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Cancro e Cinema binomio non veritiero: i registri sottovalutano la possibilità di diagnosi precoce e cure
Monica Melotti, N. 12 dicembre 2012
Nei film i personaggi affetti da tumore spesso non sopravvivono alle cure. Sul grande schermo il cancro non è più un tabù, ma in troppi casi viene rappresentato ancora come una sentenza di morte. Raramente, infatti, i film raccontano in modo corretto le chance di sopravvivenza di chi oggi viene colpito da un tumore e il più delle volte chi ha contratto il cancro muore. Questa è la conclusione di uno studio italiano, "Oncomovies: Cancer in cinema", presentato al recente congresso dell'Esmo, la Società europea di oncologia medica, a Vienna.
Lo studio oncomovies
L'équipe dell'università Sapienza di Roma, coordinata da Luciano De Fiore, professore aggregato alla Facoltà di filosofia, ha analizzato 82 pellicole incentrate su un personaggio a cui era stato diagnosticato un cancro: da La gatta sul tetto che scotta (pellicola del 1958 dove un padre ammalato di tumore si confronta con il figlio alcolizzato) e ancora prima con il Diario di un curato di campagna (che è affetto da un tumore allo stomaco: e siamo nel 1951), fino ad arrivare a Gran Torino, film di Clint Eastwood, dove oltre a essere il regista, interpreta un reduce dalla guerra di Corea, anziano e malato, che prima disprezza, poi finisce per difendere dai teppisti i suoi vicini di casa, asiatici di etnia Hmong. Il reduce Eastwood tossiva tanto e probabilmente aveva un tumore al polmone; nel film non muore per quello, ma perché viene ucciso dai delinquenti della banda. In questo caso il tumore assume il ruolo da comprimario. Nel film Erin Brockovich (il titolo italiano è: Forte come la verità, del 2000), la storia si concentra sulla segretaria di uno studio legale (interpretata da Julia Roberts) che indaga su una compagnia sospettata di avere contaminato le falde acquifere di una cittadina americana, provocando tumori ai residenti e fa emergere l’aspetto epidemiologico della malattia e le sue cause ambientali. Lo stesso fanno l’avvocato Michael Clayton nell’omonimo film del 2007 e la pellicola Le ultime 56 ore dell’italiano Claudio Fragasso sui linfomi dei militari e l’uranio impoverito della guerra di Balcani. «Molto spesso la persona malata non vince la sua battaglia» dice il ricercatore. «La sua morte è funzionale alla storia, ma si tratta di un plot così standardizzato che resiste negli anni e non tiene conto dei reali progressi dei trattamenti antitumorali. Nei film i malati di cancro raramente sopravvivono grazie alle terapie, nella vita reale fortunatamente non è così. Nelle pellicole analizzate, 40 personaggi colpiti da tumore erano donne, 35 uomini. La cura più menzionata è risultata la chemio, seguita dalla terapia del dolore. Nel 63% dei film il paziente affetto da tumore muore».
Al tumore al seno non viene data la giusta attenzione
La terapia più citata nei film presi in esame risulta essere la chemioterapia, seguita dai trattamenti antidolorifici. Non solo: Hollywood non sembra focalizzarsi sui big killer (a eccezione del cancro al polmone), ma preferisce parlare di leucemie, linfomi e neoplasie al cervello. Il cancro al seno, il primo tumore per le donne, è quasi sempre snobbato. Nonostante tutte queste considerazioni, però, i ricercatori ritengono che usare il grande schermo per raccontare storie sul cancro possa avere un impatto positivo sia sui pazienti che sui medici. «Può servire – commenta De Fiore – ad aumentare l’attenzione al problema e a capire il valore delle nuove terapie. Non solo: può aiutare gli oncologi a prendere in considerazione alcuni problemi che a volte trascurano. Per esempio: le conseguenze che la malattia può avere sulla sessualità, il rapporto medico-paziente, gli effetti delle terapie. E, perché no, il significato della vita e della morte».
Bene i temi affrontati nel cinema
Tornando all'indagine va meglio se si guarda agli aspetti affrontati dal cinema. I film di quest'ultimo periodo, fanno notare i ricercatori, hanno trattato alcune delle più importanti questioni legate alla malattia, come la diffusione e le cause ambientali, vedi i film "Erin Brockovich", "Michael Clayton" e "Le ultime 56 ore". Oppure l'assistenza al malato nella fase terminale della malattia, tema difficile che è stato affrontato con delicatezza e un tocco di umorismo nelle "Invasioni barbariche". Lo stesso tema è stato affrontata dal film L’eternità e un giorno (Mia aioniotita kai mia mera, titolo originale greco, 1998) e La prima cosa bella (italiano del 2010). «Oggi il cinema si occupa di alcuni aspetti legati ai tumori che erano totalmente assenti in passato» commenta De Fiore. «Il cancro non è un soggetto facile da rappresentare, ma il fatto che se ne parli in qualche film permette di far conoscere meglio al pubblico questa malattia e le sue implicazioni». Nel complesso comunque gli esperti promuovono questo genere di film. Dello stesso avviso è anche Roberto Labianca, presidente del Cipomo (Collegio italiano primari oncologi medici ospedalieri). «Uno strumento di comunicazione di massa come il cinema può essere prioritario nel veicolare importanti argomenti» sottolinea l’oncologo. «Fortunatamente la realtà è molto diversa da come la si descrive nei film, soprattutto per quanto riguarda la sopravvivenza e per questo invitiamo la grande scuola cinematografica italiana affinché in futuro contribuisca a fornire una visione più veritiera dello stato attuale delle cose. Soprattutto a consolidare un sentimento di fiducia nell'animo dei pazienti che si trovano ad affrontare questo difficile percorso. Per la nostra parte saremmo orgogliosi e felici di offrire il nostro apporto di consulenza». Rappresentare il tumore nella trama dei film è una sfida che si può vincere soltanto mettendo insieme le diverse forze. Anche il cinema può e deve essere volano di speranza nei confronti dei pazienti. A questo proposito il Cipomo si sta impegnando nell'organizzazione sul territorio nazionale di iniziative e momenti collettivi con l'obiettivo di sensibilizzare e far conoscere gli aspetti più importanti del mondo dell'oncologia.
Il cancro nel cinema e nella vita reale
Il progetto Oncomovies va avanti. Si è infatti appena concluso a Roma un convegno "Il cancro nel cinema e nella vita reale". L’obiettivo della prima fase del progetto era quello di far capire all'oncologo attraverso i film che il paziente era anche una persona, con una propria vita fuori dall’ospedale. L'oncologo in pratica non deve concentrarsi solo sull'obiettivo principale, che è quello di sconfiggere il tumore, ma deve cercare di preservare il paziente anche dagli effetti collaterali della chemioterapia (nausea, vomito ecc.) e di aiutarlo nelle dinamiche familiari. La seconda fase del progetto, che è stata illustrata a Roma, sposta l’obbiettivo sul paziente. Lo scopo è quello di rendere il paziente consapevole del fatto che è possibile evitare gli effetti collaterali della chemioterapia avvalendosi di terapie di supporto (contro nausea e vomito ma anche fattori di crescita che sostengano il sistema ematico e immunitario). Risulta quindi fondamentale una corretta comunicazione fra medico e malato per migliorare la qualità della vita durante la chemioterapia. La conferma di questo passaggio importante viene anche da un'indagine realizzata insieme a Salute Donna e alla SIPO (Società Italiana di Psiconcologia), che è andata a verificare come i pazienti oncologici affrontano la chemioterapia, quali sono gli effetti collaterali che li colpiscono maggiormente e con che frequenza, in che modo incidono sulla qualità della vita familiare e lavorativa.
Mille nuovi casi di tumore al giorno
In Italia i tumori rappresentano la seconda causa di morte ( 30% ), dopo le malattie cardio-circolatorie ( 38% ) e si stima che nel 2012 provocheranno 175mila decessi, circa 500 al giorno. Ma i nuovi casi di cancro saranno 364mila nel 2012 (erano 360 mila nel 2011, ovvero mille al giorno) e, nel complesso sono in miglioramento le percentuali di guarigione: il 61% delle donne e il 52% degli uomini, infatti, è vivo a 5 anni dalla diagnosi, con una sopravvivenza particolarmente elevata per i tumori frequenti come quello al seno ( 87% ) e della prostata ( 88% ), grazie anche alla più alta adesione alle campagne di screening, che consentono di individuare la malattia in uno stadio iniziale, e alla maggiore efficacia delle terapie. Un dato che pone il nostro Paese all'avanguardia a livello europeo e mondiale.
La forza di cambiare
Il volume racconta storie di donne e di uomini comuni, ma anche di medici e psicologi, di personaggi noti e di successo e di persone non coinvolte direttamente nella malattia, che hanno dovuto confrontarsi con il tumore. "La forza di cambiare" scritto dalla psicologa e psicoterapeuta Paola Bortolotti, prende in esame delle storie intense di persone che hanno affrontato, in modo coraggioso, la malattia. Le testimonianze sono state raccolte dall’autrice in quasi vent'anni di lavoro. In queste interviste, non è il dolore il protagonista e nemmeno la rabbia, né si rintraccia alcun senso di impotenza. Protagoniste sono le parole di chi racconta come anche tra sofferenze e percorsi accidentati, nonostante la paura di quello che potrebbe riservare il domani e la voglia di commiserarsi, sia stato possibile trasformare un evento drammatico in un’opportunità di cambiamento e di riconsiderazione del senso stesso della vita, riconciliandosi con le proprie emozioni e con se stessi.
A cura di Paola Bertolotti (Edizioni FrancoAngeli, 2010)
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