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Tumori ginecologici
Cristina Mazzantini, N. 8/9 agosto/settembre 2012
Ogni anno, in Italia, 2.500 donne con meno di 40 anni sono colpite da tumore al seno e più di un terzo di loro non ha ancora avuto figli. Solo il 10% ricorre alle tecniche che oggi permettono di preservare la fertilità mentre il 90% perde l’opportunità di diventare madre. «Dobbiamo impegnarci di più per informare tutte le pazienti. Due donne malate su tre cercano informazioni sul tumore sul web dove, però, il rischio di false o cattive indicazioni è molto alto. Ecco perché solo siti che abbiano una validazione scientifica possono rappresentare un aiuto reale», ha spiegato il professor Stefano Cascinu, presidente dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), in apertura della XX Conferenza Nazionale che si è tenuta a Mestre dal 20 al 22 aprile scorso. In presenza di oncologi medici e giornalisti si è discusso ampiamente di oncologia ginecologica ricordando che solo in Italia, ogni anno, si registrano 45.000 nuovi casi di cancro al seno, 7.700 all’endometrio, 4.500 all’ovaio e 3.500 all’utero. Quindi l’AIOM ha lanciato un appello a tutte le donne perché si rivolgano solo a siti certificati. «È essenziale utilizzare tutti gli strumenti disponibili per informare correttamente i malati», ha proseguito il professor Cascina. «Internet e i social network rappresentano un’opportunità da non sottovalutare, soprattutto per le donne giovani che spesso ricorrono a questi strumenti. Ma va posta particolare attenzione al rischio che sul web le "bufale" siano spacciate per verità. Sempre più spesso, infatti, si rivolgono a noi pazienti e familiari esigendo pseudoterapie o "tecniche" che non hanno nulla di scientifico. La nostra società scientifica da sempre s’impegna per fornire ai pazienti informazioni certificate dal sito ufficiale dell’AIOM e della Fondazione AIOM, fino all’ultimo nato, www.sempredonna.net, con utili consigli per le donne colpite da tumore, forniti da esperti e dalle stesse pazienti». «I progressi nella lotta alle neoplasie femminili sono straordinari», ha affermato il professor Sandro Pignata, presidente della Conferenza Nazionale. «Grazie alla diagnosi precoce salviamo molte vite e una donna su 2 guarisce se il tumore è individuato nella fase iniziale. Inoltre riusciamo a far sopravvivere le pazienti più a lungo e con una migliore qualità di vita. Le terapie oggi disponibili permettono di raggiungere questi risultati». Non sempre è possibile individuare in fase iniziale il tumore. «Nel caso particolare del cancro dell’ovaio», ha sottolineato il professor Giovanni Scambia direttore del Dipartimento per la Tutela della salute della donna e della vita nascente del Policlinico Gemelli di Roma, «a differenza di quanto avviene in quello del seno, la diagnosi precoce è particolarmente difficile perché non vi sono sintomi che la permettano. Con la conseguenza che nell’ 80% dei casi la neoplasia viene scoperta solo quando è già in uno stadio avanzato. Ecco perché, anche se non vi sono fattori di rischio chiaramente dimostrati, è importante puntare sulla prevenzione. Attenzione quindi allo stile di vita, seguendo un’alimentazione corretta ed evitando di fumare». La Conferenza di Mestre ha dedicato grande spazio agli strumenti per tutelare la fertilità. I trattamenti chemioterapici determinano la menopausa precoce in 7 donne su 10, che è un’eventualità che spaventa le donne e spesso influenza la decisione nei confronti delle cure. Tuttavia con le tecniche oggi disponibili è possibile realizzare il desiderio delle pazienti di diventare madri dopo il cancro. Il metodo più diffuso è rappresentato dalla crioconservazione (ibernazione in azoto liquido) degli ovociti o di pezzi di tessuto ovarico che potranno essere utilizzati dopo la fine delle terapie. Ma non solo. Recentemente è stata messa appunto ed è in sperimentazione, una tecnica tutta italiana che permette di mettere "a riposo" le ovaie durante la chemioterapia, così da preservarle dall’attacco dei farmaci. Una sessione della conferenza è stata dedicata alla "Neoplasia in gravidanza" : ben il 15% dei tumori al seno diagnosticati in donne al di sotto dei 35 anni si verifica durante la gestazione. Se da un lato ritardare la terapia può mettere la paziente in grave pericolo e di conseguenza esporre a rischio il futuro del bambino, dall’altro fino a oggi i dati su questo particolare tema erano scarsi. «Una delle più importanti riviste scientifiche internazionali come Lancet Oncology», ha puntualizzato il professor Carmine Pinto, segretario nazionale AIOM, «ha recentemente pubblicato risultati che dimostrano che i bambini nati da mamme sottoposte a chemioterapia durante la gravidanza, a partire dalla 14a settimana, hanno una crescita e uno sviluppo nella norma, al confronto con piccoli le cui mamme non sono state sottoposte al trattamento antitumorale. I dati relativi al comportamento dei bambini, la salute generale, l’udito, lo sviluppo e il funzionamento del cuore e la crescita generale, sono apparsi del tutto confrontabili con quelli riscontrati nella popolazione generale. La decisione di somministrare la chemioterapia deve dunque sottostare alle stesse linee-guida che riguardano le pazienti non in gravidanza: è possibile cominciare i cicli di chemioterapia a partire dalla 14a settimana di gestazione in poi, naturalmente prestando una particolare attenzione alle cure prenatali. Le nuove conoscenze aumentano le speranze di salvare la vita sia alla madre che al bambino». Sempre a Mestre gli esperti si sono confrontati sul tumore dell’endometrio di cui si parla poco, spesso anche sottovalutato, e passando sotto silenzio. La realtà, però, è un’altra ed è quella che vivono circa 7.700 donne alle quali ogni anno è diagnosticata la malattia. L'endometrio è il tessuto più superficiale, popolato di ghiandole e rivolto verso la cavità interna dell'utero. I tumori che lo colpiscono rappresentano quasi la totalità dei tumori che affliggono il corpo dell'utero. Il carcinoma dell’endometrio occupa il sesto posto tra i tumori che vengono diagnosticati alle donne (il quarto tumore per frequenza dopo mammella, polmone e colon). A essere più colpite sono le donne anziane, con un picco dopo i sessant’anni, ma anche le donne più giovani non sono al sicuro. Secondo gli esperti il numero dei casi è piuttosto alto, aggravato dal fatto che il fenomeno è in continuo aumento. Tra i motivi possibili vi è l’allungamento della vita media, un’alimentazione poco salutare ricca di grassi e, soprattutto, l’obesità. Quello che emerge dalla Conferenza Nazionale dell’Associazione italiana di oncologia medica è l’importanza della prevenzione. Gli oncologi sottolineano il peso che può avere l'informazione e soprattutto la sensibilizzazione in merito alla malattia, perché l’intervento precoce può fare la differenza. Il sintomo più evidente del tumore dell'endometrio è un sanguinamento vaginale anomalo che si presenta nel 90% dei casi. Molto spesso, però, il tumore viene sottovalutato dalla donna che non lo percepisce come un segnale d’allarme. Tuttavia, secondo i dati illustrati, nel 70% dei casi la malattia viene diagnosticata in fase iniziale consentendo quindi di intervenire. La raccomandazione degli esperti è quella di fare attenzione ai sintomi. Un sanguinamento vaginale inconsueto dopo la menopausa, o tra un ciclo dell’altro, dovrebbe indurre la donna a rivolgersi al medico.
Cancro alle ovaie e altezza
Le donne più alte avrebbero maggiori possibilità di sviluppare un cancro alle ovaie rispetto a quelle più basse. È quanto dimostra una ricerca dell’Università di Oxford, per la quale sono stati rivisti 47 studi precedenti che hanno coinvolto circa 100.000 donne con diagnosi di cancro alle ovaie e nelle quali è stato riscontrato un collegamento con l'altezza. Gli scienziati hanno rilevato che l’aumento di 2 cm. di altezza porta a un incremento del rischio di sviluppare la malattia pari al 7%. Il motivo sarebbe il fatto che le donne più alte hanno un numero maggiore di cellule che possono diventare cancerogene: gli ormoni della crescita e l’eventuale sovrappeso possono poi svolgere ruoli chiave nello sviluppo della patologia. La professoressa Valerie Beral, ricercatrice, ha descritto il legame tra lo sviluppo del cancro alle ovaie e l’altezza come ''curioso'', spiegando che è importante definire bene ciò che ne è alla base per prevenire anche altre forme di cancro, come quello al seno.
Melanoma in cifre
Ripetuti eccessi di esposizione ai raggi solari durante l’infanzia triplicano il rischio di sviluppare il melanoma da adulti. Perciò i piccoli vanno difesi dal sole con adeguate protezioni, evitando sempre l’esposizione nelle ore centrali della giornata, soprattutto con l’arrivo della bella stagione. Sono queste le prime raccomandazione degli oncologi, la cui società scientifica, Aiom, alle "Nuove frontiere nel trattamento del melanoma" ha dedicato un convegno, tenutosi a Napoli. La maggiore incidenza di questo tumore della pelle – che ogni anno nel nostro Paese fa 1.500 vittime e colpisce circa 7.000 persone – si registra nelle regioni settentrionali, seguite da quelle del Centro e del Sud. Il melanoma rappresenta il 4% dei tumori della pelle, ma è responsabile dell’ 80% dei decessi per cancro della cute. Un paziente su cinque sviluppa la forma aggressiva e avanzata della malattia. La sua incidenza è cresciuta a un ritmo superiore a qualsiasi altro tipo di tumore, a eccezione delle neoplasie maligne del polmone nelle donne. E colpisce persone sempre più giovani, di età compresa tra i 30 e i 50 anni.
Cancro alle ovaie in cifre
Ogni giorno in Europa circa 500 donne muoiono di tumore alle ovaie, mentre in Italia sono diagnosticati ogni anno 5.000 nuovi casi. È un tipo di cancro su cui c’è molta disinformazione nel nostro Paese, dato che la maggioranza delle italiane non lo conosce o lo confonde con quello all'utero. A fare il punto recentemente sono stati pazienti, ricercatori e clinici nell’incontro organizzato a Milano da Acto Onlus (Alleanza Contro il Tumore Ovarico) con l’Istituto Mario Negri. A essere colpite da questo tumore sono soprattutto donne in età avanzata. Secondo alcuni studi svolti tra il 2005 e il 2007, a cinque anni dalla diagnosi, soltanto il 37% delle pazienti sopravvive alla malattia. A causa dell’asintomaticità degli stadi iniziali della malattia e la poca informazione, attualmente la percentuale di sopravvivenza, nel caso in cui il tumore venga diagnosticato in una fase avanzata, si attesa al 30-50%. Al momento le maggiori speranze vengono dall’impiego di terapie antiangiogeniche (come l’anticorpo contro il fattore angiogenico VEGF) che hanno mostrato di aumentare l’efficacia delle terapie standard. Un farmaco attivo per le recidive è la trabectedina, farmaco di origine marina approvato come antitumorale, prima per i tumori delle parti molli del corpo e poi per quello ovarico, grazie anche alle ricerche svolte dell’Istituto Mario Negri, l’Istituto Europeo di Oncologia e la Fondazione Istituto dei Tumori di Milano. «Obiettivo dell’incontro», ha spiegato la dottoressa Flavia Villevieille Bideri, presidente di Acto, «è informare e avvicinare pazienti, ricercatori, medici e strutture del territorio per creare un’alleanza». La senatrice Emanuela Baio (Terzo Polo) ha poi ricordato i punti principali della mozione approvata in Senato a sostegno delle donne affette da carcinoma ovarico, con cui si propone l’istituzione di una giornata dedicata al tumore dell'ovaio e la promozione di un programma di prevenzione.
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Aspirina e cancro
Dalle malattie cardiovascolari ai tumori. Tre nuovi studi, pubblicati su Lancet, aggiungono prove all’effetto protettivo e potenzialmente terapeutico contro il cancro legato all’assunzione di basse dosi quotidiane di aspirina. Il team di Peter Rothwell della Oxford University firma tutti e tre i lavori, ma gli stessi studiosi avvertono che non ci sono ancora dati sufficienti per raccomandare il medicinale "salvacuore" per la prevenzione oncologica. Inoltre si tratta di un farmaco che può causare pericolosi effetti collaterali come le emorragie gastriche. Secondo i ricercatori, che hanno esaminato i dati di 51 trial randomizzati su oltre 77mila pazienti (designati in origine per misurare l’effetto cardiovascolare), l’aspirina riduce del 15% il rischio di morte per cancro rispetto ai controlli, con un -35% per chi assume il medicinale da oltre 5 anni. In particolare, una bassa dose giornaliera del farmaco (75mg) sembra ridurre il numero totale di casi di cancro di circa 1/4 dopo soli tre anni. Gli altri studi hanno esaminato l’effetto dell’acido acetilsalicilico sulle metastasi, analizzando i dati di alcuni trial. Così, si è scoperto che l’aspirina riduce la probabilità che il cancro, in particolare quello intestinale, si diffonda in altre parti del corpo. Allo stesso tempo il medicinale riduce il rischio d’infarto e ictus, ma aumenta quello di emorragie. «Gli studi mostrano che l’uso regolare di aspirina riduce i pericoli a lungo termine di diversi tipi di tumore e di metastasi. E i risultati degli studi rigorosi metodologicamente sono coerenti con quelli dei trial controllati», hanno concluso gli autori.
Il calore blocca il proliferare delle cellule cancerose
L’ipertermia, una terapia che può essere affiancata a quelle tradizionali, è in grado di "bloccare" l’attività di alcune proteine che rendono i tumori resistenti. Lo ha scoperto uno studio italiano illustrato nel corso di un workshop all’ospedale Santo Spirito di Roma. «Alcuni tumori resistenti a chemio e radioterapia presentano un’alterazione di un fattore proteico antiapoptotico che impedisce, cioè, la morte della cellula», ha spiegato la professoressa Maria Gabriella Santoro, Ordinario di Virologia all’Università Tor Vergata di Roma. «Quello che abbiamo scoperto è che l’ipertermia blocca l’attività di questo fattore, favorendo l’apoptosi in questi tipi di tumore». L’ipertermia sfrutta la maggiore sensibilità al calore delle cellule tumorali e consiste nel sottoporre al riscaldamento, di solito con radiofrequenze, le cellule fino a una temperatura di circa 43°, provocandone la morte. «In Germania, dove ci sono più di 100 Centri, ma anche in Giappone e Usa, questa tecnica è usata largamente, mentre da noi siamo ancora indietro», ha precisato il professor Giuseppe Pigliucci, Ordinario di Chirurgia all’Università Tor Vergata di Roma. «Se usata in aggiunta alla chemioterapia o alla radioterapia, la tecnica può dare ottimi risultanti, aumentando l’efficacia su diversi tipi di tumore. Il workshop ha riunito i principali esperti italiani ed è servito a elaborare le prime linee guida sull’utilizzo di questo tipo di terapia».
Il caffè protegge dal cancro
Bere un caffè dopo aver fatto ginnastica potrebbe aiutare a combattere il cancro alla pelle. È quanto emerge da uno studio realizzato dalla Rutgers Ernest Mario School of Pharmacy del New Jersey negli Stati Uniti, che ha mostrato come per prevenire l’insorgere di questa patologia sia efficace l’azione combinata di attività fisica e caffeina. Per arrivare a questa conclusione gli scienziati hanno analizzato il comportamento di due gruppi di topi. Il primo gruppo inizialmente ha svolto allenamenti servendosi di una ruota, il secondo ha bevuto sostanze a base di caffeina, ma solo quando le due azioni si sono combinate i risultati ottenuti sono stati migliori. I casi di cancro alla pelle sono infatti diminuiti del 92%. Il dottor Yao-Ping Lu, che ha svolto la ricerca, ha chiarito: «Abbiamo trovato che la combinazione tra attività fisica e caffeina può diminuire la formazione del cancro della pelle dovuto all’esposizione al sole nei topi. Crediamo che si possano applicare questi risultati agli esseri umani. E possiamo anticipare che anche gli uomini potrebbero trarre beneficio da questi due trattamenti combinati».
Test cancro al seno
Identificare le donne a rischio di ammalarsi di cancro al seno con un semplice test del sangue non è più una fantasia lontana. Alcuni ricercatori dell’Imperial College di Londra hanno infatti scoperto una forte associazione tra il rischio di malattia e un’alterazione molecolare in un gene dei globuli bianchi, noto come atm, analizzando i campioni di sangue di 1.380 donne, 640 delle quali hanno sviluppato il tumore alla mammella. A spiegarlo è lo studio pubblicato sulla rivista Cancer research, un risultato a cui gli scienziati sono arrivati cercando prove della metilazione, il meccanismo epigenetico che rende i geni sensibili all’esposizione a fattori ambientali come ormoni, radiazioni, alcol, fumo o inquinamento, e che accende e spegne i geni. In particolare si è visto che le donne con i livelli più alti di metilazione, che influiscono sul gene atm, hanno una probabilità doppia di sviluppare il cancro al seno rispetto a quelle con i livelli più bassi. In media il test del sangue è stato fatto tre anni prima della diagnosi, in alcuni casi anche 11 anni prima. I risultati sono molto chiari, soprattutto nei campioni prelevati da donne under 60. Il gene atm è stato associato anche ad altri tumori come linfomi e leucemie. Con questa scoperta, secondo i ricercatori, sarà possibile sviluppare un test del sangue per valutare il rischio di tumore al seno a uno stadio molto iniziale. Insieme ad altre informazioni come la familiarità, si potranno identificare le donne da seguire con azioni preventive.
Alcol e tumore al seno
Non è un unico lavoro ma sono ben 113 studi a dirlo: anche bassi consumi di bevande alcoliche – un bicchiere al giorno – possono aumentare del 5% il rischio di tumore della mammella. Se poi si considera un consumo elevato di alcol, ovvero 3 bicchieri al giorno o più, il pericolo aumenta addirittura del 40/50%. Sarebbe infatti questo il risultato di una revisione su alcol e il tumore della mammella, pubblicata su Alcohol and Alcholism. La review è stata fatta da un team di ricercatori dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche "Mario Negri" dell’Università di Milano e dell’Università di Heidelberg. Chi pensava che un bicchiere di vino rosso al giorno facesse bene a tutti è stato dunque smentito. «È sicuramente vero che bere quotidianamente piccole quantità di un buon vino possa essere d’aiuto per i pazienti di mezza età o anziani, avendo effetti sul rischio cardiovascolare», ha commentato Carlo La Vecchia. «Ma il rischio per quanto riguarda il legame tra cancro e alcol – e dunque non solo vino, ma anche birra e superalcolici – non scende affatto. Anzi, questo studio dimostra che il pericolo per il tumore alla mammella cresce anche per un’assunzione limitata». La Vecchia ha concluso: «Il tumore della mammella è diverso dagli altri tumori associati all’alcol perché anche piccole dosi possono aumentare il pericolo, per questo le donne non dovrebbero superare un bicchiere al giorno. Anche perché questo tipo di neoplasia è piuttosto comune. Inoltre le donne che hanno una familiarità, o per le quali è noto un rischio specifico, dovrebbero cercare di non bere affatto alcol, o quantomeno limitare l’uso a un’assunzione occasionale».
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