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Valderice: la terapia del doloreCristina Mazzantini, N. 8/9 agosto/settembre 2012 Il dolore in un paziente oncologico su due non è trattato adeguatamente. A due anni dall’approvazione della legge 38 del 2010 sulle cure palliative, resta ancora molta strada da percorrere per lenire un sintomo presente in circa 1/3 dei casi al momento della diagnosi di cancro e che, in fase avanzata, colpisce almeno i 2/3 dei malati e il 90% di quelli terminali. Alla "terapia del dolore" è stato dedicato il Convegno Nazionale di Valderice, promosso dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e dalla Fondazione AIOM, che ha visto la partecipazione di oltre 100 specialisti. Nella cerimonia d’apertura il professor Paolo Marchetti, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica presso l’ospedale S. Andrea di Roma, ha tenuto un’interessantissima lezione partendo dalla definizione del dolore, inteso come «un’esperienza sensitiva ed emotiva spiacevole, associata a un effettivo o potenziale danno tissutale, o comunque descritta come tale». «Il dolore è sempre soggettivo – ha chiarito ancora il nostro oncologo poiché – ogni individuo apprende il significato di tale parola attraverso le esperienze correlate a una lesione durante i primi anni di vita. Essendo una esperienza spiacevole, alla componente somatica del dolore si accompagna anche una carica emozionale. Il dolore non è un’entità meramente fisica, definibile da un punto di vista fisiopatologico e causale, ma è l’elaborazione individuale di una sensazione fisica». Il relatore ha poi elencato alcuni tra i maggiori quadri clinici interessati: l’osteortrosi, l’artrite reumatoide, la cefalea, il dolore post-mastectomia, il dolore oncologico, l’angina pectoris, i dolori viscirali cronici, il dolore post-operatorio, dolore dell’arto fantasma, la nevralgia post-erpetica, la neuropatia diabetica. Il prof. Marchetti si è soffermato, quindi, a descrivere quali possano essere le maggiori conseguenze di un dolore cronico ovvero: immobilità conseguente un ridotto utilizzo dei muscoli e articolazioni; immunodepressione e aumento di suscettibilità alle malattie; disturbo del sonno; mancanza di appetito; dipendenza dei farmaci; dipendenza dai familiari o supporto assistenziale esterno; poca efficienza nel lavoro o inabilità; isolamento sociale; ansia, paura, frustrazione, depressione e suicidio. Dopodiché il nostro esperto ha cercato di puntualizzare quale sia l’entità del problema: «Ben 75 milioni di persone in Europa (il 19% della popolazione adulta) sono interessate dal problema del dolore cronico, in particolare le donne, tanto che ne soffre circa 1/3 di tutte le casalinghe europee. In Italia, terzo Paese europeo per frequenza di casi dopo Norvegia e Belgio e primo per quanto riguarda la frequenza di dolore cronico severo, il problema colpisce più di 12 milioni di pazienti». Ma non solo. «Nel 2007 sono stati spesi oltre 3 milioni di euro per terapie e una cifra non valutabile per accertamenti e visite mediche. Il dolore cronico causa una perdita di oltre 3 milioni di ore lavorative». Per comprendere meglio il fenomeno bisogna anche riconoscere le conseguenze individuali che sono: il 23% dei pazienti dichiara di aver dovuto cambiare la propria posizione sociale; il 14-17% ha asserito di aver perso il proprio lavoro; il 28% ha avuto un cambio di responsabilità della propria mansione; il 20% ha dovuto cambiare lavoro. Nel 18% dei casi poi i pazienti che soffrono di dolore cronico ammettono di vivere un senso di abbandono e la sensazione di perdere il proprio ruolo all’interno della famiglia. Il 22% degli intervistati presenta depressione e il 50% prova un senso di sfiducia e di malessere. A questo punto è bene chiedersi quale sia il significato del dolore. «Senza dubbio il dolore è uno dei temi originari, ma anche una motivazione originaria della medicina», ha evidenziato ancora il professor Marchetti. «Il dolore non può essere ridotto soltanto alla biologia, il dolore è un tema della psicologia, della sociologia, della filosofia e anche della teologia». E ancora. Dolore o sofferenza? «Spesso i nostri pazienti ci dicono "perché io?" o "non mi abbandoni…", testimoniando il bisogno non solo di cure mediche ma del mantenimento di una condivisione umana dei loro problemi». Bisogna passare dalla dimensione sociale a quella personale, da quella organica a quella emotiva, da quella psicologica a quella fisica. E chiedersi "cos’è il cancro nell’immaginario collettivo?", ricordandosi che il paziente oncologico è una persona che vede la propria vita limitata, ostacolata e minacciata dalla malattia dalla prognosi e dalle conseguenze delle cure. Ma non basta. Un’altra domanda da porsi è senza dubbio questa: "Quali sono i vissuti e le difese del paziente?" «I più comuni sono: la negazione ovvero l’atteggiamento frequente, può avere temporaneamente funzione adattiva e deve essere rispettato; la colpa e rabbia del tipo: cosa ho fatto di male per meritare questo? Perché proprio a me, perché proprio adesso? E ancora; l’incertezza e la paura. Il cancro minaccia la progettualità nel tempo, lo status sociale, l’importanza del ruolo all’interno della famiglia, suscita la paura del dolore fisico ed evoca la morte; l’isolamento che può esprimere il bisogno di stare soli per prendere contatto con la propria situazione, per elaborare i propri sentimenti oppure può diventare un sintomo di depressione», ha risposto il nostro esperto. Cancro in cifre L'esempio toscano Le giornate dell'etica in oncologia |