 2012
Assicurare un accesso uniforme ai pazienti colpiti da tumore in tutti i centri del Lazio, offrendo loro la migliore qualità e innovazione nelle prestazioni, nella diagnosi e nella cura. È l’obiettivo dei 30 gruppi interdisciplinari, formati da 300 esperti, che hanno stilato un documento condiviso con venti linee guida suddivise per singola patologia. La pubblicazione è stata presentata in un convegno nazionale a Roma all’Istituto Tumori Regina Elena, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. «È dimostrato – ha sottolineato il prof. Francesco Cognetti, coordinatore scientifico del progetto e direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Regina Elena – che l’appropriatezza delle prestazioni mediche può significativamente influenzare i risultati dei trattamenti oncologici, le possibilità di sopravvivenza dei pazienti e la loro qualità di vita. Vogliamo ridurre le liste di attesa del 30% nei prossimi 24 mesi e individuare i centri di eccellenza in grado di offrire un servizio sanitario certificato di assoluto livello». Il documento redatto dagli esperti oncologi per essere consegnato alla presidente della Regione Lazio, Renata Polverini, con lo scopo che diventi uno strumento operativo, di confronto e di pianificazione, è il primo atto della Rete Oncologica del Lazio (ROL), istituita nel luglio 2011. Essenziale anche il ruolo delle Università nell’implementazione del network oncologico. «Il valore della rete – ha spiegato il prof. Luigi Frati, Rettore dell’Università di Roma I Sapienza – è quello di creare una stretta sinergia fra le strutture oncologiche del territorio, anche le più piccole, in modo da coordinare l’approccio diagnostico e terapeutico e mettere a disposizione di tutti i cittadini le tecnologie più sofisticate presenti nei centri più grandi». E, il prof. Rocco Bellantone, Preside della Facoltà di Medicina della Cattolica di Roma, al riguardo ha affermato che «l’obiettivo finale di tale pubblicazione è anche quello di produrre indicazioni delle dotazioni strutturali, tecnologiche, di expertise ed organizzative che dovranno essere presenti in ciascuna unità ospedaliera ai fini dell’accreditamento ad eseguire diagnosi e terapia in ogni patologia. I documenti saranno quindi estremamente utili ai fini della stesura dei piani strutturali e dei percorsi terapeutici nell’ambito delle quattro Macroaree di cui si compone la Rete Oncologica Regionale». Il progetto prevede misure di verifica, per disporre di una mappa chiara anche delle liste di attesa e della loro evoluzione nel tempo, a livello delle singole Istituzioni ospedaliere e dell’intera Regione Lazio. In caso di riscontro di non appropriatezza da parte delle Commissioni di controllo, le Istituzioni potranno prevedere ulteriori meccanismi di verifica ed eventuali provvedimenti sanzionatori, come l’abbattimento dei rimborsi o la temporanea sospensione dell’accreditamento. «L’adeguamento ai criteri uniformi stabiliti dalle linee guida del documento – ha concluso il prof. Renato Lauro, Rettore dell’Università di Roma II Tor Vergata – deve diffondersi, pur in relazione alle potenzialità tecnologiche, strutturali e di qualificazione del personale dei singoli centri, a tutte le strutture del Servizio Sanitario Regionale che, in assenza di indicazioni e raccomandazioni da utilizzare nella pratica clinica da parte delle autorità sanitarie centrali, potrebbero invece produrre prestazioni disomogenee e non in linea con i migliori standard riconosciuti a livello internazionale». Ogni anno nel Lazio si registrano 34.000 nuovi casi di tumore e 16.000 decessi, sebbene i dati sulla sopravvivenza siano prevalentemente incoraggianti. Tuttavia sono ancora 216.000 le persone che vivono nella Regione con una diagnosi di cancro. In particolare i big killer anche nel Lazio sono cinque: il tumore della mammella (con 4.000 nuovi casi nel 2011 e 700 decessi, ma anche una sopravvivenza in moderato e costante aumento); quello del polmone (con 2.000 nuovi casi nella regione tra gli uomini e 1.000 nelle donne nel 2010, oltre 3.400 persone decedute e un tasso di sopravvivenza quasi invariato negli ultimi anni e che si attesta intorno al 12% negli uomini ed al 16% tra le donne); la neoplasia del colon retto (con 2.200 casi tra gli uomini e 1.450 tra le donne sempre nel 2010, 830 decessi tra gli uomini e 570 tra le donne e una sopravvivenza di poco inferiore al 60% per i due sessi), quella della prostata (con circa 4.000 nuovi casi nel 2011, ma con una sopravvivenza intorno al 88% a cinque anni dalla diagnosi) e, infine, il cancro dello stomaco (con 800 nuovi casi nel 2010 tra gli uomini e 500 tra le donne, una mortalità di poco superiore a 400 casi tra gli uomini e di circa 250 tra le donne e una sopravvivenza ancora bassa anche se in aumento del 28% fra gli uomini e del 31% fra la popolazione femminile a 5 anni dalla diagnosi).
Al via un nuovo screening per il colon retto a Bolzano
Parte dal 1 luglio 2012 nella Provincia di Bolzano lo screening per la prevenzione colo-rettale mediante la ricerca del sangue occulto fecale da effettuare ogni due anni nella popolazione di età compresa fra i 50 ed i 69 anni. Il nuovo programma di prevenzione interesserà circa 104.500 persone, che saranno invitati dall'Azienda sanitaria a sottoporsi al controllo. Come ha sottolineato dall'assessore alla Sanità, Richard Theiner, si tratta di una novità fondamentale per l'Alto Adige nelle misure per potenziare la diagnosi precoce. Un altro passo importante nella direzione giusta dopo quelli fatti negli anni Novanta con l'introduzione di nuovi metodi per i pap-test che hanno migliorato la qualità di diagnosi e ridotto le diagnosi errate. Anche nella Provincia di Bolzano, infatti, si verificano nuovi casi di neoplasie dovuti anche all’invecchiamento della popolazione ed il tumore rimane la seconda causa di morte dopo le malattie cardio-vascolari. Nel 2010 in Alto Adige sono stati registrati oltre 1.400 nuovi casi di tumori maligni fra la popolazione maschile e 1.100 fra quella femminile, la maggior parte dei quali si ha colpito proprio la popolazione degli ultrasessantenni. E i nuovi casi tumorali sia negli uomini che nelle donne, riguardano per poco meno del 12% proprio il carcinoma del colon-retto, che è in assoluto il tumore a maggiore insorgenza nella popolazione italiana, con quasi 50.000 diagnosi annue nel 2011.
Costituita la Rete oncologica dell’Asp di Cosenza
In Calabria, l’Azienda sanitaria di Cosenza ha realizzato una Rete oncologica provinciale, in attuazione del Piano sanitario regionale 2007-2009. Ora, su una popolazione di circa 750.000 abitanti, sono attive tre unità operative di oncologia situate negli ospedali locali di Paola-Cetraro, Rossano-Corigliano e Castrovillari. Il coordinamento della rete è stato affidato al direttore dell’unità operativa di oncologia di Paola, Gianfranco Filippelli. Complessivamente, nel 2010 nell’unità operativa oncologica della cittadina calabra sono stati eseguiti 5.615 ricoveri in day hospital e 3.848 prestazioni ambulatoriali; in quella di Rossano 5.742 ricoveri giornalieri programmati e 1.898 ambulatoriali; nell’unità operativa oncologica di Castrovillari ci sono state, invece, 3.996 prestazioni di day hospital e 1.039 in ambulatorio. L’incremento dell’attività è stato del 30% circa nel 2011. Obiettivo della rete oncologica è quello di migliorare la presa in carico del paziente attraverso la collaborazione operativa tra il centro principale di Cosenza, le sue unità operative (in particolare il Dipartimento onco-ematologico e quello materno-infantile), la rete integrata delle cure palliative e della terapia del dolore, nonché il servizio di assistenza domiciliare e l’unità operativa di screening. Scopo finale anche quello di realizzare un monitoraggio continuo di verifica di tutte le attività dell’Asp di Cosenza, compresi i dati relativi alle migrazioni sanitarie.
A Bologna un progetto di civiltà per le donne straniere
Un'azione coordinata di tre reatà del non profit bolognese per andare incontro alle esigenze sanitarie delle donne migranti, che spesso si sottopongono troppo tardi agli screening o non vi si sottopongono affatto. "La prevenzione non ha colore" è un progetto sostenuto dall'assessorato alle Pari opportunità della provincia di Bologna, che sarà portato avanti fino al 2014 da Pace Adesso-Peace Now, insieme a Lilt Bologna e Manos Sin Fronteras. «Non esistono statistiche su quante siano le immigrate vittime di tumori alla mammella o al collo dell'utero», ha spiegato Domenico Francesco Rivelli della Lilt. «La priorità è conoscere i numeri del fenomeno, ma sappiamo già che alcune categorie di donne, come quelle africane e sudamericane, arrivano alla diagnosi con un ritardo medio di un anno e sono colpite da forme tumorali gravi che tra le italiane, grazie all'introduzione del pap test, non si vedono da 30 anni. Iniziamo offrendo a tutte questo test, il più semplice dei mezzi di prevenzione». Le campagne della Lilt per la prevenzione nelle donne hanno portato a un aumento continuo delle visite. Ma secondo dati del 2010, il 90% delle aderenti alla campagna sono donne italiane. Necessario quindi avvicinare ai test con fiducia con un approccio olistico e di autocoscienza anche le donne di cultura diversa dalla nostra anche attraverso il contributo di mediatori culturali. "La prevenzione non ha colore", un progetto di civiltà è finanziato da Ima, società che scelto di impegnarsi su questo fronte.
CNR: la senescenza delle cellule non ferma il melanoma
La senescenza cellulare che avviene spontaneamente nelle cellule di melanoma non ne arresta la crescita. La notizia arriva dai ricercatori di Cnr, Università di Milano e Cornell University, che hanno pubblicato su "PLoS Computational Biology" uno studio che accerta la presenza delle staminali tumorali nel melanoma, responsabili della sua crescita e quindi potenziali obiettivi terapeutici. Le cellule tumorali, inserite in un ambiente nutritivo e di crescita adatto, tendono a proliferare indefinitamente. Questo ha fatto supporre finora che l’invecchiamento cellulare potesse essere un freno alla loro crescita. Invece lo studio ha dimostrato che la senescenza delle cellule di melanoma, non blocca la proliferazione tumorale. Le osservazioni sono state effettuate su topi con sistema immunocompromesso ed è poi stato sviluppato un modello matematico basato sull'ipotesi che all'interno del tumore sia presente una piccola frazione di cellule staminali tumorali che si divide indefinitamente, senza andare in senescenza. Quindi indurre un processo di senescenza non sembra un’opzione terapeutica valida poiché accelerarla porterebbe solo a una scomparsa temporanea del cancro. Necessario quindi sviluppare nuove strategie per curare il melanoma. «La sfida è superare la resistenza alla senescenza delle staminali tumorali e sviluppare metodi che colpiscano specificamente queste cellule», ha detto l’esperto dello Ieni-Cnr, Stefano Zapperi.
Indirizzi utili
Istituto Nazionale Tumori Regina Elena Irccs
Via Elio Chianesi 53 00144 Roma
Prenotazioni/informazioni: 06.52662727 – 800.986868
Centralino: 06.52661
www.ifo.it
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